E qualcosa rimane…

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U fattu è nenti: è comu si cunta

 “Rimmel è la canzone che offre il titolo all’album più bello di De Gregori”. Così inizia un post che mi dedica il mio amico Massimiliano, che ho trovato su Facebook. “Aggiungo che, a mio parere, è una canzone rivoluzionaria.

Quando cerco di individuare alcune canzoni italiane “rivoluzionarie”, in senso storico-musicale, il mio pensiero va a “Volare” (rectius: Nel blu dipinto di blu) e a Rimmel. Una canzone, quest’ultima, che rompe con la tradizione delle canzoni d’amore in cui “cuore ed amore” fanno rima: ciò avviene, non soltanto con la scrittura musicale e con i versi, ma anche affrontando l’amore da una prospettiva insolita, oltre quarant’anni orsono. L’amore finito, cessato, guardato quando non c’è più e, attenzione, non da un terzo, ma dallo stesso protagonista della storia. L’incipit è un pugno allo stomaco, rafforzato dalla congiunzione iniziale (anche questa è una rivoluzione non da poco): “E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure…”.Tutto per far comprendere all’ascoltatore, ma, forse, anche al protagonista stesso, che non sono possibili ripensamenti, tentennamenti: l’amore è già finito, consumato, a partire dal primo verso. E però, si tratta di un sentimento grande, nobile, autentico. Quando si vive una storia del genere, si può, all’epilogo della stessa, affermare, anzi augurare all’altro, senza rancori, amarezze e frustrazioni persino di “spedire le labbra ad un indirizzo nuovo” e così via…” Non resisto alla tentazione e mi lascio prendere dalla sua profondità. Mi ispira e rispondo.

