[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Chi è Corrado Alvaro? Egli è stato un grande romanziere, un grande poeta, un uomo che proveniva dalla Regione Calabria del Sud Italia, da una terra abbandonata dallo Stato Italiano, terra di contadini poveri, analfabeti, e rozzi, una delle terre più desolate d’Italia.
Egli nelle sue opere, soprattutto nel suo capolavoro, Gente d’Aspromente, scritto e pubblicato in Italia 1930 – la censura non ne aveva compreso la portata politica – descrisse i suoi braccianti, i suoi contadini affamati e rozzi, che vivevano in un mondo antico, immobile, diverso dal ritmo frenetico delle società civilizzate. Il suo mondo – sul modello de I Vinti di Giovanni Verga – era un mondo di sofferenza senza redenzione, un mondo in cui vigeva una forma di vita ancestrale, primitiva, superstiziosa, senza luce e senza speranza.
Egli descrisse la realtà umile della sua Calabria, delineò le opere e i giorni, come il vecchio poeta greco Esiodo – τὰ ἔργα καὶ ἡμέραι – le opere e i giorni dei suoi pastori, accanto ai quali si muoveva una umanità, una folla di personaggi ricchi di passione: vendette, amori, rituali di una religiosità fatta di superstizione e di ignoranza.

La sua è stata una forte denuncia sociale al regime oppressivo del fascismo, che proprio in quegli anni era diventato forte e aveva distrutto tutti i fondamenti della democrazia liberale italiana. Il regime di Benito Mussolini è stato una tragedia per l’Italia, – come disse Antonio Gramsci, mentre moriva nel carcere di Turi – perchè il blocco di proprietari terrieri insieme ai grandi capitalisti dell’industria italiana bloccarono per anni un sano sviluppo industriale e aggravarono pesantemente le condizioni di vita delle classi popolari, soprattutto i contadini del Sud.
Alvaro non fu solo in questa accusa sociale. Subito dopo (1933) anche Ignazio Silone pubblicò il suo libro più bello Fontamara, però a Zurigo in Svizzera, perché in Italia c’era la censura; come fece anche Carlo Levi con il capolavoro Cristo si è fermato ad Eboli, ma solo durante la guerra (1943-45). Entrambi scrivevano di contadini che si ribellavano contro i loro padroni, i proprietari terrieri.
La rievocazione del mondo contadino non era, ovviamente frutto o ispirazione del solo Alvaro. Essa si collegava strettamente con quella letteratura, che in Sicilia ed in Calabria si era sviluppata alla fine delle tre guerre di indipendenza. I mali secolari di tutto il Mezzogiorno (estrema povertà, condizioni feudali della società e dell’economia, le terre baronali in mano a pochissime famiglie, arbitrio della legge e degli apparati governativi, inesistenza di strutture industriali, servizi a livello dei paesi africani), aggravati e non risolti dall’intervento dei Savoia con la liberazione di tutto il grande territorio borbonico nel 1860, erano esplosi quasi all’improvviso in tutta la loro drammaticità. In letteratura, dopo il periodo del romanticismo, si sviluppò il fenomeno del verismo, teorizzato da Luigi Capuana e Giovanni Verga, come una propaggine italiana del naturalismo francese.
“Il mondo dei vinti” di Verga, con il suo spietato verismo, riproduceva una società, che fino ad allora non era mai entrata come protagonista nella narrativa italiana. Il popolo miserabile dei pescatori, come quello successivo dei contadini, risvegliava e riformulava una letteratura d’opposizione, una letteratura sociale, che nel naturalismo e nel verismo aveva trovato la sua collocazione naturale. Ma il verismo nell’accezione verghiana rimase un fatto pressoché isolato, perché esso fondendosi con il positivismo di fine secolo produsse nuovi germi e nuove forme artistiche. Per questo, per capire la successiva produzione letteraria di Corrado Alvaro, bisogna ricollegarci a tutta quella stagione della cultura europea, in cui tra i primi anni del secolo XX° e fino all’avvento del fascismo, i valori del positivismo agirono sulla coscienza collettiva, modificandola in profondità. Più di quanto avesse fatto l’illuminismo. Il dominio, infatti, della ragione e della scienza aveva scavato con maggiore incidenza sulla cultura generale degli strati sociali più aperti della società occidentale. La psicologia, la psicanalisi freudiana e junghiana, il darwinismo furono misurati e introiettati sul filo della ragione e con il metro della stessa ragione.

