L’Omosessualità nel mondo greco

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Il legame tra persone dello stesso sesso è sempre esistito in tutte le culture ed interpretato come evento naturale in alcune, mentre in altre condannato come evento contro natura.

Il mondo antico greco considerava l’omosessualità una cosa normale, un fatto che esiste in natura, quindi accettabile. Epperò mai nessun governo – ateniese, spartano o, anche, romano – ha mai elaborato una norma che parificasse una unione di fatto tra omosessuali al normale matrimonio tra persone di diverso sesso.

La ragione di ciò è da attribuire al significato del matrimonio, legato alla facoltà della procreazione: linguisticamente il matrimonio greco (γάμος) prevedeva un γαμέτnς (sposo) e una γαμετή (sposa); il termine latino matrimonium è derivato da mater (madre), è naturalmente impossibile che in una coppia omosessuale qualcuno/a divenga “madre”.

Il matrimonio, inoltre, nell’antichità, era prima di tutto un contratto destinato a produrre benefici, come una prole che mantenesse il genitore anziano e inabile nell’età tarda, alleanze politiche, trasferimento di patrimonio, accrescimento della potenza militare della comunità. Non era infatti pensato idealmente per soddisfare un bisogno affettivo individuale.

Si può certamente affermare che l’amore, come lo intendiamo noi oggi, non esisteva nel matrimonio greco. Questo non significa assolutamente che l’amore coniugale non potesse affermarsi entro la cornice coniugale. Ma l’istituzione matrimoniale in sé non contemplava l’esistenza di sentimenti reciproci di amore o affettività. L’amore in Grecia era un gradito extra che poteva presentarsi dopo il matrimonio ma non la ragione per cui il matrimonio avveniva.

Anche per i ricchi il matrimonio era un obbligo: se non economico, dinastico.

Sosia, Achille che cura Patroclo (Kylix a figure rosse)

L’omosessualità esclusiva era un privilegio di pochi. L’atteggiamento del mondo classico nei confronti dei comportamenti omosessuali differiva da quello attuale anche per altri motivi. Principalmente il giudizio sociale relativo agli atti sessuali non si basava sulla scelta del genere sessuale del o della partner sessuale, (si potevano amare uomini e donne indistintamente, in quanto i greci nell’amore cercavano il bello indipendentemente dal sesso di chi amavano) ma si basava sulla scelta del ruolo sessuale rivestito dal maschio nel coito (attivo o passivo). Il ruolo attivo era considerato segno di mascolinità anche all’interno di un rapporto omosessuale, mentre qualsiasi tipo di passività era violentemente disprezzata. Una seconda differenza riguarda il fatto che nell’antichità il criterio per stabilire la liceità dell’atto omosessuale non si basava sul raggiungimento o meno della cosiddetta età del consenso di entrambi i partner, bensì sulla condizione personale (uomo libero o schiavo) del soggetto passivo. Era lecito un rapporto sessuale anche con un bambino, se schiavo, era illecito un rapporto con un adolescente consenziente ormai uomo se l’adolescente era un cittadino e subiva il ruolo passivo. Da questo punto di vista, è particolarmente lontano dalla mentalità odierna il concetto di stupro consensuale, che invece esiste nel diritto romano nel caso di un rapporto sessuale proibito dalla legge, anche quando entrambi i partner erano consenzienti. Stuprum, in latino, infatti significa anche rapporto sessuale fra persone consenzienti ma proibito dalla legge.

Nella Grecia classica era pratica corrente la pederastia, in cui un adolescente (passivo), tra i dodici e i diciassette anni, era “educato” da un adulto (attivo). La fase passiva nella vita di un uomo aveva quindi connotati, oltre che carnali veri e propri, pedagogici e simbolici (sottomissione all’ordine costituito). Se oltrepassare questi limiti d’età verso l’alto era una questione di gusto personale, verso il basso invece era una colpa: la tenera età non permetteva di conoscere il vero valore dell’amato. L’attenzione data all’età ha poi contribuito a rendere il corpo dell’adolescente sinonimo di perfezione, giovane e delicato di forme, specialmente se in lui la virilità non è ancora presente ma se

ne intravedono i futuri tratti. Superata l’adolescenza, il maschio greco doveva rivolgersi all’eterosessualità nel matrimonio, ma nulla gli impediva (alla fedeltà era tenuta solo la donna) di avere rapporti sia con altre donne sia con giovinetti, purché svolgesse il ruolo di partner attivo. La passività dopo la fase dell’adolescenza era riservata ai prostituti, che non godevano di diritti civici, anche se erano tutelati dalla Stato, in quanto erano iscritti in un apposito registro ed erano tenuti a versare un tributo sul guadagno. Per il maschio adulto passivo vi erano sanzioni sociali e, naturalmente, molti disprezzo e derisione.