“E che cosa rimane di una stagione in cui abbiamo creduto che con le canzoni si potesse fare poesia e rivoluzione? Quando i cantautori di ogni estrazione ci hanno aperto gli occhi su Aushwitz, ma anche sulle notti prima degli esami, su falsi dei e sull’anno che verrà? Caro amico mio, dato il panorama attuale, la mia impressione è che ci abbiano lasciato fare, che ci abbiano consentito di crogiolarci in una falsa coscienza, tra Campo de’ Fiori e i soldi di papà, finché consegnata la nostra generazione alla responsabilità di classe dirigente, ci ritroviamo falliti e peggiori dei predecessori. Meno male che c’è ancora un amico, un bicchiere di vino ed il ricordo, ahimè, di un amore. Ma se io avessi previsto tutto questo, date causa e pretesto, le attuali condizioni…” Passeggio per Roma, lasciandomi accarezzare dalla brezza di aprile: leggera, appena tiepida, discreto presagio di una primavera che tarda ad imporsi. Costeggio il Muro Torto e Villa Borghese, sino alla sommità di Via Veneto. Guardo distrattamente le vetrine: orologi troppo belli e troppo cari da avvicinare. I gazebo dei locali ricordano ancora i fasti della Dolce Vita, delle Vacanze Romane e dei paparazzi. Scendo verso il Tritone, lasciandomi alla sinistra l’ambasciata degli Stati Uniti. “Scusa, sai indicarmi Montecitorio?” La ragazza sembra uscita dagli anni ’70. Per questo mi da subito del tu? Magrissima, stivaletti tipo anfibi, jeans neri, maglietta grigia (e nient’altro sotto), giacca nera col bavero alzato. Tra i capelli neri, raccolti in una semplice coda da un anonimo elastico, solo qualche isolato filo bianco. Non concede nulla alla sua femminilità, anzi, quasi la nasconde. Ma ha due occhi di un azzurro intenso, che si lasciano guardare. “Da qui è facilissimo, guarda dovresti scendere lungo la strada, ma… se vuoi, io sto andando in quella direzione…” “Va bene”, fa lei con indifferenza, e parte decisa con un passo militaresco. “Oh, ma non dovevo essere io a guidarti?” “Ah, già, ma sai, io odio il passo lento dei turisti” Scendiamo lungo la strada, finché imbocchiamo Via Sistina. Le indico il celebre teatro. “Non pensavo fosse qui…”, osserva. Via Sistina – Teatro Sistina… Bah, non glielo dico. “Vieni…”, la invito, “scendiamo la scalinata più famosa e più bella del mondo” “Ma questa è Piazza di Spagna?” Ma questa viene dall’altro mondo? “Ecco, Via Condotti, il salotto di Roma. Questo è il Caffè Greco. 1760: il caffè degli artisti. Sai, dentro ci sono decine di opere d’arte: gli artisti pagavano spesso così i loro conti. Una volta, ero bambino, stavo facendo colazione con mio nonno e nel tavolino accanto a noi c’era Giorgio De Chirico” “Sei così vecchio?”. Stronza! “Sei sarda?” “E tu sei siciliano?” Ci siamo presentati così, dopo circa mezz’ora. Mentre camminiamo, finalmente, si apre un po’. Forse ha capito che può fidarsi: che non ci sto provando, che sono solo uno che sta facendo la sua stessa strada. Non è proprio così, in verità: non avevo una meta precisa e quell’incontro, così casuale e così diretto, mi ha incuriosito. Ma lei è proprio così: informale. “Ho lavorato ad un progetto umanitario per l’ONU, per questo ho vissuto a Roma e Parigi. Ma non sono soddisfatta; non c’era nulla di umanitario: facevamo gli interessi delle multinazionali, in verità. Poi mi hanno rispedito in Sardegna, convinti che facessi i salti di gioia per il solo fatto di essere sarda. Ma a me non interessa. Ora andrò in Umbria: ho sentito che c’è una fattoria dove si fa il vero “biologico”. Vedremo. Il fatto è che non so ancora cosa vorrò fare da grande” Io non l’ho mai saputo, e grande lo sono già stato. Arriviamo all’Hotel. Ci sediamo ai tavoli in teak, appena fuori l’albergo, in attesa dei suoi amici. Una signora di mezza età siede già lì; le chiediamo se possiamo: “Of course” risponde con accento americano. La mia compagnia occasionale le si rivolge subito in perfetto inglese. Apprendiamo, così, che si tratta di una hostess che vola su tratte internazionali: Pechino, Shangai e Roma. “But it’s Rome that I prefer. Lovely. You are very lucky to live here” Fortunati? E lo dice a dieci metri dai luoghi in cui si consumano le tragedie e le farse italiane. Arriva l’amico di… azz! non so nemmeno come si chiama. “Antonia!”, fa lei. Anche il nome è degli anni ’70. “Beh, arrivederci, buona fortuna Antonia. Good luck madam”, rivolto alla Hostess. Proseguo, arrivo al Pantheon. Un negozietto mi attira, mi chiama quasi. Si vendono lapidi in marmo con i motti latini più famosi. Ne compro due: “Carpe Diem” e “Summum Ius Summa Iniuria”. Tutto torna. Passo dal Senato: non mi faccio mancare nulla. Tiro dritto verso Campo de’ Fiori, che mi si apre davanti proprio sotto la luce del tramonto. Mi fermo sotto lo sguardo severo di Giordano Bruno. “A BRUNO – IL SECOLO DA LUI DIVINATO – QUI OVE IL ROGO ARSE” E penso non al rogo che lo arse vivo, ma a quello che lo arse dentro. Per fortuna nostra e degli uomini illuminati che lo seguirono. E mi commuovo, rimango in trance; finché due ragazzi spagnoli mi scuotono: “Una foto por favor?”. “Claro que sì” rispondo al terzo sollecito. “Vale: muy linda”, sorrido dopo lo scatto. Torno sui miei passi e ritrovo Piazza Navona. Mi aggiro tra bancarelle ed improbabili artisti. Un languorino mi conduce ai tavoli della trattoria. Mi siedo, da solo. E penso ai miei incontri di questa tiepida serata romana: con gli anni ’70, Antonia e la sua ricerca della felicità; con una hostess di mezza età innamorata del nostro pazzo Paese; con Giordano Bruno. Carciofi alla romana, pappardelle fave, pancetta e pecorino. Una chitarra suona Lugano addio. Sento che qualcosa mi sale dal petto, su fino in gola. Pulisco gli occhiali da lettura, ma sono gli occhi umidi che mi offuscano la vista. E mi ritrovo così: fottuto di malinconia.

Valerio Vancheri

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