[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Elena nei poeti greci del Novecento
Nell’eccellente volume di M. Bettini – C. Brillante, Il mito di Elena. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi, Milano 2002, Brillante, parlando (pp. 213-224) delle riscritture moderne del mito e del personaggio di Elena, non fa cenno alcuno alle riprese ad opera dei poeti greci del Novecento, nei quali non di rado il personaggio, che già agli antichi si presentava multiforme e contraddittorio, appare naturalmente rivisitato soggettivamente e inserito nella contemporaneità, quasi simbolo cangiante e tuttavia perenne dei sentimenti, delle aspirazioni delle delusioni dei poeti, fino diventare una donna vera, che solo nel nome rinvia all’eroina-simbolo.

Segno che il personaggio è ancora capace di suscitare sensazioni e riflessioni, è insomma operante anche nell’ immaginario e nella realtà dei poeti greci e più confusamente e inavvertitamente dei Greci del Novecento, costretti, per così dire, a vivere con le ingombranti memorie del passato, straniati quasi dalle radici auguste della stirpe, incapaci di cogliere a fondo il significato dei luoghi pieni di memorie, nei quali si coglie spesso un contrasto vivo fra lo splendore del passato e la modestia del presente, come appare in Seferis, Alla maniera di G. S. del 1936, in cui un modesto alberghetto di Micene appare con pompa commerciale chiamato “Hōráias Helénis tu Meneláu” “Della bella Elena di Menelao”, che Pontani traduce per questo in francese “Belle Hélène”, il cui significato appare fra l’altro un po’ equivoco. Eppure basta quell’hōráia a rievocare un mondo.
Di queste rivisitazioni voglio brevemente parlare. Il mio sarà un viaggio breve (ecco che compare il fantasma di Ulisse), ma spero significativo nella poesia greca del Novecento. Voglio cominciare appunto da Seferis.

L’ Heléni di Seferis è una delle composizioni della raccolta Hēmerológhio katastrṓmatos, Giornale di bordo, III, dedicata al mondo di Cipro, il luogo dove, secondo il poeta, «il miracolo funziona ancora» e apparve per la prima volta in Néa Hestía il 15 ottobre 1955. Lo spunto, come è dichiarato dal testo in exergo, è offerto dalla variante del mito utilizzata da Euripide nell’Elena, che a sua volta rimonta alle Palinodie di Stesicoro (vd. analisi in M. Bettini – G. Guidorizzi cit. pp. 132-157). Secondo la più favorevole delle due versioni, Paride stoltamente portò a Troia solo il fantasma (eidolon) di Elena, mentre quella vera sarebbe stata portata da Era in Egitto e affidata a Proteo, re di quella terra, sicché la guerra decennale sarebbe stata combattuta invano, per un fantasma, per una nuvola. Questa versione era stata già ripresa, sebbene in una situazione del tutto diversa, da Kazantzakis, (Odissea IV 1093 ss.), in cui Ulisse, il Seduttore, rimasto solo nella stanza degli uomini con Elena, riflette e dice: Dicono che invano per dieci anni vi combattemmo/ per riscattare il tuo corpo divino dalla vergogna;/ tu stavi lassù in alto, intatta, sopra una nube fresca/e sui nostri eserciti gettavi solo la tua ombra (tr. Crocetti). E poco più giù Elena, la Seduttrice, gli risponde in modo dubitativo e ambiguo, senza distinguere il sogno dalla realtà, perché è come voler separare “la bruma dalla bruma”, e lasciando tutto sospeso tra realtà e desiderio e rimpianto: Ero io che piangevo e ridevo sulle rive di Troia,/o la mia ombra vuota, mentre nel letto di mio marito/sognavo rapimenti, bei giovani e galanterie? (IV 1114-1116). Ma lo spunto in Seferis si amplia e si attualizza per esprimere anche l’esperienza cipriota del poeta, nella quale si condensano le vicende dolorose della Grecia, di Cipro in particolare e del poeta negli anni della guerra e del duro dopoguerra.
Platres è un piccolo paese a vocazione turistica all’interno dell’isola, quasi sconosciuto: Platres! Cos’è. Quest’isola chi la conosce? Eppure proprio lì e proprio per questo, lontano dalle grandi metropoli, il poeta sente di potere afferrare e riannodare alcuni fili della storia, sperimentare l’inganno antico che lega uomini e dei. Per questo a Cipro il miracolo funziona ancora.
