[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]
Sentimi di Tea Ranno, edito nel 2018 da Frassinelli, è un romanzo difficile da incasellare all’interno di una cornice che ne definisca in modo lapidario la tipologia. Sfugge alle grandi categorie del genere e allo stesso tempo ne racchiude molte, ma sorprendentemente si apre a immediate e analogiche suggestioni con generi altri e alti, dal poema alla tragedia.
[/vc_column_text][vc_column_text]In una notte surreale, in una atmosfera onirica, una scrittrice – si legge nella sinossi a cura dell’editore – tornata nel paese natìo, nella piazza, che tante volte l’ha vista bambina, sente e ascolta decine di voci di donne che si trovano adesso in un altrove di cui non si fa menzione.
Le prime pagine, che sono il prologo della vicenda presentano subito alcuni temi che saranno centrali.

Il tema del viaggio ci si presenta subito nella sua accezione letterale, la nostra narratrice-protagonista è in treno per tornare in Sicilia. Il treno le piace perché le permette di arrivare con lentezza, di godere del paesaggio e di osservare la vita che si indovina oltre le finestre eppure questa immagine evoca subito un viaggio per così dire allegorico, nell’intimità delle storie personali, la curiosità e l’interesse per una dimensione profonda alla ricerca di verità che vanno oltre ciò che appare. Durante il viaggio il pensiero va alle sue donne, alle protagoniste dei suoi romanzi e le definisce le diverse sfaccettature del femminile, il diverso modo di porgersi alla vita, comunque il coraggio, la necessità di affermarsi come esseri dotati di una volontà che non si lascia piegare dal male. E così, in un passaggio che sembra divagazione, ci viene presentato il tema centrale dell’opera, le donne, i loro cento volti e le loro cento storie mosse dall’urgenza di affermarsi e di non farsi sopraffare da un male dal multiforme aspetto.
La storia, pur prendendo le mosse in un’atmosfera apparentemente quotidiana, una serata uggiosa, nel silenzio notturno di un piccolo paese degli Iblei, nella densità della nebbia che avvolge la protagonista, ha un incipit potente. L’avvio della vicenda, in modo quasi intuitivo, analogico, ci porta alla memoria, in modo prepotente, l’ingresso dantesco nella sua ‘selva selvaggia’, l’acqua sfarinata dal cielo, la nebbia tanto compatta da poterci nuotare dentro, conservano l’eco dell’incedere di Dante pien di sonno che non sa ben ridir come iniziò il suo viaggio nei regni ultraterreni: eccoci nell’altrove di Tea Ranno, una piazza-teatro di paese avvolta nella nebbia.
L’ingresso in scena di “un brulicame di Sentimi, sentimi”, l’addensarsi di voci nella piazza sono la parodos: entra il coro. La dimensione corale pervade l’intera narrazione, questa era già presente anche in altri romanzi, rappresentata, in maniera quasi verghiana, dalla mentalità comune e ristretta della società di paese che giudica e condanna le vite delle protagoniste, ma qui recupera la sua dimensione classica. In questo romanzo la dimensione corale ci porta indietro nel tempo alla tragedia classica.
Il coro della tragedia greca, oltre che lo spazio fisico in cui vengono eseguiti il canto e la danza – qui costituito dalla piazza- è l’insieme delle persone che danzano e cantano e che spesso danno il titolo all’opera. Queste donne vogliono raccontare la loro versione dei fatti, la loro vita e il modo in cui sono state strappate da essa, il modo e la ragione – la passione – per cui hanno patito o hanno offeso, vogliono essere ascoltate e raccontate per essere liberate dalla calunnia o per ottenere la pace della verità. Il loro Sentimi che dà il titolo all’opera le fa novelle Supplici e il coro si fa personaggio legato da un unico filo: la storia tragica dell’incolpevole Adele su cui incombe un destino di morte e di vendetta per la colpa di altri. D’altronde a quale paura più atavica potrebbe dar vita la storia di Pietra e Rosa? Il dramma familiare di due sorelle che si fa tragedia. Rosa, anche se sposata con Rosario, è innamorata di Tano, il marito di sua sorella e consuma un tradimento terribile e così la colpa ad esso connessa deve essere espiata. Tutto è ricondotto ai sentimenti ancestrali di eros e thanatos. Il desiderio di vendetta di Rosario, marito tradito, si fa thanatos che colpisce subito gli amanti-traditori, ma non si placa con quel sangue, vuole cancellare il frutto, la prova vivente, di quel tradimento: la sua secondogenita Adele.
