[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]C’erano una volta i maschi e le femmine. Ora che ci sono quelli del movimento lgbtq+ (vi basti l’acronimo), vengono fuori coloro che teorizzano la rivoluzione della lingua, giudicata inadeguata a definire i nuovi generi emergenti e dunque discriminatoria. Tra questi teorici, un certo rilievo sta acquisendo la sociolinguista Vera Gheno, la quale ha proposto di utilizzare la vocale indoeuropea ‘indistinta’ chiamata schwa, presente anche nell’alfabeto fonetico internazionale, e che è una piccola ‘e’ rovesciata (ә), indicata ora come soluzione per superare il cosiddetto binarismo di genere.
Questa vocale non è affatto una novità anche per i parlanti (che però – tranne i linguisti e i professori di lingue antiche e moderne – non sanno che, quando lo pronunciano, stanno usando lo schwa!), in particolare gli anglofoni, perché la lingua inglese abbonda di quel suono indistinto. Ma la trovate anche sulla bocca dei meridionali, nei cui dialetti è usata a profusione. Come, per fare un solo esempio, nella voce napoletana “quann”, dove la vocale finale non è ‘e’, “quanne”, ma appunto lo schwa, quannә, perché il suono è indistinto.

Ora la Gheno sostiene che, quando ci si rivolge a uno del movimento lgbtq+, si debba ricorrere allo schwa: gentilә signorә etc. Ne ha tratto le immediate conseguenze il Comune di Castelfranco Emilia, che in un post pubblicato su Facebook ha annunciato agli abitanti che «a partire da mercoledì #7aprile moltǝ nostrǝ bambinǝ e ragazzǝ potranno tornare in classe!».
Ora, davanti a simili proposte linguistiche, non bisogna assumere atteggiamenti moralistici (“di questo passo, dove andremo a finire, signora mia!”) o apocalittici, come paventava Orwell riguardo alla “neolingua” dei regimi totalitari. Bisogna invece osservare l’iniziativa come un fatto storico e vedere se si imporrà e diventerà patrimonio comune dei parlanti. Come sempre, è il tempo il grande scultore. Proprio per questa basilare ragione, è doveroso soffermarsi su un principio elementare cui soggiacciono le lingue: che le parole hanno una storia e con il tempo cambiano accezioni, connotazioni e persino significati. E gli artefici di tali slittamenti semantici sono quasi sempre i parlanti. I quali, non dimentichiamolo, anche muoiono, come le parole e le lingue che essi creano.
Prendiamo, a mo’ d’esempio, una parola “sensibile”: l’aggettivo “negro”, che deriva pari pari dal latino “niger, nigra, nigrum”, il cui significato ‘coloristico’ “nero” assume, già in latino, una valenza metaforica negativa, legata non solo alle condizioni climatiche (“nigri venti” in Orazio sono ‘venti di tempesta’), ma anche alla morte (“nigra hora” chiama Tibullo “l’ora della morte”) e, infine, al giudizio etico, per cui un “homo niger” è un “uomo malvagio”.
Quanto alla parola inglese “nigger”, essa esiste dalla fine del 1700. Basata sullo spagnolo “negro” e sul francese “nègre”, cioè sulle due lingue i cui parlanti nativi di Spagna e di Francia furono i primi colonialisti a ‘commerciare’ i neri africani, probabilmente è entrata nella lingua inglese tramite dialetti del nord dell’Inghilterra, e poi è diventata appunto “nigger”. Fin da subito è stata la parola, in inglese, che portava con sé l’infamia e il disprezzo che i bianchi riservavano ai neri (e perfino applicata ad altre etnie incontrate negli imperi coloniali). La parola ha attraversato tutto lo schiavismo (e poteva anche
essere pronunciata con normalità, ma rivolta ad esseri considerati subumani). Quando lo schiavismo è terminato, è diventata un feroce insulto, per via della sottintesa subumanità. Ancora oggi è considerata estremamente offensiva.
La parola inglese “Negro” è più antica, circa 1500, ed entra direttamente in inglese senza modifiche dallo spagnolo. In inglese è stata usata per indicare popolazioni afroamericane (e in tal caso si scrive con la maiuscola). Verso il 1960-70 “Negro” è stato per lo più rimpiazzato dal non offensivo “black”. Oggi la parola è sempre più in disuso ed è considerata accettabile quando si parla in modo più o meno formale di circostanze storiche e sociali. Per questo nessuno ha da ridire sul “Negro fund”, un’organizzazione filantropica americana che finanzia borse di studio per studenti neri e fondi per borse di studio generali per 37 college e università privati storicamente neri. In altri contesti meno formali è da maneggiare con cautela in quanto suggerisce che chi la usa voglia riportare il discorso a PRIMA dei diritti civili degli anni ’50 e ’60 e potrebbe facilmente essere interpretata come offensiva (soprattutto se detta da un bianco). Qualche anziano tuttora ritiene sé stesso “Negro” per motivi identitari, in quanto originariamente definito in tale modo (per esempio nel censimento).

