[vc_row][vc_column][vc_column_text]Stanno scomparendo le relazioni che sono esperienza autentica. E l’esperienza allena alla conoscenza profonda.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Sebi Grimaldi”][vc_column_text]Ce lo hanno detto in tutti i modi che dobbiamo abituarci all’idea della realtà fluida.
Filosofi, sociologi, politologi, economisti, psicoterapeuti. Tutti d’accordo nell’analisi, lucida, inequivocabile: il mondo in cui viviamo è il grande luogo dell’incessante divenire, della abolizione degli spazi e dei confini, la grande sfinge dell’indeterminatezza, il volto sfuggente della non-diversità.
E vada.
D’altronde la grande aspirazione dell’uomo, che gli illuminati costituenti americani sintetizzarono nella felice espressione di diritto alla felicità, è l’opzione esistenziale decisiva che ha orientato la storia del mondo negli ultimi due secoli, piegando di fatto popoli e nazioni a costruire il proprio futuro sui pilastri inalienabili del progresso e della tecnica. Pilastri cangianti, sempre in movimento, fluidi per definizione, ai quali si sono unite indissolubilmente idee e stili di vita ormai quasi universalmente ritenuti irrinunciabili, come libertà, emancipazione, benessere diffuso.
Queste nuove frontiere del vivere sotto un profilo materiale ci hanno regalato indubbiamente un’esistenza migliore; ma, senza troppo scomodare il tradizionalismo integralista alla Guénon, serpeggia in questa faustiana idea dell’assenza del limite il rischio mortale di un terribile inganno: l’uomo, esattamente come nella più ardita letteratura fin de siécle, può condannare se stesso a trascorrere il tempo che gli è dato nel luogo del non-vivere, in un tempo e in uno spazio fatti di quantità e del tutto privi di qualità.
Provate a immaginare il mondo con gli occhi di un adolescente dei nostri giorni.
La conoscenza oggi non ha nulla a che vedere con l’esperienza. È sempre mediata da filtri sempre più pervasivi: il web sopra tutti e, a monte, la tecnologia nella quale il web si manifesta e si incarna. Lo strumento si trasforma non solo in modello di conoscenza ma si immedesima con la conoscenza. Il mondo delle forme si appiattisce dietro schermi dotati di un realismo sempre più convincente che tuttavia movimentano solo immagini di realtà ma non maneggiano realtà.
Il rischio maggiore dell’espulsione dell’esperienza dalla vita è la solitudine o, quantomeno, la profonda trasformazione dell’idea di relazione.
Penso che si possa infatti dire che, da che mondo è mondo, le relazioni hanno rappresentato un’esigenza esistenziale primaria, dalle pulsioni sessuali all’istinto sociale per arrivare alla progressiva costruzione delle forme comunitarie e ai modelli di sociabilità diffusa. Da sempre un essere umano si è relazionato con un altro per condividere esperienze, progetti, sogni. Le relazioni sono sempre state insomma lo strumento dell’uomo per realizzare infine se stesso.
Oggi che le relazioni tradizionali sono sostituite o quantomeno mediate dallo strumento tecnologico, il confine stesso tra sostituzione e mediazione è labile perché la relazione si consuma tramite lo strumento e dunque si immedesima con esso.
E qui sta il grande inganno. Perché la tecnica – che per sua natura dovrebbe essere funzione, cioè svolgere un ruolo servente rispetto alle esigenze umane – viene inevitabilmente a coincidere con la relazione e si sostituisce ad essa.
