[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Tutta l’isola è stata meta di una fitta schiera di viaggiatori, aristocratici, scrittori, poeti, pensatori. Ai loro occhi, la magnificenza dei segni culturali ed artistici della “grecità” infondeva all’isola il carattere del mito realizzato. Chi, meglio di Goethe, poteva inaugurare e custodire il mito della grecità come simbolo di una “individualità” in grado di conquistare la propria “legge”, la propria forma perfetta e conchiusa? «Dobbiamo conoscere ciò che è nostro come ciò che ci è estraneo, è per questo che a noi i greci sono necessari»: questo passo di Hölderlin apre una breve prefazione di Hugo von Hofmannsthal ad un libro di fotografie della Sicilia di Paul Hommel del 1926. La sua prosa tradisce la distanza che la separa dalla aura delle descrizioni di Goethe, pur se il suo sguardo cerca una prossimità con ciò che il grande poeta ha visto nel suo viaggio in Sicilia. Così Hofmannsthal sull’isola: «mai il suo spirito fu in più superbo equilibrio tra l’assoluto e il relativo che nel momento in cui pose il piede in questa felice terra inondata di luce. Tutta la natura, tutto l’agitarsi degli uomini, il crescere delle piante, persino il divenire delle pietre. Ogni singola cosa parla di se stessa, tutte insieme parlano un linguaggio sublime, altissimo che ci tocca nel profondo». In questa mitizzazione si avverte una sorta di naturalizzazione della storia, che è quasi una divinizzazione dell’umano. E, descrivendo Siracusa, «…qui approda Platone […], qui Platen esala l’ultimo respiro».
Permangono tracce di Humanismus. Pulsa ancora quell’armonia delle parti, che è affermazione del carattere comunitario dello spazio, valore della totalità. La polis sembra scandire il rapporto quasi organico tra natura e spirito, tra il tempo dell’individuo, il suo vissuto, e i tempi della città, del suo corpo comunitario. Come se la contrapposizione tra Kultur e Zivilisation fosse di là da venire. Agli occhi incantati di questi viaggiatori, la Sicilia appare sia come luogo felice della sintesi di natura e spirito, spazio possibile di una “piena individualità” sia, ad un tempo, come luogo perturbante, carico di rischi e pericoli, per le possibili disavventure di incontri con briganti o presunti “selvaggi”. Un’immagine che poteva avere una sua ragione per i viaggiatori del XVII o XIX secolo, ma che albergava, a volte, tra qualche viaggiatore che, nel ‘900, l’hanno visitata in lungo e in largo, nella veste di “turisti”.
L’11 settembre del 1910, soggiornando a Palermo, così Sigmund Freud sintetizza, in una lettera alla moglie Martha, il venir meno dei suoi pregiudizi: «devo vivamente contraddire l’impressione, che nutrivo bensì pure io, che qui in Sicilia si sia per così dire tra selvaggi ed esposti a straordinari pericoli. Si hanno le stesse sensazioni e le stesse condizioni di vita che ci sono a Firenze o a Roma. Per lo meno, a Palermo è così, e in campagna e nelle città più piccole sarà di certo più primitivo, ma non più sconvolgente»
In quegli anni, il pendolo delle descrizioni dell’isola e di Siracusa oscilla ancora tra l’incanto e lo sguardo più distaccato. Se Otto Weininger, il filosofo austriaco, autore di “Sesso e carattere”, da Siracusa, dove soggiornò nel 1903, prova a descrivere la Sicilia come la “regione più singolare del mondo”, appena quattordici anni prima, Yorck von Wartenburg, riferendosi al legame tra Siracusa e lo spirito greco, così annotava nel suo Diario italiano: «nel teatro, dai cui giardini c’è la vista sul mare azzurro, sedette Platone, lì furono rappresentate le tragedie di Eschilo. Ma lo spirito di quel sommo greco qui non divenne carne. Esso soffiò e si disperse nell’acqua. Siracusa fiorì come un fiore meraviglioso, fiorì soltanto, non portò alcun frutto. Essa fu solo un’eco della Grecia, che morì con voce di invocazione. Qui tutto ciò che è vissuto, senza essere solo natura, è morto».