La fanciulla, con i suoi capelli rossi e i suoi occhi azzurri, che nulla hanno del saracino marito di sua madre, che rende insopportabile il tradimento perché lo esibisce sfacciatamente agli occhi dell’intera comunità, diventa il motore dell’azione, e così la ricerca spasmodica di Rosario nel tentativo di ucciderla e la volontà di salvarla delle donne che raccontano legano, direttamente e indirettamente, tutte le storie di questo coro. Tutto il senso della tragedia è nelle parole di una delle prime donne che racconta, la levatrice, che definisce tutta quella storia una vergogna contro la quale si era abbattuta la mano del destino, e lascia sospesa nella notte, nella nebbia, nell’altrove, nell’eternità la domanda delle domande: Ma i figli? Che colpa ne avevano i figli?
Lo sa bene Pietra, che a dispetto del suo nome di pietra non è, al contrario si fa eros, si prende cura dei figli di sua sorella, li accudisce, li protegge, li cresce e li ama come fossero i suoi ed è lei stessa a definire l’amore come quella cosa che ti piglia l’anima e te la cuoce, t’inzuppa di bene e ti fa fare, nella maggior parte dei casi, la cosa giusta.
Sentimi è un’invocazione anaforica all’ascolto con cui ogni storia inizia; Sentimi è un imperativo categorico e rimanda al significato latino del verbo sentire, radice della parola sentimento.
Sentĭo, sentis, sensi, sensum, sentīre vuol dire sentire, percepire, provare, credere, capire. Ognuno di questi significati è rintracciabile nella costruzione dell’opera. La protagonista sente le storie di tutte le donne morte che le si presentano, le ascolta con attenzione, le trascrive alacremente. La protagonista percepisce a tal punto le donne con i sensi, pur attraverso la nebbia, da dare vita a figure e immagini potenti, teatrali e quasi scultoree: Cettina l’usuraia con le sue mani grondanti di sangue, come di moneta che cade e, cadendo, tintinna metallica che diventano la colonna sonora di quella notte fuori dall’ordinario; Giosetta, che vuole che si faccia luce sulla verità della sua innocenza, con la sua corda al collo, impiccata da Rosario all’albero di fico che dondola per giorni mentre gli uccelli e le mosche ne fanno scempio; Bice, femmina di carbone, bruciata dal sentimento di un amore mai consumato e non in senso metaforico è di carbone perché bruciata viva dalla gelosia del marito; infine Cinzia che arriva annunciata da un terribile e assordante latrare di cani che per tutto il romanzo hanno fatto da sottofondo ai diversi stasimi, e si staglia davanti alla protagonista nuda, con la carne scippata a brandelli, fatta sbranare viva dal marito infedele folle di gelosia che non ha sopportato il suo gesto di ribellione e infine deposta come una vergine avvolta, pietosamente dalle altre donne, nella seta bianca sull’altare della chiesa.

La protagonista sente e prova i loro sentimenti a tal punto che dopo i racconti più intensi, con un’immagine di dantesca memoria, le capita di essere colta da vertigine e addirittura di cadere ‘come corpo morto cade’.
Prova e sente il dolore di Stella, la giovane suora violata prima dal suo confessore e poi dall’orribile morte causata da un aborto riparatore; sente l’invidia della madre superiora per la bellezza di Stella che le rinfaccia la sua bruttezza di corpo e d’animo; sente l’odio per la felicità degli altri di Donna Annettina, novella Eris, dea della discordia, e delle sue lettere anonime che vogliono mettere zizzania.
