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Profumi, voci, colori della Palermo barocca e arabo-normanna

«È città greca per le sue origini, per la sua luce, per le metopi del suo museo, degne di quelle di Olimpia. È romana per il ricordo delle sue lotte contro Cartagine e per i mosaici della villa Bonanno. È araba per le piccole cupole di alcune sue chiese, eredi delle moschee. È francese per la dinastia degli Altavilla che l’abbellirono. È tedesca per le tombe degli Hohenstaufen. È spagnola per Carlo V. È inglese per Nelson e Lady Hamilton».

Così uno dei più colti viaggiatori europei del ‘900, Roger Peyrefitte, diplomatico e scrittore francese, descrive Palermo nella sua opera Dal Vesuvio all’Etna. È una sintesi assai aderente alla realtà di come appare il capoluogo siciliano a chi presta attenzione alla sua stratificazione storica, architettonica e sociale.

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La mia Palermo è anche e soprattutto stratificazione gastronomica che ovviamente si intreccia e si confonde con quella culturale. Tanto che, per godere pienamente di questo connubio, i miei soggiorni panormiti si riducono ad un perenne girovagare tra palazzi nobiliari, bettole, mercati, chiese e ristoranti gourmet senza un preciso cronoprogramma, ma con un itinerario ormai consolidato che combacia quasi perfettamente con quello arabo-normanno compreso nel quadrilatero costituito dall’intersecarsi di via Maqueda con Corso Vittorio Emanuele e via Roma, qualche decina di metri più a nord. Ad onor del vero, definirlo itinerario arabo-normanno è parecchio riduttivo considerata la presenza ingombrante di una Palermo barocca e rinascimentale che per bellezza e opulenza può anche destabilizzare. Qualche dritta? Seguitemi.

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«Non credo di conoscere nessun altra città in cui il senso della vita è così forte. Forse perché è altrettanto forte il senso della morte» (Wim Wenders)

Dopo una buona (ma mi raccomando non pantagruelica! Fidatevi…) colazione sulla terrazza dell’Ambasciatori Hotel di via Roma, imboccate Discesa dei Giudici e raggiungete Piazza Bellini per ammirare i due primi gioielli normanni. A sinistra, la Chiesa di San Cataldo, con le tre inconfondibili cupolette rosse e il prospetto austero appena movimentato da una cornice merlata e la facciata segnata da tre monofore; di struggente e semplice bellezza il suo interno caratterizzato dalle nude pareti in pietra e dall’intersecarsi di colonne e archi a sesto acuto. A destra, la splendida Chiesa dell’Ammiraglio, conosciuta ai più come La Martorana, con i suoi meravigliosi mosaici che, insieme a quelli della Cappella Palatina, costituiscono il più antico ciclo musivo della Sicilia; cattedrale dell’arcidiocesi di Piana degli Albanesi, è officiata nel rito greco-bizantino. Da non perdere, come la prossima tappa di cui ancora mi rimangono impronte indelebili negli occhi e nel palato.

Proprio di fronte alla Chiesa dell’Ammiraglio fa bella mostra di se la Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, con il suo vasto monastero domenicano, in cui fino a pochi decenni fa le monache di clausura custodivano i segreti dell’antica pasticceria conventuale siciliana. Fortunatamente, le ultime suore hanno consegnato il proprio sapere ai giovani della cooperativa che adesso gestisce le cucine del monastero. Visitate la chiesa ma anche il chiostro che imprigiona i profumi delle prelibatezze tornate a nuova vita: nucatoli, cassate, minne di vergine, cucciddati e cannoli. Fatevi presentare il re di queste leccornie: il trionfo di gola, barocca rappresentazione della pasticceria siciliana. Impossibile resistervi.

«La sera, poi, dei monelli giocano a prendersi le più strane libertà con le ninfe di marmo»

Dai piaceri della gola a quelli della carne il tragitto è breve, brevissimo: meno di dieci metri. Sono quelli che separano l’uscita del monastero di Santa Caterina con l’attigua piazza Pretoria e l’omonima spettacolare fontana conosciuta dai palermitani come Fontana della vergogna per via della sensuale ed elegante nudità delle sue statue: «La sera, poi, dei monelli attorno alla fontana di piazza Pretoria giocano a prendersi le più strane libertà con le ninfe di marmo; i trafficanti di valuta estera che urlano “Dollari!… Dollari…!” a qualche passo dai carabinieri che se ne stanno tranquilli». Così, ancora Roger Peyrefitte descrive uno dei monumenti simbolo di Palermo, capolavoro di Francesco Camillani e considerata una delle più belle fontane del Bel Paese.

