Sympathy for the devil

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Valerio Vancheri

Il sedile di marmo grigio sul quale sto aspettando il treno per Roma mi sta congelando il sedere.

Nella piccola stazione dell’Appennino centrale, il silenzio è rotto solo dal trillo incerto di una campanella, che annuncia il convoglio in transito sul primo binario.

All’inizio dell’autunno, anche in giornate limpide come questa, il freddo è pungente.

Stamattina ho due occhiaie che più che il lifting ci si potrebbe fare rafting!

“Non cercare di capire le donne…”, mi diceva mio padre; “Cerca solo di portartele a letto!”

Adoro flirtare. Non riesco a farne a meno. L’universo femminile mi affascina, ben oltre il sesso. 

Amo la conversazione: questo inutile, obsoleto ed insostituibile retaggio dei secoli trascorsi. 

La conversazione con un uomo mi stimola al confronto; mette in discussione le mie idee, anche le più radicate; me le consolida, o me le fa cambiare. Conversare con un uomo mi consente di concentrarmi sull’argomento. 

La conversazione con un uomo è utile. La conversazione con un uomo è banale.

Conversare con una donna mette l’argomento in disparte, in sottofondo, dietro le quinte. L’argomento è un discreto osservatore. Conversando con una donna ho l’occasione di studiarla: guardo il suo incedere mentre arriva; osservo come si siede, come accavalla le gambe. Ogni sua mossa è naturale e studiata al tempo stesso. Mi lascio rapire dai suoi occhi, da ogni accenno di sorriso. Non mi interessa solo ascoltarla: voglio farmi cullare dal suono della sua voce. Noto il trucco; collane ed orecchini: talvolta sobri, talvolta invadenti. Lo sguardo mi cade inevitabilmente sui bottoni della sua camicetta. Le donne apprezzano gli uomini che le guardano negli occhi piuttosto che nella scollatura…Anche perché in quel caso possono finalmente riabbottonarsi.

D’estate non posso fare a meno di guardare le scarpe, specie se si tratta di sandali aperti.

La conversazione con una donna è inutile. La conversazione con una donna è sublime.

Il “Sì” di una donna mi terrorizza. Da un “Sì” nascono impegni, aspettative, ansie, adempimenti, appuntamenti, puntualità, necessità, pretese.

Il “No” mi affascina. È uno stimolo a tentare ancora; è un arrivederci; è un “Provaci ancora, Sam!”. “No” non è una particella negativa sulle labbra di una donna.

Queste stronze, dunque, hanno affinato nel tempo una tecnica vincente, una tattica disarmante, una strategia per disorientare il maschio. La donna del duemila ti dice: “…Non lo so!…”

Che cazzo vuol dire “…Non lo so!…”?

Vorrei ma non posso? Potrei ma non voglio? Non posso e non voglio? Voglio, posso, ma me la tiro?

C’è solo un modo per sopravvivere ad un “…Non lo so!…”: pronunciare quelle parole e praticare quella esortazione che di solito ripugna. Ci sono situazioni che si risolvono solo con un sonoro, clamoroso, stentoreo “Vaffanculo!”

La mia vita è fatta di innocenti clandestinità.

Una moglie non approverebbe: non potrebbe capire. “Perché cercare in altre quel che potrei darti io?”

Non è che cerchi qualcosa nelle altre, al di fuori di me; è che cerco qualcosa dentro di me.

Sì, vabbè…!

Come dirle che un uomo di una certa età vuole sapere se è ancora in grado di suscitare una complice emozione?

Un uomo di una certa età…? 

Da un po’ ho smesso di criticare la generazione che mi ha preceduto ed ho iniziato a criticare quella che mi segue. Brutto segno…

Ho capito di avere raggiunto la “mezza età” quando i miei figli, all’ultimo compleanno, sono venuti a riscaldarsi al fuoco delle mie candeline sulla torta…!

E da quando non mi chiedono più da dove vengono e non mi dicono più dove vanno. L’unica cosa che mi dicono – molto chiaramente – è dove mi mandano…

E tra i segni dell’età c’è anche questo: prima il rimorso veniva dopo; adesso mi precede.

I segni dell’età: come il pretendere che i figli non facciano tutte quelle pazzie che noi abbiamo fatto, o diventare riflessivo e ponderato di fronte ad esperienze ed emozioni forti, che prima si affrontavano d’impeto.

L’età! L’età si misura dai segnali.

Ed io credo di avere raggiunto l’età in cui per fare alcune cose ci metto troppo e per farne altre ci metto troppo poco… Se non sono segnali questi.

Ci sono tre sintomi della vecchiaia: perdita della memoria… e…e…Mi sono dimenticato gli altri due.

Questo sedile è veramente freddo. Ho il culo congelato!

Saggezza e prudenza.

Che balle!

Saggezza e prudenza non sono altro che alibi dell’età, che ci portano a non commettere più tutte quelle follie che vorremmo ancora vivere e che non siamo più in grado di affrontare.

Ieri ho reso stancamente la mia conferenza ad uno svogliato pubblico di questa sonnolenta cittadina. Oggi farò lo stesso nella prossima piccola città, davanti ad una analoga spenta platea.

Davanti a me si ferma una coppia di giovani universitari. Si sono avvicinati lungo il binario tenendosi per mano, prima di giungere a pochi passi dal mio gelido sedile. Posano le loro borse, cariche di biancheria pulita e di sogni. Si guardano teneramente e cominciano a baciarsi. Per un attimo, vengo sfiorato da misere tentazioni vojeuristiche. 

Ma lei è davvero una cozza!

Ed è qui che vengo folgorato da un’intuizione geniale! Come attraverso un effetto cinematografico, mi astraggo da me stesso e mi vedo proiettato in un’immagine in campo sempre più largo, dall’alto.

E rido. Rido di me stesso. Sempre di più.

Mi vedo seduto su questa gelida panchina, col culo congelato. 

Sento l’eco delle stanche parole di una conferenza svogliata. 

Una sorda campanella si ostina ad annunciare un treno che non arriva mai. 

Una cozza baciata da uno studente cieco e deficiente è tutto quel che resta dei miei ultimi fremiti.

Sto assistendo al trionfo di una quotidianità insignificante. 

All’apoteosi della mediocrità.

MINCHIA, QUESTA SÌ CHE È VITA!

U fattu è nenti: è comu si cunta

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