Come sempre, più della ricerca saggistica, a illuminare meglio il “cuore di tenebra” della parola, di ‘quella’ parola, è la letteratura. Tra le scrittrici afroamericane che hanno denunciato la “vergogna” del razzismo Wasp, un posto di rilievo spetta a Toni Morrison (1931-2019), Premio Nobel per la letteratura nel 1993 (fu lei che, ricevendo il Nobel, ebbe a dire: “La lingua non è in grado di ‘definire’ la schiavitù, il genocidio, la guerra. Né dovrebbe essere arrogante da volerlo fare. La sua forza, la sua felicità sta nell’aspirare all’ineffabile”), autrice di un romanzo fondamentale, «Amatissima» (Frassinelli 1988, Sperling&Kupfer 1996), un libro che scotta, solo a toccarlo (figurarsi a leggerlo!). Confesso che ne ignoravo l’esistenza. Ne venni a conoscenza agli inizi di luglio del 2017, seguendo su RaiStoria una puntata della trasmissione “Il Tempo e la Storia” dedicata alla schiavitù in Nord America. Ospite della conduttrice, Michela Ponzani, era il prof. Federico Romero, che insegna Storia dell’America del Nord nell’Università di Firenze. Per la rubrica finale riguardante “un libro, un luogo, un film”, che meglio rappresentassero quella pagina “nera” del razzismo dei bianchi negli Usa, Romero come libro indicò, senza alcun dubbio, il romanzo «Amatissima» (“Beloved” in originale), col quale la Morrison aveva ottenuto il premio Pulitzer nel 1988.
Prontamente ordinato e nell’attesa di leggerlo, sollecitando la memoria, mi sovvenne che nella mia biblioteca doveva esserci un altro libro della Morrison, acquistato, come capita spesso a chi ha la passionaccia dei libri, con l’intenzione di leggerlo, prima o poi. Lo trovai facilmente, tra i libri della letteratura nordamericana: «Giochi al buio», Frassinelli 1994 (sottotitolo: «Il bianco e il nero nella letteratura americana»).
È l’«illuminante raccolta di tre conferenze tenute da Toni Morrison all’Università di Harvard, in cui l’autrice di colore espone una personale, acuta indagine sul significato e sulle implicazioni della presenza dei neri nella letteratura americana del diciannovesimo e del ventesimo secolo». Nella Prefazione la Morrison informa i lettori che lo spunto alla composizione del suo libro (e, prima, alle sue conferenze) era venuto dalla lettura, nel 1983, del libro «Le parole per dirlo» della scrittrice franco-algerina Marie Cardinal. «Il progetto di Marie Cardinal – scrive la Morrison – non era narrativo; lo scopo era quello
di documentare la sua follia, la sua terapia e il difficile processo di guarigione in un linguaggio il più possibile esatto ed evocativo, al fine di rendere accessibile agli altri sia l’esperienza fatta sia la sua comprensione da parte dell’autrice».
La Cardinal racconta che «la prima crisi d’angoscia mi è venuta durante un concerto di Louis Armstrong», a vent’anni. E la Morrison si chiede: «Un concerto di Edith Piaf e una composizione di Dvořák avrebbero avuto forse lo stesso effetto? Certo, avrebbero potuto averlo entrambi. Ma ciò che ha sollecitato la mia attenzione è stato un altro pensiero: mi sono chiesta se le connotazioni culturali del jazz fossero state tanto importanti per la “pazzia” di Marie Cardinal quanto i suoi fondamenti intellettuali. Mi interessava cioè, cosa che mi succedeva ormai da tempo, il modo in cui neri riescono a ingenerare momenti critici di scoperta, di cambiamento o di enfasi nella letteratura non scritta da loro».
Questa domanda se la pone una scrittrice nera che constata che «una nazione in cui la gente “ha deciso” che la sua visione del mondo avrebbe dovuto combinare il progetto della libertà individuale “con” i meccanismi di un’oppressione razziale presenta a uno scrittore un paesaggio davvero singolare in cui vivere». Nella prima lezione, «Questioni nere», la Morrison, a un certo punto, scrive: «Nel 1936 uno studioso americano [Killis Campbell] che compiva delle ricerche sull’uso del cosiddetto dialetto dei neri nelle opere di Edgar Allan Poe (un breve articolo chiaramente fiero della sua equanimità razziale) esordisce nel modo seguente: “Sebbene sia cresciuto soprattutto al Sud e abbia trascorso una parte dei suoi anni più fecondi a Richmond e Baltimora, Poe non ha molto da dire sui mori”. Benché sappia che l’espressione rientra nel linguaggio educato del tempo, e che “darky”, ‘moro’, era un termine più accettabile di “nigger”, alla smorfia che ho fatto leggendo è seguita un’allarmata sfiducia nelle competenze dello studioso…».
La Morrison, in «Amatissima», usa “nigger” quando esprime il pensiero degli schiavisti («una guardia … decise per il momento di saltare il nuovo venuto, per paura di vedersi sporcare le scarpe e i pantaloni dal vomito di un negro»), “black”, quando esprime il suo pensiero.
Anche alla luce delle ricorrenti violenze e discriminazioni che i bianchi esercitano sui neri negli Usa (il caso di George Floyd, morto giusto un anno fa, soffocato dal ginocchio premuto sulla gola dal poliziotto Derek Chauvin a Minneapolis, è uno dei tanti, ma, per il modo spietato in cui è maturata la sua morte lenta – Chauvin rimasto insensibile, nonostante Floyd implorasse: “Non riesco a respirare” – ha suscitato la giusta indignazione generale e le manifestazioni pubbliche del movimento “Black Lives Matter”), valgono, allora, da esemplare monito le parole di Baby Suggs, suocera della protagonista, Sethe: «Al mondo la sfortuna non esiste, esiste solo l’uomo bianco»
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