Da un simbolo all’altro in pochi passi. Quelli che farete scendendo gli scalini della Fontana Pretoria e vi porteranno in via Maqueda e poi cinquanta metri di passeggiata, per raggiungere l’incrocio con Corso Vittorio Emanuele ed ammirare i Quattro Canti che si affacciano su piazza Vigliena, chiamata anche Ottangolo. Le quattro facciate barocche dei cantoni, ornate di balconi, cornici, finestre e nicchie costituiscono un apparato simbolico in tre ordini. Esso rappresenta la quadripartizione della città, frutto della trasformazione urbanistica di Palermo avviata già nel XVI secolo e che vede nel Cassaro (Corso Vittorio Emanuele) la nuova visione riformistica. Addossata al cantone meridionale della piazza, si staglia la Chiesa di San Giuseppe ai Teatini, con un grandioso interno a croce latina, 14 colonne di granito che sorreggono la navata centrale e la volta mediana riccamente affrescata.

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È il momento di affrettare il passo, tornare indietro su via Maqueda e bruciare le calorie accumulate con la colazione e con la sosta rivelatrice dei dolci segreti del chiostro di Santa Caterina. Percorrete la zona pedonale di questa bella arteria in direzione est, verso la stazione centrale e se avete del tempo impiegatelo per visitare alcune meravigliose stanze di Palazzo Comitini, splendido e monumentale edifico del ‘700 che ospita la sede di rappresentanza della Città Metropolitana di Palermo. Basterebbe solo ammirare la barocca sala Martorana, con i suoi affreschi, gli specchi da ballo e il pavimento con la maiolica di scuola napoletana della famiglia Attanasio, a giustificare la visita. Uscendo da Palazzo Comitini imboccate subito a destra via del Bosco per raggiungere in pochi minuti una delle mie piacevoli ossessioni gastro-culturali: il mercato di Ballarò.

Sia chiaro: chi non apprezza lo stordente turbinio di voci, colori, profumi, olezzi, caos e cibo di strada, è meglio che cambi universo. Ballarò è il mercato storico all’aperto palermitano più grande e frequentato, un compendio a cielo aperto delle stratificazioni culturali e gastronomiche di questa città in cui lo streetfood non è per niente una moda, ma un’abitudine alimentare consolidata nei secoli. Il tempo sospeso tra i variopinti banchi del pesce e delle verdure, in mezzo ai venditori di pane e panelle, sfincioni (focacce morbide condite con salsa di pomodoro, acciughe e formaggio grattugiato), pani ca’ meusa (milza), crocchè (polpette fritte di patate) e polpi bolliti, non è mai tempo perso. Bisogna assaggiare tutto e vivere l’umanità di questo luogo. Solo allora, forse, si potrà dire di aver cominciato a capire Palermo. O forse potrete crederlo.

«La più bella città della Sicilia, sede del re, è Palermo. Essa è il soggiorno principale dei cittadini mussulmani, che vi tengono delle moschee, dei mercati loro propri e molti sobborghi» (Ibn Gubayr, XII secolo)

Conosco infine un modo infallibile per scontare i peccati di gola collezionati a decine nel giro di tre o quattro ore di tour. Più che di un’espiazione si tratta di un pellegrinaggio che compio ogni volta che finisco l’immersione tra le bancarelle. A pochi metri dall’ingresso ovest del mercato di Ballarò si trova il luogo in cui nel Settecento, Giacomo Serpotta, il più celebre di una famiglia di scultori palermitani, ha dato forma, attraverso il gesso e la pietra, al più grande di una serie interminabile di capolavori che arricchiscono molte chiese e palazzi del capoluogo siciliano: Casa Professa, ovvero la Chiesa del Gesù. I critici hanno definito poesia viva l’espressione di gioia ed eleganza che da’ vita ai putti scolpiti con una miscela di polvere di marmo, calce e gesso in proporzioni che mai nessuno è riuscito ad eguagliare. Casa Professa, insieme all’Oratorio di Santa Cita, San Giuseppe ai Teatini e l’Oratorio di San Lorenzo, sono scrigni segreti che custodiscono opere ineguagliabili, inno alla vita e alla grandezza dell’arte. Essi raccontano l’opulenza del Settecento palermitano che contrasta con le voci, gli odori, i colori e l’umanità viva e pulsante della Palermo araba che ancora sopravvive nei volti e nelle banniate dei venditori ambulanti di Ballarò.

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«Essi raccontano l'opulenza del Settecento palermitano che contrasta con le voci, gli odori, i colori e l'umanità viva e pulsante della Palermo araba che ancora sopravvive nei volti e nelle banniate dei venditori ambulanti di Ballarò»

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