Se nell’antichità il Foro e poi, nei secoli, i nuclei urbani complessi e poi i luoghi delle istituzioni erano lo spazio fisico in cui si svolgevano le attività del vivere e si manifestavano le relazioni, appare del tutto distonico rispetto all’idea qualitativa di relazione ciò che oggi diventa normale: acquistiamo libri on line mentre le librerie chiudono i battenti, ordiniamo cibo tramite delivery condannando i ristoranti a sonnecchiare, ci ammassiamo nei centri commerciali affidando i nostri acquisti alla grande distribuzione e relegando ai margini il mondo del commercio al dettaglio e dell’artigianato; sviluppiamo e coltiviamo rapporti amicali, affettivi o anche di lavoro affidandone la cura alla comunicazione da remoto; ancora, affidiamo alle piattaforme on web i meccanismi che governano la politica e l’economia e agli algoritmi dei motori di ricerca deleghiamo le funzioni dell’apprendimento e della conoscenza.
Da questo complessivo panorama ciò che scompare tristemente sono dunque le relazioni, sostituite dai supporti comunicativi che assolvono teoricamente al ruolo di funzioni e che, in altri termini, appartengono al regno della quantità.
Proviamo allora a ricongiungere la vita con la relazione depurandola dalla funzione rimanendo ad alcuni degli esempi citati: comprare un libro era una volta essa stessa un’esperienza di relazione: ci si trovava in libreria, si discuteva con gli altri avventori, si facevano conoscenze, si familiarizzava con il libraio, ci si scambiava notizie, esperienze di lettura; e a corollario di tutto questo e a maggior gloria della Conoscenza si sperimentava la bellezza del luogo fisico libreria, l’odore del legno degli scaffali o della carta appena stampata. Il cibo era ed è un’esperienza relazionale fondamentale che ci auguriamo non venga scalfita da questo folle, necessitato andazzo del cibo a domicilio: dai piaceri della convivialità al viaggio nelle tradizioni gastronomiche fino al rapporto con chi prepara il cibo trasformando la materia iniziale degli ingredienti in raffinata esperienza culinaria: relazioni, ancora una volta. Acquistare un capo di abbigliamento, un monile, un profumo, un orologio è esperienza sensoriale, estetica ed è occasione ancora una volta di incontro, di scambio di esperienze, di confronto; è relazione.
Per non dire delle più evidente delle distorsioni, quella in cui si materializza in modo più evidente la sovrapposizione tra relazioni e funzioni: lo strumento della relazione non è più e tanto l’incontro fisico, quello al quale la nostra costituzione biologica ha affidato il meccanismo dell’incontro amicale, sentimentale, familiare, ma è sempre più spesso mediato dal supporto tecnologico: le relazioni diventano neutre, sfumate, filtrate, private del contatto diretto, il più alto dei momenti in cui l’uomo incontra l’Altro, come Michelangelo ha voluto dipingere con infinita sapienza nella Cappella Sistina e come mille e mille poeti hanno cantato da quando esiste l’uomo.
In tutto questo quello che fa più tristezza è che ogni esistenza viene privata di occasioni importanti che all’essere umano regalano appunto le relazioni.

Le relazioni sono infatti esperienza, e sono esperienza autentica; e l’esperienza allena alla conoscenza profonda, radicata, essenziale delle cose, di fronte alla quale si spalancano le porte dell’enorme tempo e della finitezza umana. Cose rispetto alla quale alcuni esercizi salutari come l’ironia, l’arguzia, il saper vivere diventano àncora di salvezza, strumento di orientamento fondamentale e decisiva ragione di vita.
E allora se, come Wilde diceva, l’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori, pensate a quale vita sia condannato l’uomo privato di occasioni di esperienza.
Ma forse sono io che sono solo un uomo del secolo scorso.
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Post scriptum: lo so che non si dovrebbe scrivere, ma non posso fare a meno di confessare che ho scritto queste righe pensando a pezzi di vita e di esperienze che non ci sono più: le chiacchierate notturne parafilosofiche dall’orologiaio di via Epicarmo, i sabato pomeriggio nella libreria di Salvatore Formosa, le mattinate di luglio davanti alla cappelleria di Valerio Valeri e il sorriso generoso e arguto dispensato da Ercole Pilade ad una tavolata di amici davanti ad un’irripetibile insalata di gamberi, succo di arance e cipollina fresca.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][/vc_column][/vc_row]










