Patrick L. Fermor e l’ospitalità greca

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Sempre attento al canto fascinoso delle Sirene, le cui melodie impreziosiscono – come tutti sanno – di ammalianti gorgheggi il greco idioma fino a renderlo indecifrabile perfino al più scaltrito filologo, avevo da qualche tempo deciso di darmi alla lettura del libro che, a detta di Matteo Nucci, suo principale (a mia conoscenza) cantore, divulga meglio la fama e la gloria di Patrick Leigh Fermor: «Mani. Viaggi nel Peloponneso».

Edito nel 2004 da Adelphi, io l’ho comprato un paio di anni fa, per un euro, a Siracusa, in una bancarella che esponeva una lunga serie di libri di viaggi (collana Oltreconfine) editi da Fabbri nel 2006.

Fermor era nato in Inghilterra nel 1915 e, appena diciottenne, cominciò a conoscere il mondo viaggiando, zaino in spalla e pochi indumenti. La sua meta preferita fu la Grecia e, di essa, il prediletto, con passione divorante, Peloponneso, di cui il Mani era (l’imperfetto è d’obbligo: anch’esso, ora, sarà ‘moderno’…) la regione più arcaica e meno evoluta («remota e arida ma stupefacente regione del Mani», su cui «in questo secolo non una parola è stata scritta», scrive Fermor nella Prefazione del 1958, anno della prima uscita del libro).

Bruce Chatwin (1940-1989, onore anche a lui, che, da maestro “raccontatore” qual era, ci ha fatto amare la letteratura odeporica – basta leggersi «In Patagonia» e «Anatomia dell’irrequietezza»), che venerava Fermor come suo maestro, «morendo aveva chiesto che le proprie ceneri fossero sparse accanto a una chiesetta peloponnesiaca a Exochori, poco lontano da Kardamili», dove abitava Fermor. Il quale, «malato da tempo e novantaseienne, quando capì che non c’erano più lettere da battere sulla macchina da scrivere e non c’erano più TO BE CONTINUED da vergare, lasciò la casa di pietra di Kardamili e prese un aereo per tornare dove era nato. Il giorno dopo il suo arrivo, in Worcestershire, salutò tutti. Era l’11 giugno del 2011. I giornali italiani lo hanno quasi ignorato. È sepolto accanto alla moglie Joan nel cortile della chiesa di Dumbleton in Gloucestershire» (Matteo Nucci).

Da questo libro di incantevole lettura risulta davvero arduo trascegliere qualche brano, come se si volesse condannare tutte le altre pagine al silenzio, che non meritano affatto. Tuttavia, dovendo scegliere, opto per un passaggio del cap. 11, intitolato “Monti cattivi, Malconsiglio e Caldaioli”.

Molte cose in Grecia sono rimaste immutate dai tempi dell’«Odissea», e forse la più notevole è l’ospitalità verso gli stranieri: più una regione è remota e montuosa, minore è il cambiamento a questo riguardo. L’arrivo a un villaggio o a un cascinale non è molto diverso da quello di Telemaco al palazzo di Nestore a Pilo e di Menelao a Sparta – così vicino, a volo d’uccello, a Vathia – o dello stesso Odisseo, guidato dalla figlia del re alla reggia di Alcinoo. Non esiste descrizione migliore del soggiorno di uno straniero presso la dimora di un pastore greco di quella di Odisseo travestito quando entra nella capanna del porcaro Eumeo a Itaca. C’è ancora la stessa accettazione senza domande, l’attenzione ai bisogni dello straniero prima ancora di saperne il nome: la figlia che gli versa l’acqua sulle mani e gli offre e gli offre un panno pulito, la tavola prima apparecchiata e poi presentata all’ospite, la premurosa offerta di vino e cibo, lo scambio di identità e di autobiografia, il letto preparato nella parte migliore della casa – la più fresca o la più calda a seconda delle stagioni –, le preghiere

all’ospite perché si trattenga a suo piacimento, e infine, alla sua partenza, i doni, sia pure soltanto di una manciata di noci o di mele, di un garofano o di un mazzetto di basilico; e la cura con cui gli si indica la via, accompagnandolo per un tratto e augurandogli buona fortuna.

Nell’«Odissea» il nuovo venuto capita spesso durante un banchetto, e assai di frequente lo straniero nella Grecia d’oggi viene condotto al posto d’onore di una lunga tavola dove i paesani festeggiano un matrimonio, un battesimo, un fidanzamento o un onomastico, e il piatto e il bicchiere gli vengono ripetutamente riempiti come per magia. Sovente, vicino a una piccola cappella (dedicata al profeta Elia, all’Assunzione o alla Trasfigurazione in cima a un monte, o, fuori di una grotta, a una ‘Chrissospiliotissa’ – una Vergine della Grotta d’oro – o a Sant’Antonio del Deserto), egli si imbatte in uno stuolo di pellegrini stesi sulle rocce e sull’erba che onorano una pia ricorrenza con canti e con danze, i cesti aperti e tovaglioli di cibarie apparecchiati sotto i rami, il vino che scorre a profusione da fischi e damigiane, e qui, come nelle feste di paese, il viaggiatore è afferrato da mani callose, gli viene spianato un posto sulle frasche, gli viene messo tra le dita un bicchiere e offerta una fetta di agnello arrosto su una forchetta o sua una larga foglia. Questa generale ospitalità nei giorni festivi è meno degna di nota della premura individuale per gli stranieri in ogni circostanza. È la mobilitazione da un momento all’altro di un’intera famiglia che suscita stupore. E tutto viene fatto con semplicità e senza smancerie e con una gentilezza così genuina da rivestire di magnificenza e di stile la capanna più sgangherata.

 

La stessa “gentilezza senza smancerie” e la stessa “gentilezza genuina” le sperimentai in prima persona, quando, nell’aprile del 2001, con alcune classi del Liceo classico “Gargallo” di Siracusa ci recammo in Grecia per uno scambio culturale col Liceo dell’isola di Andros, una delle Cicladi. La larghezza, in doni, dei colleghi professori di quel piccolo Liceo – possono testimoniarlo Mario Blancato e Elio Cappuccio, “pars magna” della delegazione del “Gargallo” – l’avreste definito uno sciupio; invece ripeteva ancora, a distanza di millenni, lo stesso “potlach” che Glauco attua verso Diomede nel racconto che ne fa Omero nel VI canto dell’Iliade. Non so se noi meridionali, che greci, per lunghi tratti del nostro DNA, anche noi siamo, siamo capaci di essere così accoglienti come i greci della Grecia.

(Anche il bel film «Il mio grosso grasso matrimonio greco», 2002, rende bene, nelle scene del fidanzamento e del matrimonio tra la greco-americana Toula e l’anglo-americano Ian,l’etica dello sciupio gratuito).[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Paolo Fai”][/vc_column][/vc_row]

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