[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Enzo Marangolo (Catania, 1922 – 2009) è stato uno scrittore e apprezzato penalista, ha collaborato al “Mondo” di Pannunzio; tra le sue frequentazioni, i conterranei Sciascia, Brancati e Patti. Nel suo romanzo più noto, Un posto tranquillo (Bompiani, Milano 1964), la scrittura di Enzo Marangolo fluisce serenamente tra eventi che con tranquillità si susseguono e accuratissime descrizioni di luoghi e personaggi, lasciando intuire appena un accenno di malinconia. Quel sottile velame di disincanto e d’ironia che permea ogni segreto risvolto della storia — quella che storicamente sarebbe accaduta e poi quella che lo scrittore racconta come personale accertamento dei fatti — rende il romanzo Un posto tranquillo di Marangolo un archetipo nel campo della narrazione. Nulla di troppo. Nemmeno una stonatura; mai viene espresso dall’autore alcun giudizio o un’affermazione che dia adito a giudizi. Neppure viene ricercato a tutti i costi l’aforisma o parole e concetti vengono mostrati con una qualche forma di ostentazione. Lo stile narrativo di Enzo Marangolo è sorretto da sottili consapevolezze, che lo scrittore intende senz’altro condividere con i suoi lettori, nella misura della loro disponibilità e in funzione della loro eventuale attitudine dialettica.

L’eloquio è apparentemente semplice, e formalmente lo è davvero. E tuttavia la vasta congerie di significati che si intrecciano variamente, con reciproco beneficio, e che quindi dalle pagine del romanzo emergono copiose, possono suscitare in ciascuno stati d’animo, riflessioni, dubbi, sempre accompagnati da un sorriso larvatamente ironico. Con questo romanzo viene eseguita con cura la recisione del cordone ombelicale con certa letteratura di cui Marangolo si è per anni nutrito, forse anche il parricidio plurimo dei grandi maestri del passato: Verga, De Roberto, Pirandello. Chi legga dunque Un posto tranquillo a cuore aperto non può che scoprire o riscoprire il disincanto proprio e quello di tutta un’epoca che si specchia nell’opera dello scrittore e dunque tra gli anfratti delle sue annotazioni storico-creative. Accostare la scrittura ironica di Marangolo all’ironia socratica in quanto dissimulazione, non può allora che essere circoscritto entro questi limiti perentori: lo scrittore acese non è alla ricerca di alcuna verità, non è quel “sublime tafano” il cui unico scopo è smascherare la presunta sapienza dei suoi concittadini, mostrandone pertanto l’insipienza. Marangolo non crede neppure sia possibile osservare le vicende che vengono raccontate nel romanzo attraverso il liquido di contrasto dell’aporia, della domanda che viene posta e riproposta in maniera insistita e senza esito. Marangolo si limita a descrivere circostanze, fatti, ambienti, luoghi, persone, per quanto realmente esistite, assurte loro malgrado al ruolo di personaggi. E personaggi sono da considerare poi i luoghi descritti e le circostanze verificatesi, dal momento assumano la fisionomia che lo scrittore ha voluto loro assegnare. I posti frequentati dai personaggi del romanzo, Acireale e dintorni, possiedono un loro carattere, una loro connotazione specifica, necessaria — secondo lo stile narrativo dello scrittore — per creare, mantenere, garantire lo stesso climax narrativo per tutto il romanzo. Una sola corda tesa, di volta in volta, tra luoghi atti a pensare e a discutere; luoghi da dove osservare, lasciarsi sfuggire un commento; luoghi che in ultima istanza sono da contemplare. Un unico corale componimento, dove si procede per successive stratificazioni coloristiche; una sola corda, cioè, che vibra la stessa nota, secondo valori e rapporti forse mai prima tentati. Si tratta, in definitiva, di un unico grande ambiente; un posto tranquillo, appunto, nel quale ciascun elemento tende invariabilmente a perpetrare la propria natura indolente, capace di resistere con caparbietà perfino alle asperità della guerra, in larga parte ignorata da tutti. Tanto vale per le persone quanto per gli esseri inanimati e i luoghi descritti. Nel capitolo III, per fare solo uno dei tanti esempi possibili, viene raccontato di un bombardamento della città di Acireale nella notte del 13 febbraio 1942: «L’incursione era consistita quasi esclusivamente nel lancio di razzi e spezzoni incendiari, quasi si fosse voluto, bruciando qua e là delle case, illuminare ancora di più la città per cercarvi meglio qualcosa». Le bombe cadrebbero, quindi, non a motivo della guerra, quanto piuttosto per una bizzarria, come se qualcuno, scrittore o lettore, avesse interesse a frugare tra gli affari privati dei cittadini di Acireale. L’episodio si sviluppa nondimeno in un crescendo grottesco; segue la sfilata delle bare, prima vuote e poi piene: «Ad Acireale in quel tempo ordinarono molte bare». L’ironia dello scrittore è perciò anzitutto autoironia dei costumi propri insieme a quelli dei suoi concittadini, per coinvolgere senz’altro il lettore avvertito. La reazione della popolazione si direbbe quasi di sorpresa: c’è pure chi «gentilmente» pensa a un errore. In un altro episodio narrato proprio nelle prime battute del romanzo — ma se ne potrebbero ricordare tanti altri — si racconta che il padre di Antonio Castro, il personaggio principale del romanzo, aveva da sempre dei diverbi con i gerarchi fascisti perché si rifiutava di indossare la camicia nera in quanto «gli portava iettatura»; come dire che il padre di Antonio era antifascista intransigente per superstizione mentre questo suo atteggiamento veniva senz’altro ricondotto dai gerarchi fascisti alle sue convinzioni politiche, ostili al regime fascista.