Il mondo greco trovava nella mitologia numerosi esempi di coppie omosessuali sia tra figure divine che eroiche (Zeus e Ganimede, Apollo e Giacinto o tra lo stesso Apollo e Ciparisso, come tra Eracle e Iolao ed Ila, o ancora tra Teseo e Piritoo), così come la letteratura: non sono difficili da trovare tracce di amori omosessuali nei poemi omerici, per esempio nell’Iliade viene narrato il rimprovero di Teti (madre di Achille), per il fatto che Achille aveva prolungato troppo la fase del suo amore per Patroclo. “Achille”, continua Teti, “devi continuare a vivere e dimenticare Patroclo, prendere moglie, com’é giusto che sia”.

Per Platone esistono vari tipi di amore: 1) un amore volgare, di uomini che amano indifferentemente ragazzi o donne, che risponde al bisogno di soddisfare le pulsioni tramite l’atto sessuale; 2) un amore più puro, che invece è rivolto solo verso i ragazzi”, l’amore perfetto. Si trattava di un modo riconosciuto di formazione delle élites sociali, che traduceva la relazione maestro-allievo. Alcuni studi hanno mostrato che gli antichi greci credevano che lo sperma fosse la fonte del sapere, della conoscenza, e che queste relazioni servissero a passare una sorta di testimone dall’erastès (l’amante) all’eròmenos (l’amato). Era considerato in generale normale per un uomo essere attratto da un ragazzo, il quale doveva tuttavia possedere la kalokagathia, cioè le due caratteristiche della bellezza e del valore (essere καλός, ossia “bello” e ἀγαθός, “buono”, “coraggioso”, “onesto”).

L’amore di Socrate per Alcibiade di C. Wilhelm Eckersberg 1813-1816

L’origine del fenomeno dell’omosessualità nell’antica Grecia va cercata nelle prime formazioni tribali elleniche, dove la struttura sociale era divisa per classi d’età. Il passaggio dell’individuo da una classe all’altra veniva rappresentato con uno specifico cerimoniale che prevedeva l’allontanamento per un certo periodo del giovane dalla comunità, lontano dalle regole della vita civile ed a contatto con la natura. Il giovane veniva affidato ad un uomo con lo scopo di educarlo ad una vita sempre più responsabile, e durante questi riti di emarginazione si verificava il rapporto affettivo omosessuale fra i due.

In questo periodo, se il ragazzo voleva, la coppia praticava attività sessuali. Si considerava normale che il ragazzo si offrisse al suo maestro per desiderio e come segno di riconoscenza per gli sforzi che costui consacrava alla sua formazione. Al termine del periodo il ragazzo era ricondotto in città e veniva festeggiato pubblicamente il suo ritorno e la sua “rinascita” nella società, nella quale poteva ora assumere il suo ruolo di uomo e cittadino. Adesso pure poteva denunciare l’adulto e rompere le relazioni se costui lo aveva costretto. Tre doni rituali erano d’obbligo: un bue, un’armatura e una coppa, in riferimento all’agricoltura, alla guerra e alla religione. Questa iniziazione rituale non riguardava (come rivela anche il costo notevole dei tre doni rituali) l’insieme dei cittadini, ma solo i membri delle élites dominanti. Questo tipo di rapporto era previsto e regolato dalle leggi (codice di Licurgo). L’uomo doveva preliminarmente guadagnarsi l’affezione del ragazzo, a differenza che a Creta o ad Atene, dove questo consenso, sebbene considerato preferibile, non era tuttavia richiesto. Ad Atene la pratica sembra aver subito un’evoluzione, trasformandosi da rituale aristocratico e guerriero rivolto alla formazione dei giovani, in uso meno rigoroso,

