Dopo il ciclone Harry il molo sottoflutto del porto Fossa di Marzamemi è stato chiuso, operatori e pescatori hanno commissionato un’indagine geofisica firmata per dimostrare che la struttura regge ancora e può tornare agibile
Mesi di chiusura, barche ferme, pescatori a terra e una stagione turistica che rischia di partire dimezzata. È questo lo scenario che pesa sul porto Fossa di Marzamemi da quando il ciclone Harry, lo scorso gennaio, ha colpito duramente la costa siciliana lasciando, tra le altre cose, il molo sottoflutto fuori servizio.
Massi in acqua, una banchina del molo chiusa con conseguenze gravissime: l’impossibilità di varaggio e alaggio delle imbarcazioni, di accedere alla colonnina del carburante, unico approvvigionamento da Avola a Portopalo, e poi la questione pescatori che non riescono più a far ripartire le proprie attività. Il molo è stato interdetto con una ordinanza della Capitaneria di porto a seguito di un controllo approfondito dei fondali marini già nei giorni successivi al passaggio del ciclone Harry. Il maltempo di gennaio ha provocato danni strutturali nella banchina, con cedimenti dei margini del canale di scolo delle acque bianche e deformazioni del manto stradale. Le infiltrazioni di acqua marina hanno messo a rischio la stabilità dell’area, creando situazioni di pericolo per pedoni e veicoli.
Per tentare di uscire dall’impasse, operatori turistici e pescatori del porto Fossa hanno deciso di non restare ad aspettare, e hanno finanziato di tasca propria un’indagine geofisica affidata ai due geologi, con l’obiettivo di capire in che condizioni si trovano davvero le strutture e se esiste una base tecnica per chiederne la riapertura.
I due tecnici hanno lavorato su due aree distinte: il molo sottoflutto del porto Fossa e il molo a protezione di piazza Giardinella, dietro al porto Balata. Per farlo hanno usato due metodologie complementari. La prima, il georadar, permette di vedere sotto la superficie senza scavare, individuando vuoti e zone deteriorate attraverso impulsi elettromagnetici che rimbalzano sulle discontinuità del sottosuolo. La seconda, l’analisi sismica multicanale, misura la velocità con cui le onde si propagano nei materiali e consente di stimare la consistenza fisica degli strati in profondità. Nel complesso, al porto Fossa sono state eseguite 36 scansioni radar per uno sviluppo complessivo di quasi 590 metri lineari, più quattro indagini sismiche. In piazza Giardinella, 18 scansioni per oltre 323 metri e due indagini sismiche.
I risultati non sono rassicuranti in assoluto, ma nemmeno catastrofici. Al porto Fossa le anomalie rilevate dal georadar confermano la presenza di sgrottamenti nella parte finale della banchina, già individuati in precedenza da un’ispezione subacquea, e cavità in corrispondenza delle due torrette carburante, con profondità che raggiungono i 3,80 metri sotto il piano di calpestio. Le dimensioni degli sgrottamenti alle torrette sono state stimate in circa 5,50 metri di ampiezza per 1,70 di altezza, con un’estensione verso l’interno della banchina di 4 metri. Tuttavia, le misurazioni sismiche in corrispondenza di quelle stesse zone restituiscono velocità di propagazione delle onde di taglio intorno a 550-600 metri al secondo, valori che i tecnici definiscono indicativi di un buon livello di consistenza fisica e, di conseguenza, di condizioni di stabilità accettabili nel tempo.
In piazza Giardinella la situazione appare meno grave sul piano dimensionale. Le cavità individuate hanno altezze comprese tra i 40 e i 60 centimetri e profondità contenute, tra 1,20 e 1,70 metri sotto il piano calpestio. Anche qui l’indagine sismica suggerisce che il materiale sottostante mantiene una consistenza soddisfacente, con velocità delle onde di taglio tra 600 e 700 metri al secondo. In entrambe le aree, la classificazione sismica del sottosuolo è risultata di categoria B secondo le norme tecniche per le costruzioni del 2018, la categoria intermedia che corrisponde a rocce tenere e terreni molto addensati con buone caratteristiche meccaniche.
Tradotto in termini pratici, il quadro che emerge dall’indagine è quello di strutture che portano i segni di un evento meteorico eccezionale, con vuoti interni che non possono essere ignorati e che richiedono interventi di consolidamento, ma che non mostrano un cedimento strutturale tale da renderne impossibile il recupero. È su questa base che operatori e pescatori intendono sostenere le proprie richieste alle istituzioni, a partire dal Comune, per avviare i lavori necessari e restituire il porto alla comunità che da quel porto vive.











