Spigolature mi pare perfetto per iniziare questa avventura, dello spigolare.
È una parola antica che significa raccogliere le spighe disperse dopo la mietitura.
Diciamocelo, questa città ne hanno molto bisogno. E ne abbiamo bisogno in generale noi, uomini di un incipiente, zoppicante ventunesimo secolo.
Non dico che si senta certo il bisogno delle mie spigolature, ma che vi sia la esigenza sempre più sentita di mettere insieme i pezzi, questo sì. Perché in questo mondo fluido e sempre più impalpabile, in questa specie di frullato di ipertecnologismo, di economie sempre più monetarie e meno reali, in questa progressiva deflessione planetaria del sapere robusto, a scapito del mondo delle notizie on web incontrollate e incontrollabili elargite a platee sterminate di utenti, ebbene in tutto questo emerge alla fine con forza sempre maggiore e con irrefrenabile spontaneità la ricerca di una identità.
Che piaccia o no, in ogni passaggio critico della storia, si preparano nuovi modelli identitari; e sono processi forti, complessi e pure pericolosi, se si consumano senza consapevolezza ed attenzione e senza bandire dalle nostre menti semplificazioni e ammiccamenti al conformismo culturale. Ma questo è altro discorso e appartiene forse di più, per quella che è la mia percezione delle cose, alla inesistenza nel nostro Paese di un pensiero autenticamente liberale.
Non allarmatevi, quando parlo di identità non c’è niente di complicato né di sciovinistico, solo l’idea di una ricerca che si impone nel tempo e che accompagna una comunità a rimanere viva nella consapevolezza della propria storia, dei propri caratteri, delle proprie esigenze, delle proprie ricchezze. E che si impone anche ai singoli come costruttori e fruitori di modelli di sociabilità che la comunicazione globale non può del tutto esautorare.
Prendete il nostro territorio: almeno dai tempi della creazione della zona industriale sulla costa Nord, Siracusa è alla disperata ricerca della sua identità. Fino alla fine dell’Ottocento possedeva quella di una cittadina fortificata di circa trentamila anime faticosamente rinchiuse all’interno dell’isola di Ortigia, sonnecchiante sulle orme lontane del suo glorioso passato; ed era un’identità sintetizzata dal noto sconfortante motto: Siracusa, terra amurusa, morta di fame e pirucchiusa. Era la città come in fondo si presentava ai viaggiatori, bella, amorevole, baciata sempre dal nostro sole, ma terribilmente depressa nella assenza di prospettive economiche e di crescita sociale.
Dopo la guerra e la creazione della zona industriale, dopo la ripopolazione del territorio con gli abbondanti flussi dei lavoratori del petrolchimico e la creazione di vaste periferie urbane, la città ha cambiato volto ma è rimasta in cerca di un’anima, di un’immagine coerente, di una coscienza civica robusta: insomma di una identità.
La cosa vale oggi più che mai, proprio in questi mesi. Oggi che, come cittadini e come uomini, siamo coinvolti in una specie di terremoto epocale delle coscienze, percosse e avvilite da un virus oscuro e da ombre di sofferenza che immaginavamo non potessero più lambirci; oggi che ci sentiamo più soli e più fragili, che ci sentiamo lontani dagli altri e dalle cose normali che hanno reso finora le nostre esistenze almeno apparentemente confortevoli e felici.
In tutto questo, non sapete, o forse sì, quanto è importante spigolare, quanto è necessario raccogliere ciò che è sparso. Quando ero bambino nelle campagne dei miei nonni non spigolavo il grano ma in alcune occasioni, come la raccolta delle olive, ai bambini si diceva di raccogliere quelle cadute più lontano dall’albero. Era un lavoro duro. Ma non sapete quanti di quei frutti non andavano dispersi. Era la cosa apparentemente più marginale durante la raccolta, ma era quella che ne riassestava gli equilibri, che ne migliorava e ne determinava la resa, che ne chiudeva il cerchio.
Fuori di metafora, quello che scriverò fra il serio e il faceto in questa rubrica di spigolature, si ispirerà a questa idea di fondo: non c’è una grande storia senza le piccole storie che la compongono, non ci sono opere pittoriche senza i segni essenziali che ne determinano forma, tratti, colore; non esiste una consapevolezza civica senza conoscenza delle storie piccole e grandi degli uomini che vi vivono; e non esistono neppure un’anima ed una identità della città se non siamo in grado di coglierne i particolari.
Proveremo a dare, per quanto possibile, un contributo in questo senso. Provare a restituire questa consapevolezza alla città, per quanto è in potere di ciascuno di noi, è un grande atto di amore.











