“Il libro di mons. Simone Sultano, primo parroco di Pachino, intitolato Pachino e i suoi dintorni, nella storia e nella leggenda, contiene una pagina che sembrava appartenere a vicende storiche tristissime ma ormai relegate nella memoria. Il Coronavirus le ha invece riportate all’attualità. E, inaspettatamente, tornano ad avere una loro lancinante attualità”. Lo ricorda Salvo Sorbello, presidente provinciale del Forum associazioni familiari, che ripercorre brani di quel libro.
Nell’ottobre del 1918 il grippe, che chiamasi influenza spagnola, grave malattia infettiva, la quale si manifesta con febbri, dolore di testa e di gola e broncopolmonite, colpì d’improvviso la nostra tranquilla cittadina e mietè inesorabile tante vite. Così monsignor Simone Sultano descriveva la situazione della sua Pachino nel periodo in cui stava per concludersi il primo conflitto mondiale. Alcune famiglie intere in pochi giorni passarono dalle loro case al cimitero, lasciando deserto e spento per sempre il loro focolare domestico. Noi fummo testimoni; in una medesima stanza furono colpiti d’influenza: il padre, la madre, il figlio giovanetto e la bambina di pochi anni bella come un angelo. In quella stanza entrò una prima bara e accolse la tenera figlioletta bianco vestita; non sembrava morta, ma che tranquillamente dormisse. Dopo due ore in quella stanza comparvero altre due bare e accolsero il padre e il figlio giovanetto. Nel tramonto un’ultima bara; e fu chiusa in quella la madre, la quale con lo strazio nell’anima aveva assistito cogli occhi suoi alla strage dei suoi cari che formavano la sua gioia e la sua vita!
“Parole agghiaccianti, che nella loro crudezza descrivono un dramma familiare che fu vissuto da tante famiglie – commenta Sorbello – e che ora torna purtroppo a rendere inquieta l’umanità intera. La storia di Pachino ci parla di altri grandi personaggi che in quegli anni si prodigarono, mettendo a rischio la propria vita, come il dottor Giusto Colletti, originario di Siculiana, nell’agrigentino, sposò Emilia Costa e fu il primo ufficiale sanitario della cittadina. Si impegnò molto per assistere i tanti ammalati di spagnola, che visitava usando anche un bastone per evitare un contatto troppo ravvicinato. Morì il 29 dicembre del 1924, a soli 53 anni e una lapide venne posta sulla facciata della casa dove visse, in via Torino. Come il soldato sul campo Giusto Colletti, missionario della scienza medica, colpito da bacillo distruggitore, chiuse con il sacrificio il ciclo di sua vita. Gli amici. E’ sepolto nel viale centrale del cimitero di Pachino, insieme alla figlioletta, morta quando aveva soltanto un anno”.
Sorbello continua il suo viaggio a ritroso nel tempo: “La prima ondata della Spagnola in Italia infuriò proprio in aprile e maggio del 1918 e colpì soprattutto persone fragili, anziani e malati, poi a ottobre-novembre si affacciò la seconda ondata, peggiore della prima, che contagiò invece in particolar modo i giovani. E’ impressionante ancora oggi constatare l’alto tasso di mortalità tra le persone sane e giovani di età, compresa tra 15 e 40 anni. In qualche nazione arrivò pure una terza ondata, per fortuna più debole. Nelle città le strategie efficaci per difendersi dal contagio sembrano quelle dei nostri giorni: mascherine, distanziamento e disinfettanti. Si cercò anche allora di limitare la circolazione delle persone e per molte attività venne disposta la chiusura. Anche se non si sapeva ancora cosa fosse un virus, si erano però comprese perfettamente le modalità di trasmissione della malattia. Molti di coloro che sopravvissero portarono per sempre i segni devastanti della malattia, che colpiva soprattutto i polmoni, per tutta la vita, con pesanti conseguenze sulla loro salute”.
“Ogni famiglia cercava disperatamente di combattere il morbo – conclude Sorbello – ricorrendo ai rimedi più svariati: bevendo varechina e alcol denaturato o ingurgitando quantità incredibili di peperoncino rosso piccantissimo o di alcolici, o fumando, nella vana illusione di creare così barriere di fuoco contro il virus. Per non prentere la febre si doveva bere vino e mettere caucina squagliata con l’acqua davante la porta, per ammazare a tutte l’inzerte. E il mio fratello Giovanni per questo lavoro era ottimo. Ma il mio fratello, delle inzerte, non zi faceva muzicare, perché fomava e beveva vino.