Il primo verso, che funge da efimnio, è una vera ouverture ed evoca nostalgie acute e ci trasporta subito nella realtà quasi incantata e sospesa di Cipro, quasi immota, eppure in tragico movimento, dove il poeta trova un mondo diverso da quello esasperatamente urbano delle grandi metropoli, un mondo dove la natura sembra essere rimasta quella del lontano passato, viva, popolata di presenze, senza la frenetica insensibilità, pur fra drammi immani, della vita cittadina. Qui il legame tra presente e passato può essere colto senza che niente si frapponga tra la fantasia del poeta e quel mondo antico. Le virgolette, ci ricorda G.P. Savvidis, Mià peridivassi, in Ghià tòn Seféri, Atene 1981 p. 341, non indicano un prestito da un testo, ma sono la metafora di un comune spazio verbale, che il poeta utilizza in senso proprio, colorendolo progressivamente col contesto e svolgendo il tema del “sonno vigile”. Possiamo, però, aggiungere, che esso, proprio attraverso il canto degli usignoli, batte il tempo dell’attualità, come il vento nell’Infinito di Leopardi. Il miracolo intanto è che a Platres si sente ancora stordente e incessante il canto degli usignoli, che diventano gli interlocutori del poeta, perché ponte tra il passato e il presente, spalancando essi le porte della storia e del mito, dove si immerge e fluttua la fantasia del poeta: A Platres non ti fanno dormire gli usignoli! È l’attualità apparentemente piena di incanto e di sospensione miracolosa, eppure venata di sottile melanconia e indefinibile angoscia, di dolce abbandono e di presentimenti inquietanti. Si potrebbe dire che il tono sentimentale ed emozionale dell’Elena è definito dall’immagine evocativa dell’usignolo, rappresentazione della fantasia “acustica” del poeta, che declina le sue sensazioni attraverso delicate variazioni sul tema, che definiscono momenti diversi delle sue meditazioni: l’usignolo è prima usignolo, poi aidòni ntropaló (usignolo pudico), poi aidóni poitarí (poetico) e infine aidóni dakrisméno (flebile). Oserei dire che il canto degli usignoli ha la stessa funzione del vento nell’Infinito di Leopardi. L’uno e l’altro, infatti, se pure con procedimenti creativi e memoriali diversi, favoriscono il dilatarsi del pensiero, che porta il poeta di Recanati a naufragare nell’immensità del tutto e il poeta di Smirne nel mare, nel mito e nella storia di Cipro. La percezione soggettiva del poeta e l’oggettivo fluire della storia si incontrano in quel canto. Ma quello che importa è che solo a Cipro è ancora possibile attingere la dimensione extratemporale del mito e il poeta lo fa, tornando all’ Elena di Euripide, con un atto di immedesimazione attraverso Teucro, il fratellastro di Aiace Telamonio, a cui l’oracolo di Apollo (Teucro duce…auspice Teucro…certus…Apollo, (Orazio, C. I 7 27-28) ha ingiunto di fondare a Cipro una città, alla quale dare dal nome della patria antica, ancora il nome di Salamina, Salamina di Cipro appunto, l’ambiguam tellure nova Salamina futuram (I 7, 29), a cui il poeta dedica un’altra poesia della raccolta, Salamina di Cipro.

La voce del poeta si sovrappone spesso al quella di Teucro, in un intreccio che è la somma delle vicende e dei dolori del passato e di quelli presenti in assoluta identità, perché assoluta identità c’è nell’inganno feroce e dissociante della storia. La sorte ha portato Seferis a Cipro come l’antico Teucro e come per l’antico eroe il suo destino è quello di fallire bersagli. È alla ricerca di una difficile drammatica verità, per definire un destino che sembra giocare con l’uomo.
La memoria di Teucro e la fantasia di Seferis vanno alle spiagge dell’Egitto, dove l’eroe e il poeta sbarcano alla ricerca della loro Cipro. Qui essi scoprono il bandolo della realtà assurda e devastante, scoprono la verità velata, molto più tragica della realtà vissuta. E la trovano attraverso Elena, che
diventa il personaggio centrale della poesia. Ella appare a Teucro (Seferis) nella sua corporeità intatta e abbacinante, solare e immensa bellezza: “Altocinta, col sole nei capelli/e quel suo portamento/ombre e sorrisi ovunque/sugli omeri sui fianchi sui ginocchi./Pelle viva, e quegli occhi/con le palpebre immense,/era là, sulla proda di un delta”.