Tutto ciò portò anche ad un ribaltamento delle stesse tecniche narrative e romanzesche, per cui venne abbandonata quasi del tutto la verticale idealistico – romantica (lo scrittore esprimeva la sua visione del mondo e dei fatti) in favore di una scrittura, che scavava nella psicologia dell’uomo, attraverso i cammini impervi della coscienza del personaggio e creava una figura poco decifrabile, ma altrettanto reale, creava cioè l’eroe negativo, come negativi erano gli eroi di J. Joyce, di Proust e di Kafka. Gli abissi del pensiero e del sentimento umano, sia nella forma conscia che inconscia, attraverso gli intrighi di un subcosciente sempre in tensione, diventarono gli attori principali dei romanzi e la fonte primaria di nuove costruzioni artistiche e poetiche.
La prima esperienza forte, scioccante, la prima scossa psicologica, il primo trauma che lo allontanò dalle forme liriche e crepuscolari dei suoi primi iscritti (Poesie grigio verdi, e i romanzetti (l’età breve, Mastrangelina…) fu la sua disillusione nazionalistica, durante il servizio militare prestato sui campi di guerra durante il primo conflitto mondiale. Dinnanzi alla visione di tante inutili stragi (così Benedetto XIII aveva definito quella guerra!), di fronte alla morte violenta di tanti studenti, di innumerevoli operai e contadini, che le mitragliatrici austriache non risparmiavano, nella assurdità della guerra, fu preso – narrò lui stesso – “da un senso di orrore e di spaesamento”. Ebbe in sostanza lo stesso identico atteggiamento di scrittori come Boine, Slataper, Michelstaedter, che avevano provato lo stesso sdegno e senso di pietà profonda; anche loro, come Alvaro avevano provato una sensazione, vagamente socialista, umanitaria, una specie di pessimismo verghiano: i vinti della storia erano sempre gli stessi, la povera gente, i contadini analfabeti, gli operai ignoranti. I vincitori erano sempre i ricchi, i borghesi, i padroni. È proprio da questa esperienza che nacque il primo vero romanzo di Alvaro, Vent’anni, un vero e proprio urlo contro la guerra. Il suo era un bisogno morale, da cui non ci si poteva sottrarre. Fu una scelta morale commista a grande compassione per tutti gli sconfitti, un segno di partecipazione umana e civile nei confronti dell’umanità offesa.
Nel clima intellettuale così inquieto e tormentato degli anni ’20, maturò in Alvaro una naturale avversione al fascismo, che aveva generato, attraverso la censura ed il terrore repressivo, una forma di glaciazione culturale; quel grigiore amorfo e senza luce di questa stagione così ben evidenziato e analizzato nei personaggi de Gli indifferenti di Alberto Moravia.

Nel 1930, mentre si trovava lontano dalla sua terra, volontariamente esule in Germania, scrisse il suo capolavoro Gente in Aspromonte. Questo libro mantiene ancora oggi un grande valore letterario, sociale e documentaristico. Alvaro con questo libro si liberò dal dannunzianesimo, ma non certamente dell’influenza solariana, con quel misto di ricordi melanconici, tristi, nostalgici, che spezzavano il cuore e che introducevano qualcosa di fantastico e di meraviglioso, che formavano il mito moderno su cui si fondava la scrittura di Alvaro, dinnanzi al reale fatto di sofferenza, di denuncia sociale, di raffigurazione del dolore. Egli rimase impegnato in un’operazione di recupero culturale e, se possiamo dirlo, spirituale, e antropologico di una forma di vita ancestrale, primitiva, quasi al limite della sussistenza e della bestialità. E lo fece senza infingimenti, ma conciliando il mito
e l’affabulazione, con un velo di mistero e di abbandono lirico, e con un sottile velo di allusività (W. Mauro). E fu appunto questa allusività che permise la libera circolazione del libro. Ma per poco tempo, perchè poi il regime lo mise al bando, come aveva già fatto per Gli indifferenti di Moravia, Il garofano rosso di Elio Vittorini e Tre operai di Carlo Bernari.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale si sviluppò in Italia un grande movimento letterario, così chiamato Neorealismo, che con Francesco Jovine, Vasco Pratolini, Elio Vittorini, Cesare Pavese, Albero Moravia Moravia, scrissero grandi romanzi e con i registi Cesare Zavattini, Vittorio de Sica, Pietro Germi, Luchino Visconti, fino al magico realismo di Federico Fellini, che realizzarono stupendi film che furono sempre atti di accusa per la povertà e l’arretratezza di ampi settori popolari.