C’è della logica in quella ironia? Che relazione sussiste tra l’interpretazione dei fatti secondo il comune modo di intendere le cose: diciamo, un po’ per convenzione un po’ per convenienza, e ciò che, invece, lo sguardo sagace dello scrittore desume dall’osservazione della nuda realtà? Enzo Marangolo sembra fornire un’altra versione dei fatti, a cominciare dall’episodio che dà l’abbrivo a Un posto tranquillo, concepito in un primo momento come un racconto autonomo, come del resto quasi tutti gli episodi che nel libro vengono raccontati e che solo dopo verranno adattati per la definitiva stesura sotto forma di romanzo. La visita di Mussolini ad Acireale, nel 1937, definita dall’avvocato Mazarino «breve e drammatica» è dovuta a un cambiamento di programma e si caratterizza per un improvviso bisogno del duce di andare alla toilette. Il barone Continella, comodamente assopito — è facile immaginare — su una poltrona al circolo dei nobili, non riconosce Mussolini né prima né dopo avere scambiato con lui qualche rapida battuta. E tuttavia ciò che dà il tono a questo capitolo non è l’episodio in sé, con la conseguente paranoia del duce. Il punto di vista dello scrittore è un altro e lo si comprende dalla presentazione dell’avvocato Mazarino, che viene definito «un uomo acido» poco apprezzato ad Acireale. Persino la sua professione di avvocato aveva subito i contraccolpi della sua abnorme «antipatia per quell’ambiente» che egli non mancava di rendere manifesta. È a questo punto che Marangolo sbroglia il nodo di questa matassa, o ne rende la soluzione piuttosto improbabile, a seconda dei punti di vista. Matassa che intanto cresce per dimensioni e livello di difficoltà. La causa di tutti i mali dell’avvocato Mazarino sta in questo: «Nulla però aveva tanto contribuito all’insuccesso, specie all’insuccesso professionale di quest’uomo, in fondo sfortunato, quanto la sua condizione di poeta — e qui Marangolo significativamente sottolinea —, di poeta ad Acireale». Poco più avanti si legge che Mazarino «… concentrava i suoi risentimenti in giudizi crudeli o nel racconto di storie disastrose, ma d’un certo effetto, poiché, se non era stato toccato dal sacro fuoco dell’arte, egli era sorretto da un odio potente e fecondo quasi quanto il genio». Il 1937, anno della fugace apparizione di Mussolini ad Acireale, è l’anno, forse, di maggior consenso del regime fascista, mentre proprio ad Acireale vige la legge del torpore e dell’indifferenza: del barone Continella che conduceva una vita scialba e incolore e poi dei concittadini del barone Continella, che non erano certamente da meno. Il povero poeta Mazarino (la sfortuna e la poesia in Mazarino sono simbionti, per trarne, però, reciproco svantaggio) sembra quindi essere l’unico a possedere un’opinione, a favore o contro il regime poco importa. L’avvocato Mazarino non è alla ricerca di alcuna verità, assoluta o contingente che sia, avrebbe voluto soltanto scuotere i suoi concittadini — se con l’arte o con l’odio non è dato saperlo — che però, per tutta risposta, ne decretarono la morte civile.
Per il resto, ciascuno sembra preoccupato solo di reperire un posto dove seppellire il proprio tesoro: il barone D’Alcantara, la sua collezione di monete; il vescovo Rocca, i preziosi di Santa Venera. Tutto sommato un’operazione non banale, se eseguita nel più generale contesto della messa in sicurezza di uomini e beni, che certamente devono essere preservati nei momenti di maggiore tensione sociale. Ma Enzo Marangolo, come spiegato, guarda da un’altra parte. Il Monsignor vescovo Rocca non dorme la notte, perché dalla fine del fascismo teme disordini; la sua unica preoccupazione è però mettere al riparo dagli appetiti dei malintenzionati il tesoro di Santa Venera. «Questa — dice il vescovo Rocca — è roba di tutti; beni effimeri, vani, lo so. Ma se c’è un modo di impreziosirli è solo quello di votarli a qualcosa, a un affetto, alla memoria di qualcuno; la chiesa, ai suoi santi». Il pensiero del Monsignor vescovo non potrebbe essere espresso più chiaramente di così: «Gli uomini però restano attaccati a ciò che hanno dato; chiedono pretenziosamente che sorte hanno avuto i loro doni» come dire che sia più necessario rendere conto agli uomini che a Dio. Certamente lo si trova di maggiore utilità. E d’altra parte, aggiunge sempre il vescovo Rocca: «Anche chi ha cura d’anime, in questa terra […] è costretto a materiali bisogne. Un prete resta sempre un povero amministratore». Ecco che nell’unanime attaccamento a quanto di più effimero e vano, per piccoli o grandi che siano i beni in questione, si corre il rischio concreto di perdere di vista l’essenziale. Tutto ciò nonostante proprio il motto inciso sulle insegne del Monsignor vescovo recitasse laconico e rigorosamente in lingua latina “Charitas omnia sustinet”.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Massimiliano Magnano”][/vc_column][/vc_row]










