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“Il quinto figlio” di Doris Lessing: quando l’amore familiare fallisce

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Il romanzo del 1988 della scrittrice premio Nobel indaga il lato oscuro della famiglia e i limiti dell’amore incondizionato

Una storia di vuoto e di repulsione, il racconto di una maternità distaccata. “Il quinto figlio” è un romanzo del 1988 della scrittrice britannica Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007.

Lessing non concede al lettore il tempo di prepararsi. Fin dalle prime pagine la maternità viene privata di ogni aura salvifica: lo sguardo del neonato è opaco, inerte, e Harriet, la madre, non vi legge nulla. Nessun riconoscimento, nessuna promessa. Solo un vuoto che genera repulsione. Tutto comincia in modo innocuo, quasi edificante. Harriet e David si incontrano a una festa e si riconoscono immediatamente come estranei al loro tempo: sobri, ordinari, portatori di un’idea di famiglia che appare già allora anacronistica. Il loro progetto è semplice e radicale insieme: molti figli, una grande casa, una comunità stabile fondata su valori tradizionali. È un sogno che ha la forma della sicurezza e il linguaggio dell’ordine. Lessing osserva questo progetto senza ironia, ma anche senza indulgenza.

La felicità di Harriet e David è reale, ma rigida, fondata su un’idea astratta di normalità. I primi figli arrivano e sembrano confermare la bontà del disegno. Poi nasce Ben. Ben non è semplicemente “diverso”. È estraneo. Il suo corpo è sgraziato, la sua forza sproporzionata, il linguaggio povero, lo sguardo impenetrabile. Lessing non offre spiegazioni mediche né consolazioni simboliche. Ben è un corpo che non si lascia interpretare. Ed è proprio questa opacità a rendere intollerabile la sua presenza. Il romanzo non racconta tanto la nascita di un mostro, quanto la rottura di un patto: quello secondo cui l’amore familiare sarebbe incondizionato. Harriet ama Ben, sì, ma lo teme, lo detesta, vorrebbe che non esistesse. La sua maternità non è negata, è contraddittoria.

Ed è qui che Lessing costringe il lettore a una posizione scomoda: Harriet non è una vittima innocente, ma neppure una carnefice. È responsabile di un progetto che non sa più sostenere. Se in Frankenstein di Mary Shelley il lettore è guidato a parteggiare per la creatura, Il quinto figlio rifiuta ogni orientamento morale. Non c’è un punto sicuro da cui guardare. Ben non può essere compreso, ma neppure eliminato senza conseguenze. La famiglia, incapace di comunicare con lui, sceglie progressivamente l’esclusione, l’allontanamento, la rimozione. Il tema centrale del romanzo non è la diversità, ma l’incapacità di reggerla.

Ben non parla quasi, non si spiega, non chiede di essere amato. Proprio per questo mette in crisi l’intero edificio morale della famiglia. L’amore, privato della reciprocità, si rivela fragile, condizionato, violento. La scrittura di Lessing è sobria, chirurgica, priva di enfasi. Non cerca il sensazionalismo dell’orrore, ma lo lascia emergere dalla quotidianità: dai silenzi, dagli sguardi evitati, dalle decisioni prese “per il bene di tutti”. È un romanzo che non assolve nessuno e non offre soluzioni. Alla fine restano solo macerie: familiari, sociali, morali. Il quinto figlio è un libro breve, ma profondamente disturbante. Non perché racconti l’eccezionale, ma perché smaschera ciò che preferiamo non vedere: l’amore che fallisce, la normalità che esclude, la famiglia come spazio potenzialmente ostile. Leggerlo significa accettare una domanda senza risposta: quanto è davvero incondizionato l’amore che diciamo di offrire?

Scheda Informativa
Autore: Doris Lessing / Traduttore: Mariagiulia Castagnone
Editore: Feltrinelli / Collana: Universale Economica
Formato: Tascabile / Pagine: 176p

a cura di Corrado Raudino

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