Pedersi a Catania, con Noia e Catabasi

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]La produzione di Sebastiano Addamo

Molti libri sono difficili da reperire già poco tempo dopo la loro pubblicazione, vale a dire che sono ancora reperibili, ma a prezzo di accurate e pazienti ricerche, che negli ultimi anni dalle bancarelle dei libri usati sono state più proficuamente trasferiti sul Web; la disponibilità dei libri e la possibilità di condurre accurate ricerche dei libri stessi, intendiamo dire. Questione di fisime, si potrà obiettare, di inezie, delle quali si potrebbe utilmente fare a meno. Dipende. Vale a dire che dipende da quanto si sia disposti a lasciarsi irretire dalla lettura. E tuttavia non siamo qui a discutere se il libro sia un feticcio oppure, no. Certamente non lo è quando il libro in questione ci lasci dubbiosi, generi in noi domande e fomenti la nostra riflessione. Vorremmo che così fosse per i lettori di ogni tempo, che quindi anche dopo svariati anni ciascuno abbia l’opportunità di leggere questi che a tutti gli effetti potrebbero essere considerati per quello che sono, ossia veri e propri classici. E tuttavia molti scrittori degni di nota e di attenzione del Secondo Novecento (e anche dei primi del Ventunesimo secolo) sono scomparsi dalle librerie e di loro si discute poco o nulla; ne citiamo due a titolo d’esempio: Angelo Fiore e Antonio Pizzuto, dei quali esistono rispettivamente due o tre libri ristampati oltre dieci anni fa. In maniera del tutto specifica ci riferiamo, poi, alla produzione letteraria di Sebastiano Addamo, di cui la gran parte delle opere stanno divenendo pressoché introvabili. Opere come Non si fa mai giorno, Le linee della mano, Palinsesti borghesi, Le abitudini e l’assenza sono reperibili solo nelle rispettive edizioni originali; non vengono ristampate; nessuno ha mai provveduto a predisporne apposite antologie. In particolare, nessuna delle case editrici che a suo tempo ne ha pubblicato via via le opere, oggi si ricorda neanche più di Sebastiano Addamo. Eppure, le opere dello scrittore siciliano, a leggerle ancora oggi, sono fresche e palpitanti. Si prestano al pensiero e alla meditazione almeno quanto al cimento dei sentimenti: Addamo scruta e compulsa la propria coscienza, invitando noi a fare altrettanto. E tutto questo, per così dire, sotto le due specie letterarie della narrativa e della poesia, non disdegnando peraltro la ricerca e la critica letteraria. Vi è cioè nella scrittura di Addamo una oscillazione che certamente si manifesta attraverso il linguaggio, ma che è senz’altro da attribuirsi all’indole del narratore poeta, la quale si presta a fare da grancassa (di risonanza) alle inquietudini che gli sono proprie e che sono quelle stesse che agitano tutti gli esseri umani. Sebastiano Addamo negli scritti in prosa mantiene una forte ispirazione poetica e nella composizione in versi, una ugualmente robusta tensione alla narrazione. Si prenda a esempio il volume La metafora dietro a noi, dove il pensiero filosofico (e scientifico) fa il paio con la granitica determinazione dello scrittore a raccontare e raccontarsi; il tutto immancabilmente ammantato nella propria personale visione poetica del mondo. Si consideri il termine ammantare in riferimento alla poesia non come un elemento estrinseco, quanto piuttosto come un elemento essenziale, indispensabile proprio perché l’essenziale è poesia. Scrive a pag. 47 (La metafora dietro a noi, Spirali edizioni, Milano 1980):

Addamo con l’amico L. Sciascia

«Adesso che la menzogna è aleatoria e minacciosa gli specchi all’infinito moltiplicano immagini e fantasmi. S’inseguono inseguendoci. Non andare in nessun posto di preciso è l’unico mezzo per arrivare da qualche parte. Alcuni lo sanno. La meta si sceglie se non c’è più dove andare, due volte non si scende nello stesso fiume. C’è giallo profumo di gelsomini crepuscolare colore di poesia. Viaggiare non è ritrovarsi; è inventare».

 

Il riferimento non troppo velato a Eraclito nasconde un sottile tormento, che con la fisica protonovecentesca sembra avere più d’un legame, afferente alla meccanica quantistica e alla concezione probabilistica della natura fisica dei fenomeni. Per esempio con il fisico premio Nobel Werner Karl Heisemberg, o più precisamente con il suo Principio d’indeterminazione, secondo il quale non è possibile calcolare contestualmente di una particella, posizione e velocità. È forse questo che Alcuni sanno? Rimaniamo invariabilmente nel dubbio. Non deve però lasciare perplessi la perentoria affermazione a chiusura del brano: «Viaggiare — nel tempo e nello spazio — non è ritrovarsi; è inventare». Sopra ogni cosa c’è la enigmatica quanto pervasiva dimensione poetica, appunto. Il viaggio è un’invenzione della mente, e questo vale sia nella scienza — che si affida al calcolo delle probabilità — che nella vita quotidiana, che perciò stesso vive nell’aspirazione neanche troppo segreta a essere raccontata.