maggiormente centrato sull’estetica e i sensi. Questa differente modalità comportò deviazioni, spesso criticate dagli autori antichi. Degli uomini potevano rivaleggiare in regali nel cercare di conquistarsi le attenzioni di un ragazzo e alcuni giovani ne approfittavano, accordando i propri favori al più alto offerente. Contro questa sorta di prostituzione, si mosse Platone, criticando prima le deviazioni di questa pratica istituzionalizzata (nei dialoghi del Simposio e di Fedro) e successivamente arrivando ad ipotizzarne l’abolizione nel testo de Le Leggi. Dall’Eroticos di Demostene ricaviamo molte informazioni sulle pressioni cui era sottoposto il giovane nei rapporti tra uomo e ragazzo: il giovane amato, essendo tale per la propria nobile natura, non deve mai e poi mai comportarsi in maniera tale da essere coperto d’infamia. La sua onorabilità va preservata non per salvaguardare le possibilità di sposarsi quanto perché, se non la mantenesse, potrebbe mettere a rischio il suo futuro status nella città – pertanto il giovane ha l’obbligo di preservare la propria virtù, e di impegnarsi a preservare quella dei giovani una volta divenuto adulto – l’adolescenza è per lui un test, in cui si verifica la sua virtù: quando sarà diciottenne sarà sottoposto alla dokimasia (esame con cui si veniva abilitati a ricoprire cariche pubbliche) e la sua condotta morale durante l’adolescenza sarà presa in esame. Il motivo per cui il giovane perdeva la propria onorabilità nel concedersi come oggetto all’amante è da ricercarsi nel parallelismo tra rapporto sessuale e rapporto sociale: se infatti il ruolo attivo veniva glorificato in quanto espressione di superiorità sul partner, ne consegue che l’inevitabile passività di un partner doveva portare a disistima. È questa la chiave per comprendere i diversi atteggiamenti dei greci sul rapporto uomo-ragazzo: esso era glorificato in quanto il ragazzo era espressione della massima bellezza, e al tempo stesso considerato contro natura da alcuni in quanto femminilizzava (rendeva quindi inferiore) un uomo libero. Con gli schiavi e con le donne non era un problema – i primi erano considerati oggetti, non solo nella pratica sessuale, mentre le donne concedendosi come sottomesse non venivano biasimate: questo era il loro ruolo per natura, e sottomettersi era anzi considerato degno di stima in quanto rispettavano lo status che la natura aveva imposto loro – con un ragazzo, cioè un uomo libero che in futuro avrebbe partecipato al governo della polis, il problema si poneva. Se avesse accettato la passività – e pertanto l’inferiorità al giovane sarebbe stato precluso ogni incarico pubblico.

 

E le donne? Esse erano considerate solo ai fini della riproduzione: buone mamme. Non avevano diritti, di nessun genere, addirittura per un periodo non potevano neanche ereditare, erano gli esseri invisibili della comunità, al pari degli schiavi o dei bambini.

 

Il Tiaso della poetessa Saffo a Lesbo

Achille ferito, scultura di I. Fraccaroli 1842

Il tìaso era una sorte di associazione culturale dedicata ad Afrodite cui partecipavano ragazze provenienti da diversi centri dell’isola di Lesbo e da altre parti del mondo egeo, soprattutto dall’Asia Minore. Le giovani ricevevano una formazione sociale e culturale raffinata: imparavano a suonare la lira, si esercitavano nella danza e nel canto, imparavano l’arte di drappeggiarsi la veste, di incedere con eleganza, di intrecciare ghirlande, ma soprattutto imparavano a onorare la dea sia mediante la celebrazione di riti religiosi collettivi sia attraverso l’abbandono all’eros. Tale educazione le formava in vista delle funzioni cui erano chiamate le giovani dell’alta società: fra queste la principale era il matrimonio. Evidentemente la condizione della donna, nell’isola di Lesbo, ma forse anche nella

vicina Ionia da cui provenivano alcune delle allieve di Saffo era notevolmente più elevata che in altre parti della Grecia. Nella democratica Atene le ragazze del ceto elevato non ricevevano una simile istruzione. Il tiaso di Saffo non era l’unica istituzione del genere nell’isola di Lesbo, come testimoniano altri frammenti in cui la poetessa attacca e critica le istitutrici di tiasi rivali. In tali scuole, aristocratiche, elitarie e chiuse, era possibile, anzi molto probabile, che si praticassero anche rapporti omosessuali. Le liriche di Saffo dimostrano una sensibilità armoniosa di tale pratica, che non si abbassa mai a volgarità o solo a pura effervescenza dei sensi.

 

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