I dipendenti si rivolgono anche alla Regione Siciliana: “Basta con un confronto nel quale le persone scompaiono dietro le pratiche”
Dopo quasi un anno senza retribuzioni regolari, i dipendenti del CUSIR (Consorzio Universitario di Siracusa) chiedono all’Università di Messina di assumere, nei limiti della legge, una copertura economica concreta per il personale che ha garantito i servizi universitari. “La dignità non si restituisce con un comunicato stampa” aggiungono i lavoratori, che hanno scritto una lettera alla rettrice dell’ateneo Giovanna Spatari, che riceviamo e pubblichiamo.
“Magnifica Rettrice, professoressa Giovanna Spatari, abbiamo letto il comunicato del 6 ottobre 2026 con cui l’Università degli Studi di Messina esprime «piena vicinanza» alle lavoratrici e ai lavoratori del Consorzio Universitario di Siracusa. Abbiamo letto anche la precisazione, consegnata alle testate giornalistiche, secondo cui siamo dipendenti del Consorzio e non dell’Ateneo.
Una distinzione formalmente corretta, che nessuno di noi ha mai contestato. Ma dopo quasi un anno senza percepire regolarmente quanto ci spetta, quella vicinanza, affidata a un comunicato e non accompagnata, per quanto ci riguarda, neppure da una convocazione o da un incontro, è una singolare premura. Per anni siamo stati il volto quotidiano dell’università decentrata: iscrizioni e immatricolazioni, informazioni agli studenti, front-office, assistenza amministrativa, calendari, supporto alle lezioni e agli esami, disponibilità delle aule e delle tecnologie, rapporti continui con i docenti. Abbiamo risposto alle urgenze, spesso anche fuori dall’orario ordinario, continuando a raggiungere la sede con le nostre automobili, pagando di tasca nostra anche il carburante, mentre gli stipendi mancavano. Il decentramento non lo fanno le conferenze stampa. Lo rendono possibile i docenti, certo, ma anche le persone che aprono le sedi, accolgono gli studenti, risolvono le difficoltà e permettono ai corsi di funzionare davvero. Quando occorrevano sacrifici, disponibilità ulteriori o collaborazione nelle attività di accreditamento, i nostri nomi e cognomi erano ben conosciuti.
Oggi, invece, non abbiamo ricevuto una lettera diretta, una richiesta d’incontro, una telefonata: nessun gesto concreto di attenzione verso chi aveva reso possibile quel lavoro. Il 30 luglio 2025 l’Ateneo annunciava pubblicamente l’accreditamento ANVUR, nella sede siracusana di via Agati, dei corsi di Giurisprudenza, Consulente del lavoro e Scienze dei servizi giuridici, Scienze politiche, amministrazione e servizi. Un risultato del quale siamo orgogliosi. Ma un accreditamento non nasce dalle parole: richiede strutture predisposte, documentazione, accoglienza e servizi organizzati.
Il successo accademico appartiene all’Università; il lavoro che lo ha sostenuto non può diventare invisibile. C’è un particolare che dovrebbe far riflettere tutti. L’ANVUR, nell’accreditamento delle sedi decentrate per il 2025/2026, raccomandava attenzione alla sostenibilità economico-finanziaria e alle risorse necessarie per i servizi agli studenti. Ma c’è di più: già il 24 gennaio 2025 il Nucleo di Valutazione dello stesso Ateneo chiedeva un piano documentato di piena sostenibilità, con un impegno economico-finanziario dell’Università adeguato anche oltre gli oneri previsti dalla convenzione con il CUSIR. Quel rilievo precedeva il successivo accreditamento positivo e non ne rimette in discussione l’esito; rende però inevitabile una domanda: dove sono il piano, gli stanziamenti e gli atti con cui UniMe ha assicurato la copertura effettiva dei servizi? E in quel piano, quale sostenibilità è stata prevista per le persone chiamate a garantirli ogni giorno? Non siamo estranei ai rapporti fra UniMe e CUSIR: la convenzione sottoscritta dalla stessa Rettrice lo dice espressamente. L’articolo 3, comma 2, riserva all’Università la direzione e l’organizzazione delle iniziative didattiche e di ricerca; l’articolo 4, comma 5, prevede che il Consorzio organizzi «con proprio personale» il supporto agli studenti e alle attività didattiche erogate dall’Università.