La protagonista sente e crede che ognuna abbia il diritto di narrare la propria verità anche quando a chi ascolta non piace, come nel caso di Mimma Renzillo, l’odiosa suocera che tanto angariò sua nuora da farla buttare dal balcone.
La protagonista sente e capisce tutte le donne e le loro storie, l’urgenza di raccontarsi di spiegare il perché sono state vittime e talvolta carnefici e avidamente scrive i loro racconti per poi farsi narratrice di una storia più grande in cui la donna è troppo spesso vittima. Vittima della gelosia, vittima della maldicenza, vittima della mentalità retriva che la vuole asservita, compiacente, pudica, vittima di un male che si presenta sotto forma di marito, di padre, di prete, di uomo, di maschilismo.
E come talvolta nel coro il poeta proietta anche il suo doppio nel senso che convoglia in esso tutto il suo sentire, il suo percepire e nel coro il poeta racchiude il suo messaggio più vero, più intenso, così a questo coro di donne la protagonista-scrittrice-autrice affida il suo messaggio: il male o meglio ancora la volontà del male, rappresentata da Rosario (marito, amante, padre…uomo), viene sconfitta da un manipolo di femmine, come a dire che solo le donne possono salvare le donne, che le donne si salvano da sole.
Infine, teatrale e scenografico, arriva l’èxodos, l’uscita di scena del coro. Dopo la notte il cielo si schiarisce e la nebbia si dirada e le donne che avevano parlato dal bianco indistinto si manifestano, appaiono e si mostrano prima di andare via. L’immagine che la penna di Tea Ranno crea è quanto di più vivido possa essere reso con la prosa, ci porta nel coro di un teatro greco alla fine dello spettacolo e si possono quasi toccare, nonostante la loro evanescenza di anime, quelle donne che sorridono dignitose nei loro abiti scuri, nel loro destino che la morte aveva riservato ad ognuna di loro tra cui solo Cinzia spicca bianca nella sua seta.
Come nella parodos la nebbia, allegoria delle anime, fa prigioniera la protagonista con la sua densità, così, alla fine, come un coro si muovono le anime al cenno di una sola per avvolgerla in un immenso abbraccio prima di sparire dopo una notte straordinaria. Come non cogliere e apprezzare
tale circolarità che ci prepara alla catarsi, in cui tutte le emozioni di quella notte cominciano a sciogliersi in lacrime silenziose che rigano il viso della nostra ‘cuntatrice’.
Sentimi racchiude in quelle cento voci, tutti i temi presenti già negli altri romanzi della scrittrice, dalla critica feroce alla mentalità ristretta di certa Sicilia, alla condanna morale del perbenismo ostentato di certi uomini e donne della società bene, dallo smascheramento del bigotto mondo di certi religiosi che si ergono a giudici impietosi delle debolezze umane, alla accusa spietata del maschilismo serpeggiante o ostentato dagli uomini e segretamente alimentato e coltivato dall’invidia di altre donne. E ancora troviamo i drammi familiari, il tema della giustizia e della giusta punizione dei colpevoli, il ruolo della donna nella società e nella famiglia, il rapporto tra vincitori e vinti, sono temi che sono già presenti nella tragedia classica di cui noi siciliani non possiamo, consapevolmente o no, non sentire l’eco lontana eppure pressante, temi ancora di stringente attualità perché universali.
La vicenda si conclude lì dove è cominciata, in una piccola piazza di paese e così come è iniziata la storia si chiude con una sequenza descrittiva in cui predomina la dimensione uditiva. Il viaggio iniziale – quello reale – in treno viene descritto come un viaggio tranquillo fatto di scoppi di risa, bambini che corrono, imprecazioni dovute a ritardi e squilli di cellulari e la stessa atmosfera sentiamo, alla fine del viaggio – quello allegorico – nelle sfaccettature dell’universo femminile, nella piazza che si risveglia, bagnata di luce in cui si sente un chiacchierio, un brulichio, poi la vita degli altri che si indovina negli sguardi e il suono del cellulare che squilla e non dà pace.
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