Aggiornato al 23/03/2026 - 16:44
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Il No ferma la riforma e segnala un cambio di “vento”: per Meloni fine della “luna di miele”, ma l’Italia resta divisa

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Circa il 54% degli italiani boccia la riforma. Segnale anche politico, ma il Centrodestra ha sbagliato a generalizzare sugli errori della Magistratura

La vittoria del No alla riforma della Giustizia segna, anche se non dovrebbe essere così, un passaggio politico molto rilevante per il governo Meloni. È il segnale di un cambio di vento nel Paese, forse il primo vero inciampo nella lunga “luna di miele” tra la premier e una parte dell’opinione pubblica che finora aveva premiato stabilità, identità e promessa di decisione.

Il risultato non cancella, però, il dato più evidente di questa consultazione: un’Italia ancora profondamente spaccata. Il referendum ha infatti dato corpo ad Paese lacerato, agitato da una campagna elettorale velenosa, troppo personalizzata e spesso più incline allo scontro che al confronto di merito.

Il centrodestra, dal canto suo, ha commesso un errore politico evidente: generalizzare gli errori della Magistratura, che pure esistono, fino a trasformarli in un giudizio complessivo su un’istituzione che resta tra le più rispettate dagli italiani. Così facendo, ha finito per alimentare un messaggio troppo radicale, che ha probabilmente rafforzato le resistenze invece di convincere gli indecisi.

La bocciatura della riforma non significa comunque che il tema giustizia non esiste o che tutto debba restare com’è. Al contrario, il voto conferma che le riforme servono, ma devono essere costruite in modo condiviso, con equilibrio e senza forzature, soprattutto quando toccano i nervi delicati dell’architettura costituzionale. In questo senso il No può essere inteso insieme un freno e un invito a ripartire meglio.

Tra i segnali positivi di questa elezione referendaria senza dubbio il dato della partecipazione al voto, finalmente vicino al 60% come non si vedeva da tempo. Gli italiani hanno dimostrato di tenere ancora alle istituzioni e di non voler ignorare i grandi passaggi democratici, persino su un referendum tecnico e complesso. Proprio per questo, dopo il voto, l’auspicio non può che essere uno: una pacificazione vera e l’apertura di un nuovo tavolo di riforme, perché la giustizia va cambiata, ma solo se il cambiamento è davvero condiviso.

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