Raymond Aron e il ’68 francese

condividi news

[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Nel clima del ’68, in cui nelle Università si stava diffondendo un inconsueto cameratismo fra studenti e professori, Raymond Aron dichiarava polemicamente di non aver nessuna voglia “di partecipare al carnevale”. Gli eventi di quei giorni gli richiamavano alla memoria alcune pagine dell’Educazione sentimentale di Flaubert, in cui qualcuno dice: “Compagno, bisogna sopprimere i diplomi!” e si sente rispondere: “No compagno, non bisogna sopprimere i diplomi, è il popolo che deve conferire i diplomi.” Questo atteggiamento attirò ovviamente su lui tutte le critiche del conformismo “rivoluzionario”.

Non credeva che gli avvenimenti del maggio parigino, ad eccezione di qualche momento, potessero confrontarsi, come qualcuno sosteneva, con gli episodi rivoluzionari del XIX secolo. In ciò era confortato dall’opinione del suo amico Alexandre Kojève. Perché vi sia una rivoluzione-commentava Kojève- bisogna che si uccida. A Parigi, i poliziotti, che gli studenti chiamavano SS, non uccidevano nessuno. Tutto ciò, concludeva Kojéve “non è serio, non è una rivoluzione”.

Poco prima di maggio, Pompidou aveva dichiarato che la cosa di cui più andava fiero era la sua politica universitaria, giudicata da Aron, del tutto inadeguata. Aveva infatti consentito un ampio accesso a studenti e docenti, che avvertivano un crescente disagio all’interno di istituzioni inadeguate rispetto alle esigenze di una formazione di massa.

L’incapacità di prevedere gli eventi del ’68 non riguardò solo Pompidou. Il segretario del partito comunista francese del tempo, Waldeck-Rochet, successore di Thorez e predecessore di Marchais, avrebbe dovuto pubblicare un libro dopo l’estate e aveva dichiarato di non avere alcuna fretta di farlo in anticipo, perché, diceva, “non succederà nulla prima di quel periodo”. L’intera classe dirigente si rivelò dunque impreparata.

Per Aron il culto del ’68 è un fenomeno borghese e intellettuale più che proletario. Giudicò la massiccia partecipazione agli scioperi come un fatto meramente ideologico, dal momento che la difesa degli interessi reali del mondo del lavoro risultava del tutto marginale.

A chi legge gli avvenimenti del ’68 evidenziando la debolezza delle istituzioni della Francia gaullista, Aron contrappone una interpretazione in cui mette in luce la fragilità del presunto progetto rivoluzionario, che infatti andò in fumo quando De Gaulle decise di sciogliere l’Assemblea.

Da queste considerazioni emerge l’atteggiamento tipico di Aron, e la sua scelta di non concedere nulla alle emozioni immediate o ai facili entusiasmi. In una intervista del 1976 dichiarava di temere l’immaginazione, che nel ’68 si voleva al potere, “tanto in filosofia quanto in politica”. “Immaginazione” che affascinava Sartre, il quale, quando Aron espresse la sua solidarietà a De Gaulle, scrisse ingiustamente di lui che non era degno di essere un professore. In questo spirito, nella prefazione alla seconda edizione de L’oppio degli intellettuali, che sarà pubblicata proprio nel settembre del ’68, Aron, richiamandosi ironicamente alla critica rivolta da Marx alle astrazioni hegeliane, scrive che intende contrapporsi agli ideologi, che vivono nell’empireo dei concetti astratti.

Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ‘70 si diffuse l’influenza della Nouvelle Gauche. Si trattava di un movimento in cui prevalevano i trotzkisti, che sognavano un ritorno alle radici rivoluzionarie, e gli hippies, orientati verso modelli anticapitalistici e comunitari. Quel che teneva insieme posizioni così diverse era un linguaggio vagamente marxista e il rifiuto tanto del capitalismo quanto della società sovietica. Il comunismo utopico che ne derivava, poteva essere incarnato dalla Cuba di Fidel Castro o dalla Cina di Mao, che i maestri del Cremlino, sottolineava Aron, criticavano perché pretendeva di bruciare le tappe, volendo realizzare il comunismo in una società che non aveva ancora aggiunto il modo di produzione capitalistico.

In questi movimenti, che riconosceranno in Herbert Marcuse il loro profeta, volontarismo, soggettivismo, maoismo, si coniugano con il giovane Marx dei Manoscritti economico filosofici del ’44 , e con la sua critica all’alienazione.

La scelta rivoluzionaria trovava inoltre la sua più autentica motivazione, secondo Aron, “nella fusione col gruppo, nell’ambito dei momenti perfetti dell’apocalisse rivoluzionaria”, teorizzata nella Critica

della ragione dialettica di Sartre.

Questo progetto utopico avrebbe dovuto condurre a una nuova forma di umanità, liberata dall’ineguaglianza e dall’ingiustizia sociale. Con molto realismo, dinnanzi alle critiche, spesso poco credibili, alla società del benessere, Aron ribatteva che proprio questa società “può tollerare, grazie alla sua ricchezza, l’esistenza di comunità hippies”.

Riguardo agli intellettuali, precisava ironicamente che nella categoria non erano mai inclusi gli studenti dell’ENA, che sarebbero stati del tutto indifferenti “a questi esercizi di professori di filosofia parigini”.

Riteneva, con grande lungimiranza, che la Nouvelle Gauche avrebbe potuto realizzare in parte le sue aspirazioni, “soltanto a condizione di rinnovare o arricchire la sintesi democratico-liberale”. Con la sconfitta della componente violenta sarebbe così emerso il suo spirito libertario, e l’esigenza di difendere le libertà civili nell’ambito della cittadinanza democratica.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Elio Cappuccio”][/vc_column][/vc_row]

Primo Piano

ULTIMA ORA

CULTURA

EVENTI

invia segnalazioni