Avvenne così una notte, sulle rive dell’Egitto di Proteo. Era proprio lei, quella «cui lunga caccia demmo sullo Scamandro». Era sull’orlo del deserto, era viva e parlava:”Dèn ín’alíthia, dèn ín’alíthia» phṓnaze» «Non è vero -gridava- non è vero»/Non andai sulla nave azzurra- prora/Piede non posi mai sulla gagliarda Troia».
I versi ripropongono il fr. 15 P =11 D2 = Plat. Phaedr. 243 a di Stesicoro. La verità si disvelava in tutta la sua tragica drammaticità, perché allora a Troia non era andato nulla, solo un fantasma, per volontà degli dei. E allora Paride si giacque con un’ombra, quasi che fosse cosa salda e“noi/ ci sgozzammo per Elena, dieci anni».
La grande guerra era stata inutile, una strage inutile senza un fine, se mai una strage può avere o essere giustificata da un fine: il grande dramma antico si è svolto per nulla: “tanti corpi gittati/nelle fauci del mare, nelle fauci/della terra, e le anime/consegnate alle mole, come grano./I fiumi si gonfiavano, tra la melma, di sangue/per un fluttuare di lino, una nuvola/per uno scarto di farfalla, una piuma di cigno,/per una spoglia vuota, per un’Elena”.

Ma il lontano passato mitico e il presente possono coincidere e lo fanno. La stessa drammatica realtà è latente ma operante nel momento difficile che Cipro sta attraversando, impegnata come è nella lotta per la libertà, che Seferis approva e forse auspica. Posizione molto coraggiosa, se si pensa al suo rango di ambasciatore e ai suoi rapporti con le alte sfere britanniche (Pontani). Il poeta ha la sensazione di avere scoperto un mondo nuovo e inatteso, un mondo di divina bellezza, capace di sublimare gioie e dolori, amarezze e speranze, drammi antichi e contemporanei, una compresenza che tanto affascina Seferis. E acuire al tempo stesso l’amara sensazione che tutto quanto si è sofferto sia incomprensibile (e mio fratello?) o inutile e vano. Così il poeta è preso dall’angoscia che la lotta per l’autodeterminazione dell’isola possa essere stata affrontata invano:
«se è vero/che a gran distanza d’anni, un altro Teucro/un altro Aiace, o un Priamo o un’Ecuba o un anonimo/ignoto, che abbia visto/tuttavia traboccare di corpi uno Scamandro,/non abbia questa sorte nel suo fato:/di sentire arrivare messaggeri/con la nuova che tanto travaglio, tante vite/sono finiti nel baratro/per una spoglia vuota, per un’Elena»
Elena, bellissima e irreprensibile, traditrice della fede coniugale, sebbene il tradimento non sia mai stato consumato né in fondo avvenuto, causa di una guerra memorabile, senza aver mai messo piede a Troia, diventa il simbolo di una storia tragica, perché ingannevole; che è non verità ma apparenza, in nome della quale gli uomini credono di fare giustizia e storia. Sembra un pretesto, una semplice immersione nella bellezza di una donna e di un mito, una divagazione bella e affascinante, ma non è così, perché Elena è l’ipostasi della bellezza e dell’inganno, che eternamente fluttua, reale e tangibile, come una piuma di cigno, nell’universo dei poeti greci. Per questo ci rimane impressa quell’ immagine della sua apparizione nel pieno della sua smagliante bellezza dall’inarrivabile fascino, che sa di sogno e di mito. Quasi fosse Venere, è anch’essa thalassophíliti, “baciata dal mare”, non meno di Cipro, dove il poeta è approdato con la bella favola, «s’è vero che è una bella favola se è vero/che l’uomo più non troverà/l’inganno antico degli dei».
Dolore e disinganno, forse amara prescienza, coscienza tutta moderna dell’insanabile dissidio che sempre corre tra ciò che è mito e ciò che è prosastica, quando non amara realtà. Eppure non possiamo, forse insieme al poeta, fare a meno di pensare: i Eléni íne, Elena è, i Eléni ypárchi, Elena esiste.
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