In quanto alla narrazione vera e propria, ossia ai momenti nei quali il flusso della storia si distende, prende corpo, si svolge in un tempo, mostra titubanze e singolari accelerazioni, l’itinerario proposto da Sebastiano Addamo non è meno esatto: tutte le strade portano in fondo alla coscienza, specie se tortuose e sconosciute. Le strade della sua Catania, annoiata e sonnolenta almeno tanto quanto dinamica e a tratti caotica conducono in effetti a quanto di più scabroso e inconfessabile ci sia. E la parabola che immancabilmente va compiendosi è sempre quella: «Non andare in nessun posto di preciso è l’unico mezzo per arrivare da qualche parte». Nel racconto Noia a Catania (Non si fa mai giorno, Sellerio, Palermo 1995) il protagonista, “lui”, ci fornisce uno spaccato delle vite dei suoi amici e della sua, sospese come sono tra il desiderio di fuga dalla realtà, che mai è stato soddisfatto e mai lo sarà, e il progressivo sprofondamento nelle sabbie mobili della consuetudine. Finché la morte non si para all’orizzonte come unico evento che prima o poi si realizzerà in un modo o in un altro. Una cosa è infatti averne astratta consapevolezza, altro è vederla portarsi via l’amico Luigi e incombere concretamente sulla propria vita, con l’avanzare inesorabile dell’età. Ed è sempre lui, il protagonista che abbozza una descrizione della città nelle sue inaspettate evoluzioni, individua percorsi e snodi essenziali, punti notevoli. Ogni elemento però sembra stare lì non tanto a guidare gli spostamenti delle persone, quanto piuttosto a consentire che ci si possa liberamente smarrire e a permettere che proprio lui, il protagonista, seguendo il deflusso dei propri pensieri, finisca per venire quasi inghiottito dal quartiere malfamato nel centro storico di Catania. Dalla zona che prima era abitata dalle prostitute e successivamente si è riempita di banche, considerate alla stregua di quelle stesse prostitute che prima ne affollavano le strade, a quella dove ora le medesime prostitute sono state trasferite il passo era stato breve e impercettibile. Ma certamente non indolore. Il protagonista comincia a vagare, procede senza opporre resistenza, anzi sprofondando di buon grado nella perversione e nel vizio, appartandosi con una prostituta e raccontando di sensazioni e pensieri altrimenti inconfessabili. Una vera e propria catabasi, nel senso che per i greci e per i romani aveva; esisteva cioè per essi un solo oltretomba dove tutti democraticamente andavano dopo la loro morte. Come Ulisse nell’XI canto dell’Odissea. Il racconto che il protagonista ne fa è crudo e denso di implicazioni (Noia a Catania, in Non si fa mai giorno, Sellerio, Palermo 1995, p. 50):

addamo

«La donna si avvicinò (o lui s’era accostato?), disse qualcosa; spinse la mano e avvertì l’umido appiccicaticcio della peluria, le dita penetrarono in un buco devitalizzato tra mucose spente e fredde. Le sue dita giravano a vuoto, non trovavano appigli. Capì che altra e diversa era la vita che cercava; e perciò inutilmente stava inseguendola; che quando la si insegue è già perduta».

 

L’epilogo della storia è però positivo e propositivo. Il protagonista improvvisamente fugge da quell’amplesso, che aveva provocato il lui il disgusto e un profondo senso di vuoto, ma che aveva avuto anche l’effetto di ridestarlo; gli aveva fatto comprendere come si trovasse in un luogo di

Catania e della sua coscienza che assolutamente gli era estraneo e ostile. Zuppo di pioggia, trafelato, ma convinto d’avere d’un tratto superato le sue peggiori paure, le peggiori angosce: Sono contento — farfuglia di fronte alla moglie, una volta giunto finalmente a casa. E d’altra parte, come Sebastiano Addamo dice in una sua poesia contenuta nel volume Le linee della mano (Garzanti, Milano 1990, p. 49): nessuno passa soltanto per aiutarti / c’è il lungo rimbombo dei tuoi passi / se mai aiuto è l’ascolto di se stessi. Come dire che non esiste altro modo per superare i momenti più difficili che non sia percorrere fino in fondo le vie che conducono alla propria coscienza, passando attraverso l’esperienza, perché queste sono imperscrutabili e imprescindibili. Bisogna perdersi per potersi autenticamente ritrovare.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Massimiliano Magnano”][/vc_column][/vc_row]

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