Non eravamo dunque una presenza fortuita, né un accessorio della sede: eravamo previsti nel modello organizzativo scelto e firmato dalle parti. L’articolo 5 descrive, una per una, le attività che svolgevamo: il front-office, il supporto amministrativo agli studenti, l’assistenza ai docenti, le aule attrezzate, la collaborazione nella predisposizione degli orari e le informazioni sulle lezioni e sugli esami. Sono servizi resi nell’ambito di una convenzione, non favori personali. Come si può beneficiarne per anni e limitarsi oggi a spiegare sui giornali che il nostro datore di lavoro è un altro? Quella precisazione non cancella gli impegni reciproci, né dispensa le istituzioni dal cercare una risposta alla crisi dei servizi che hanno insieme organizzato.
Il Consorzio è il nostro datore di lavoro ed è il primo tenuto a corrisponderci le retribuzioni. Non chiediamo di inventare una solidarietà automatica dell’Ateneo che la legge non prevede. Chiediamo qualcosa di più serio: che l’Università assuma una posizione finanziaria e giuridica precisa. Se UniMe ha programmato e beneficiato di servizi che la convenzione affidava al personale consortile, non può limitarsi a dichiarare di non essere il datore di lavoro; deve spiegare quali risorse ha destinato, quali impegni ha assunto e quali strumenti intenda attivare, nell’interesse della continuità didattica e dei lavoratori. Le clausole economiche forniscono una strada concreta. L’articolo 7 obbliga UniMe, nei presupposti ivi fissati, a finanziare annualmente progetti migliorativi dei servizi agli studenti, entro il limite collegato ai contributi universitari effettivamente incassati, con anticipazione e saldo secondo approvazione e rendicontazione.
Pretendiamo un rendiconto analitico: progetti presentati e approvati dal 2024, somme stanziate, anticipazioni erogate, saldi liquidati, somme ancora dovute e ragioni di eventuali blocchi. Non sosteniamo che risorse vincolate possano essere dirottate arbitrariamente sugli stipendi: chiediamo la liquidazione delle obbligazioni già maturate e l’individuazione dei costi di personale ammissibili negli strumenti finanziari regolarmente adottati. Ma ciò non basta. Chiediamo formalmente all’Università di valutare e deliberare, con il CUSIR, un atto integrativo scritto ai sensi dell’articolo 10 della convenzione, previa verifica delle competenze e delle disponibilità di bilancio, per cofinanziare in via straordinaria i servizi di supporto e destinarne le risorse, per quanto consentito, alla copertura documentata degli arretrati riferibili a tali servizi e del costo del personale durante la transizione. Importi, periodo, mansioni, destinazione delle somme, modalità di pagamento e controlli devono essere fissati in un atto, non in un’intervista. L’articolo 6 prevede inoltre una quota regionale da riversare dal CUSIR all’Ateneo dopo l’incasso: chiediamo a UniMe di esaminare una rinegoziazione scritta dei tempi di tale riversamento, se consentita dalle regole contabili, affinché la liquidità che dovesse arrivare al Consorzio possa essere indirizzata prioritariamente agli obblighi retributivi.
Vi è poi un secondo percorso, diverso dal cofinanziamento volontario. Se, al di là del nome “convenzione”, la concreta configurazione delle prestazioni integri un appalto di servizi soggetto alla relativa disciplina, chiediamo la verifica immediata degli strumenti di pagamento diretto delle retribuzioni arretrate, nei rispettivi limiti: l’articolo 11, comma 6, del D.Lgs. 36/2023 e, ove ne ricorrano i presupposti, l’azione dell’articolo 1676 del codice civile. Non stiamo affermando che questi strumenti si applichino già senz’altro a UniMe, né invochiamo impropriamente la solidarietà generale prevista per gli appalti privati.