Tornando a Freud, il desiderio di immergersi nel magma dell’archeologia siciliana è forte per il legame tra il lavoro dell’archeologo e quello dell’analista. L’analogia tra lo “scavo” archeologico e lo scavo nella “psiche” sta proprio nel fatto che se con il primo, nel far affiorare i resti del passato, qualcosa è andato irrimediabilmente perduto, con il secondo, all’interno del soggetto, «tutto l’essenziale si è preservato, perfino ciò che sembra completamente dimenticato è ancora presente da qualche parte», e farlo affiorare è solo un problema di “tecnica analitica”. Il padre della psicanalisi ne dà conferma in occasione della visita a Selinunte e Segesta: Freud dimentica il nome della città in cui lui e il suo giovane adepto, Sándor Ferenczi, avevano pernottato (Castelvetrano), legando l’episodio ad un ricordo molto lontano, di carattere “psicanalitico”. Essendo il fondatore della psicanalisi già di là con gli anni, rispetto al suo accompagnatore, la seconda parte del nome del luogo (“Castel-“vetrano”) gli aveva evocato la parola “veterano”, quasi a rievocare così una inconscia pulsione erotica (sul tema, Rosalba Galvagno, “I viaggi di Freud in Sicilia e in Magna Grecia”).
Ma è Ernst Jünger, nei suoi “Viaggi in Sicilia” (Sellerio, 1993) a dipingere l’isola come un luogo in cui natura e storia s’incontrano nel loro carattere “elementare”. L’acuto indagatore della tecnica, il 23 aprile del 1929, di ritorno da Alcamo, tratteggia la “sicilianità” con le lenti dell’entomologo e ne vale la lunga citazione. Scrive Jünger: «è singolare la maniera in cui il sole disfa la pietra avvolgendola fino al nucleo nella vampa aurata. Dapprima la patina del tempo fa invecchiare le cose, ma poi sopprime le tracce della storia e restituisce le opere alla natura. Presagiamo che qui anche la vita ha smarrito la sua dimensione storica e pulsa in guisa più istintiva ed elementare. Questa sensazione si avverte in Sicilia in modo speciale; ciò offre la misura della profondità con cui l’elemento africano penetra ed intride le strutture con la sua forza primordiale. Il terreno è troppo vigoroso perché vi attecchiscano forme spirituali come quelle dello Stato; sulla sua superficie esse scivolano via, limitandosi tutt’al più a saggiarlo; il più delle volte se ne distaccano. Questo spiega perché i legami naturali, come la famiglia, risaltino tanto più significativamente».
Qui Jünger coglie intuitivamente una sorta di fenomenologia “antistatale” dell’antropologia del siciliano, esprimendola con una folgorante lucidità. Quasi una densa descrizione, ante litteram, del carattere di un Sud Italia – per analogia e su un differente registro linguistico – che, trent’anni dopo, il sociologo Edward Banfield avrebbe provato a definire nei termini di “familismo amorale”. Mentre nel secondo viaggio del 1977, Ernst Jünger fotografa non l’armonia dell’elementare ma lo stridore del chiasso – questa volta in Ortigia –, in una Siracusa moderna, immemore del proprio portante passato: «queste periferie, paragonate a quelle di una volta, si sono offuscate – adesso al posto di Demetra sembra dominare l’abietto Efesto; c’è odore di ferro, di gomma, di olio. I rifiuti sono in parte stipati in sacchi di plastica nera, ma poi si provvede raramente a ritirarli. Fragori di motori davanti alle stazioni di servizio».
Mentre in altri, lo splendore di un’archeologia eterna fa affiorare nella memoria tracce indelebili, riannodando i fili di esperienze intime e personali. Come quelle che rapiscono Hannah Arendt, che, girovagando tra Siracusa e Palazzolo, nell’estate del 1970 fotografa il teatro greco, ed è subito colta dal desiderio di inviare alcune foto dei luoghi visitati a colui che era stato, a partire dal 1924, il suo amante segreto: il maestro e filosofo Martin Heidegger, annotando con malinconia: «le tue cose mi accompagnano, diventano una specie di ambiente abituale».
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