Ecco, Alvaro è stato un grande precursore del questo fenomeno letterario e sociale.
Ma egli nel 1934, come giornalista del quotidiano La Stampa di Torino venne inviato in Unione Sovietica per spiegare ai lettori italiani il significato della rivoluzione comunista, come viveva il popolo russo, quali erano le speranze, le aspettative di quel popolo. Quando egli partì per Mosca e poi nelle repubbliche baltiche disse chiaramente che voleva solo conoscere e descrivere la condition humaine, per usare l’espressione di Andrè Malreaux, lo spirito, l’anima dei russi, di questi homines novi, come li avrebbero chiamati i latini. Non gli interessava la politica o le vicende del Partito comunista. Alvaro era uno scrittore che aveva fatto proprio il detto di Immanuel Kant: Il cielo stellato sopra di me il mondo morale dentro di me. Non fu mai impegnato nella lotta politica. Il suo faro fu la moralità, il senso etico delle vicende umane.
Prima di Alvaro molte personalità erano venute a studiare il fenomeno russo: Bernard Shaw, innamorato del sistema politico, Louis Aragon, ammiratore di Stalin, Andrè Gide, che ritornò disgustato, Andrè Malraux, amico di Ilja Ehrenburg.
C. Alvaro rimase in URSS per qualche mese; non ebbe rapporti istituzionali. Ma si intratteneva con la gente comune, che incontrava, e si fece una propria idea di quello stato nato dalla Rivoluzione d’ottobre, talora ingigantite o rilette con gli occhiali letterari di Dostojevki, Tolstoi, Turghenev, Gogol, insomma della grande letteratura russa. In breve il suo pensiero si coagulò su tre concetti-chiave:
1. L’impressione della società russa. Il suo giudizio fu negativo, senza ombra di dubbio. Descrisse una Russia in preda all’anarchia, al caos, al terrore poliziesco. Nessuno guardava in viso i propri interlocutori. Nelle strade delle città russe, la folla non si voltava mai indietro, non si fermava per nessun motivo, non sapeva stare tranquilla, non parlava con nessuno. Era una massa solitaria amorfa, disordinata, impaurita, in mezzo alla quale moltissimi erano delatori ed informatori della Ghepeù.
2. Giudizio politico. Egli sostenne che lo Stato sovietico fosse una perfetta continuazione della vecchia politica dell’imperialismo slavo. La rivoluzione era stata un grande cataclisma ed insieme una forma di grande vacanza disordinata. Il culto della tecnica aveva sostituito il culto religioso ortodosso. Alla domanda: cos’è il comunismo? lui rispose: il comunismo è la prosecuzione del capitalismo sotto altra forma. Lo stato sovietico e la nomenclatura dei dirigenti comunisti erano i nuovi capitalisti. La rivoluzione staliniana aveva operato come un diluvio universale. La Russia nuova gli sembrò un paese senza storia, senza passato
significativo, che rifiutava il suo passato, perchè “il passato è la controrivoluzione”, come aveva esclamato lo scrittore dell’Armata a cavallo Isaac Babel al convegno degli scrittori comunisti nel 1934.
3. Il ruolo delle donne sovietiche. Egli paragonò l’animo femminile russo al Volga, vago, liquido come il gran fiume. Scrisse: “la Russia di oggi dovrebbe fare un monumento alle sue donne. Le hanno divorate come il pane, buttate a piene mani come le sementi, vendemmiate come l’uva d’autunno. Fece un commento molto interessante sulle donne russe: affermò che donne russe avevano sacrificato sull’altare della rivoluzione la loro vita, avendo offerto ad essa tutta la loro bellezza femminile, vestendosi con il basco e la divisa, con la sciarpa rossa ed i calzini alla caviglia. Le donne sovietiche – allora – erano sospese tra il loro passato feudale e l’avventura della modernità rivoluzionaria. Esclamò: “Le donne sovietiche sono meravigliose, sognatrici. Esse sono l’essenza della vera bellezza!
Io penso che Alvaro sia stato un grande narratore, ed un acuto osservatore, ma soprattutto penso che la sua analisi sulla società sovietica fosse perfetta. La storia, infatti, gli ha dato ragione! Merita senz’altro una rivisitazione storia e letteraria, più aderente alla sua personalità, complessa, ma rigorosa e coerente[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Di Mario Blancato”][/vc_column][/vc_row]