Domandiamo una verifica legale scritta sulla qualificazione del rapporto, sulle somme eventualmente dovute al CUSIR e sulle procedure concretamente attivabili. E alla Regione Siciliana diciamo: basta con un confronto nel quale le persone scompaiono dietro le pratiche. Il D.D.S. n. 2573 del 16 dicembre 2024 ha previsto per il CUSIR l’impegno di 539.821,74 euro nell’ambito del contributo relativo all’anno accademico 2023/2024, subordinando l’erogazione agli adempimenti amministrativi prescritti. Secondo quanto denunciato dal Consorzio, quelle risorse non risultano ancora corrisposte; resta inoltre contestata l’esclusione dal riparto 2025. Chiediamo proprio di sapere quali passaggi risultino compiuti, quali atti manchino, chi debba provvedere e in quale data. Su questi punti servono provvedimenti, non schermaglie.
A noi non interessano le contrapposizioni politiche, le dispute sulla governance, gli avvicendamenti negli organi né i contenziosi fra enti. La Regione indichi per iscritto lo stato del procedimento relativo al 2024, gli eventuali impedimenti alla liquidazione, la sorte del contributo 2025 e il responsabile dell’istruttoria; il Consorzio quantifichi mensilità e contributi arretrati. Chiediamo che tutte le istituzioni si siedano allo stesso tavolo e costruiscano un percorso lecito e verificabile che destini le risorse utilizzabili, con priorità legalmente consentita, alla crisi retributiva. La convenzione ha previsto, all’articolo 9, un Comitato tecnico per monitorare le attività e formulare proposte, con il coinvolgimento dei vertici universitari e del Consorzio.
Chiediamo la convocazione urgente di quel Comitato e, separatamente, di un tavolo con una delegazione dei lavoratori e le organizzazioni sindacali. Quando sono stati esaminati i rischi di interruzione dei servizi dovuti alla mancata retribuzione? Quali verbali, segnalazioni e decisioni lo documentano? La seduta si chiuda con una proposta finanziaria scritta da sottoporre agli organi competenti. Chi governa un sistema non può scoprirne la crisi leggendo i giornali. Nel comunicato del 6 ottobre UniMe prospetta interlocuzioni con altri soggetti per trovare «soluzioni alternative». È Suo diritto, Magnifica Rettrice, organizzare la continuità dei corsi. Ma alternative a cosa: a una convenzione, a un immobile, a una gestione, oppure alle persone che per anni hanno assicurato i servizi? L’articolo 12 disciplina il recesso, ordinariamente con un anno di preavviso e con specifici impegni verso i percorsi degli studenti; contempla inoltre il recesso per giusta causa.
Chiediamo di conoscere la delibera eventualmente adottata, la comunicazione formale, la data di efficacia, il regime dei servizi nel periodo transitorio e la sorte delle obbligazioni già maturate, anche tenendo conto del comma 3 dell’articolo 12 sui progetti migliorativi. Non pretendiamo assunzioni automatiche né scorciatoie incompatibili con le regole del lavoro pubblico. Pretendiamo che ogni nuovo accordo, affidamento o modello consortile abbia un piano dei fabbisogni e della copertura del costo del personale necessario a garantire i servizi, con confronto preventivo sulle clausole sociali e sulle tutele occupazionali concretamente applicabili. L’Ateneo non può programmare una continuità didattica sul presupposto che il lavoro amministrativo si svolga senza un costo certo e una responsabilità finanziaria definita. È tempo di risposte con un nome, un importo, un atto e una data. Alla Rettrice Giovanna Spatari, alla Direzione generale dell’Ateneo, alla Regione Siciliana e al CUSIR chiediamo di designare entro quarantotto ore dalla ricezione un referente istituzionale e di convocare, entro cinque giorni lavorativi, un tavolo con le organizzazioni sindacali e una delegazione dei dipendenti.
