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“Immersioni d’autore”, l’arduo corso di Luigi Pirandello prima dello spettacolo al teatro Garibaldi di Avola

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In vista dello spettacolo “Uno, nessuno e centomila”, che si terrà il prossimo 23 febbraio al Teatro “Garibaldi” di Avola, la professoressa Francesca Parisi ha indagato la travagliata parabola umana di Luigi Pirandello e le ripercussioni sulla sua poetica

L’incontro, svoltosi presso la sala Fratantonio e arricchito dalle appassionate letture di Sergio Molino e Tatiana Alescio, fa parte del ciclo denominato “Immersioni d’autore”, organizzato dalla direttrice artistica del teatro, Tatiana Alescio, di concerto con l’amministrazione Cannata.

Il compianto scrittore agrigentino – che amava definirsi “figlio del caos” anche in riferimento alla contrada in cui era nato (28 giugno 1867) – non crebbe in un clima familiare sereno. I difficili rapporti con l’irascibile padre (Stefano) – “un muro di vetro” – sono rintracciabili tra le righe del suo primo romanzo “L’esclusa” ; inoltre, nonostante fosse profondamente legato alla madre (Caterina Ricci Gramitto), a prendersi cura di lui fu la governante, Maria Stella, abile tessitrice di storie.

Il matrimonio con Antonietta Portolano, combinato dal padre, fu accettato di buon grado da Luigi Pirandello che, prima di prenderla in sposa, le scrisse: “Il tuo cuore è ancora per me un’urna chiusa. Io non ho inteso la tua parola, l’intimo accento”. Il matrimonio con Antonietta – da cui nacquero tre figli, Lietta, Stefano e Fausto che economicamente dipesero sempre dal padre – fu fonte di ulteriore turbamento per lo scrittore, così come trasposto nella novella “La realtà del sogno”: “È impossibile che tu non mi intenda, Antonietta mia e che non mi segua per questa via nobilissima per cui la sorte volle mettermi: la via dell’Arte”.

E mentre il tarlo della follia si insinuava nella mente di Antonietta – la cui gelosia ossessiva permea il dramma “L’uomo dal fiore in bocca” – Pirandello scrisse all’amico Ugo Ojetti: “Io sono esiliato del tutto dal consorzio umano per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto ad allungarsi, ma non è giovato a nulla, purtroppo. I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoia”. (Il tema della pazzia è riportato anche ne “Il berretto a sonagli” e nelle novelle “Berecche e la guerra”) .

Nel 1925, la conoscenza dell’attrice venticinquenne Marta Abba – “è bellissima, fulva, occhi di mare, liquidi, pieni di luce” – restituirà una nuova dimensione al 57enne Pirandello che, senza mai farle delle avance, condivise con lei l’amore per l’arte. Tra di loro intercorse un fitto carteggio – lui le indirizzò 560 lettere, lei 230: “Marta mia, non mi lasciare, non mi abbandonare, scrivimi, fatti viva. La mia arte sei tu”.

Dopo la morte (10 dicembre 1936) di Pirandello, il figlio Stefano troverà un biglietto con le sue ultime volontà: ”Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Morto mi si avvolga nudo in un lenzuolo e niente fiori sul letto e nessun cero acceso. L’urna cineraria murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti dove nacqui. Dal caos io vengo e al caos io ritorno”.

“La vita o si vive o si scrive: io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”.

Eh, sì, caro nostro Pirandello, “l’impulso più potente nella creazione dei capolavori d’arte è l’infelicità”.

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