L’insostenibile leggerezza dell’essere

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Valerio Vancheri

Leggere buona letteratura è divertirsi, certo; ma anche imparare cosa e come siamo, nella nostra interezza umana.

Quella conoscenza totalizzante e in presa diretta dell’essere umano, oggi, si trova principalmente nel romanzo. Gli altri rami delle discipline umanistiche – come la filosofia, la psicologia, la storia o le arti – sotto la pressione della divisione e frammentazione della conoscenza, hanno finito per isolarsi in territori sempre più tecnici, le cui idee e i cui linguaggi sono fuori dalla portata dell’uomo comune.

La specializzazione è spesso incompresa e, comunque, sopravvalutata, in certi ambiti. Al giorno d’oggi, o si dà credito a superspecialisti, che nessuno è in grado di seguire compiutamente, o si è totalmente ignoranti. In mezzo, c’è la vera conoscenza, che è fatta, soprattutto, di linguaggio.

Una comunità senza letteratura scritta si esprime con meno precisione, ricchezza di sfumature e chiarezza di un’altra, il cui principale strumento di comunicazione, la parola, sia stato coltivato e perfezionato grazie ai testi letterari. Un’umanità non contaminata dalla letteratura somiglierebbe molto a una comunità di balbuzienti e di afasici, tormentata da terribili problemi di comunicazione causati da un linguaggio grossolano e rudimentale.

Ricordate cosa diceva Sciascia? “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare!”

Una persona che non legge, o legge poco, o legge soltanto spazzatura, può parlare molto ma dirà sempre poche cose, perché per esprimersi dispone di un repertorio di vocaboli ridotto e inadeguato.

Se non sai il nome di un oggetto o di un concetto, non sei nemmeno in grado di pensarlo o di immaginarlo. Non è un limite soltanto verbale; è, allo stesso tempo, un limite intellettuale e dell’orizzonte immaginativo, un’indigenza di pensieri e di conoscenze, perché le idee, i concetti, mediante i quali ci appropriamo della realtà esistente e dei segreti della nostra condizione, non esistono dissociati dalle parole attraverso cui li riconosce e li definisce la coscienza. S’impara a parlare con precisione, con profondità, con rigore e con acutezza, grazie alla buona letteratura, e soltanto grazie a questa.

Parlare bene, disporre di un linguaggio ricco e vario, trovare l’espressione adatta per ogni idea e emozione che si voglia comunicare, significa essere preparati meglio per pensare, insegnare, imparare, dialogare e, anche, per fantasticare, sognare, sentire ed emozionarsi.

E … per risolvere enigmi e casi giudiziari.

Un’altra ragione per assegnare al romanzo un posto importante nella vita delle nazioni è che, senza di esso, lo spirito critico, motore del cambiamento storico e miglior garante della libertà di cui dispongano i popoli, soffrirebbe un irreparabile impoverimento.

Uno dei peggiori nemici della democrazia è il conformismo. Non a caso tutti i regimi totalitari, o fondati su dogmi religiosi, hanno affidato la letteratura all’indice.

Incivile, barbaro, orfano di sensibilità e stentato di parola, ignorante e greve, negato per la passione e per l’eros, questo è il mondo senza parola.

La scuola dovrebbe fare questo: restituire alla letteratura il proprio ruolo essenziale. Rimetterla al centro dei saperi umani, farne una chiave indispensabile per capire  – e se del caso, cambiare – se stessi, la vita, il mondo.

Leggere è un processo di formidabile osmosi linguistica. È anche una forma assai economica di accelerazione mentale.

Lo scopo di un’opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. 

Far pensare il lettore, lui malgrado!

U fattu è nenti: è come si cunta

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