Chiediamo inoltre, entro sette giorni dalla ricezione, una risposta protocollata che affronti separatamente: il debito retributivo e le misure immediate; gli importi dovuti o ancora da verificare ai sensi dell’articolo 7; una proposta di copertura finanziaria straordinaria dell’Ateneo; lo stato del contributo regionale 2024 e del riparto 2025; gli atti del Comitato tecnico, del recesso e della possibile riorganizzazione. La risposta deve indicare ufficio responsabile, fondamento giuridico, risorse disponibili, provvedimento da adottare e calendario di attuazione. Se l’Università ritiene che una copertura finanziaria non sia possibile, indichi per ciascuna opzione la norma ostativa, l’atto contabile mancante, l’organo competente e una diversa soluzione praticabile.
Non basta ripetere «non siete nostri dipendenti». Nessuno chiede un pagamento privo di titolo: chiediamo che il titolo, se esiste, venga eseguito e, se manca per sostenere un servizio universitario essenziale, sia valutato e adottato un nuovo accordo lecito con le coperture necessarie. Le richieste di documenti saranno presentate anche nelle forme dell’accesso amministrativo, con i termini previsti dalla legge, distinti da quelli urgenti sollecitati per il confronto politico-istituzionale. Magnifica Rettrice, quando c’era da preparare una visita, predisporre un’aula, affrontare un’urgenza, accogliere docenti e studenti, eravamo una comunità universitaria. Formalmente dipendenti del Consorzio, certamente. Ma concretamente al servizio di un progetto dell’Università di Messina, secondo una convenzione che porta la firma dell’Ateneo. Non eravamo estranei allora; non possiamo diventare invisibili oggi.
E ora, come in ogni lettera aperta che si rispetti, qualche ringraziamento. Ringraziamo la Magnifica Rettrice per aver riconosciuto pubblicamente il sacrificio dei lavoratori e delle lavoratrici. Ringraziamo i direttori di Dipartimento e i docenti che abbiamo quotidianamente assistito. Agli studenti va il nostro ringraziamento più autentico. Insieme abbiamo costruito rapporti di fiducia che hanno dato senso al nostro lavoro. Voi non siete la controparte della protesta. Vi abbiamo assistito ogni giorno, anche quando non ricevevamo lo stipendio. Proprio in questi giorni, segnati dalle battaglie tra governance, una studentessa ha telefonato per comunicarci la sua rinuncia agli studi. Ha sentito il bisogno di dirlo proprio a noi, in un momento in cui tutto sembra ridursi a contrapposizioni e responsabilità. Testimonia come il nostro lavoro abbia saputo costruire legami umani capaci di andare ben oltre una pratica amministrativa. Lo sciopero, iniziato il 28 settembre, e la sospensione dei servizi consortili dal 5 ottobre non rappresentano un abbandono del diritto allo studio, ma segnano il limite oltre il quale la dedizione non può trasformarsi in lavoro gratuito.
La Costituzione tutela il lavoro e il diritto a una retribuzione dignitosa agli articoli 35 e 36, la libertà sindacale e il diritto di sciopero agli articoli 39 e 40. Sono principi da insegnare in un’aula universitaria, certo; ma prima ancora da rispettare quando vengono in discussione le persone che contribuiscono a far funzionare quell’aula. La difesa del diritto allo studio e quella dei diritti dei lavoratori non sono interessi antagonisti: devono essere affrontate insieme. Prima di annunciare alla stampa un’altra soluzione, abbiate il coraggio istituzionale di incontrare chi ha reso possibile quella precedente. Prima di celebrare ancora il decentramento, ricordate chi ne ha sostenuto il peso anche senza stipendio.
E prima di pronunciare ancora le parole «lavoratori e lavoratrici», diteci chi finanzierà il servizio, con quale atto e da quale data. Il rispetto si misura anche nella capacità di assumersi impegni verificabili. Non chiediamo applausi, né solidarietà di facciata. Chiediamo che il CUSIR paghi ciò che deve; che la Regione chiarisca e sblocchi quanto legalmente liquidabile; e che l’Università assuma, con un atto valido e una copertura di bilancio reale, la propria parte nel finanziamento dei servizi e delle retribuzioni necessarie a garantirli. Chiediamo risposte verificabili e un futuro per chi ha lavorato. Perché non si salva l’Università cancellando i lavoratori. Le lavoratrici e i lavoratori del Consorzio Universitario di Siracusa “Giovanni Paolo II””.






