I funamboli della Parola

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, Rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]In un’intervista, rilasciata a Matthieu Galey e poi confluita nel libro «Ad occhi aperti», Bompiani 1987, alla domanda se tradurre non fosse un’impresa disperata, Marguerite Yourcenar rispondeva: «No. Certo, si ha la consapevolezza di non riuscirvi mai perfettamente. […]. Ma, almeno, questo lavoro sarà servito a far conoscere quei grandi poemi a un nuovo gruppo di lettori, ed è una cosa indispensabile. Dopo tutto, tre quarti di ciò che leggiamo è traduzione. Leggiamo la Bibbia tradotta, i poeti cinesi, i poeti giapponesi, indù, Shakespeare, se non sappiamo l’inglese, e Goethe, se non sappiamo il tedesco. Saremmo ben limitati, se non disponessimo di traduzioni. Ma, al tempo stesso, è una responsabilità grossa per il traduttore: l’opera di qualcun altro viene messa nelle mie mani, e sento, con molta chiarezza, che non riuscirò mai a dare tutto, a rendere tutto. […]. In realtà, ci sono sempre cose che la traduzione non lascia trasparire, mentre l’arte del traduttore sarebbe proprio di far sì che niente vada perduto. Non si è dunque mai realmente soddisfatti».

Insomma, il traduttore si muove, sempre a proprio rischio e pericolo, sul filo della comprensione/incomprensione dei testi, orali o scritti, che traduce, sicché Anna Aslanyan, giornalista, traduttrice letteraria e interprete giudiziaria, ha fatto bene a intitolare, felicemente, il suo recente libro «Dancing on Ropes», “Danzare sulla corda”, che il traduttore italiano ha, altrettanto felicemente, reso con «I funamboli della parola – Le traduzioni che hanno cambiato la storia», Bollati Boringhieri 2021, pp. 277, € 23,00.

La scrittrice Marguerite Yourcenar

Talvolta, fraintendere un testo può anche produrre esiti catastrofici. Come avvenne con la traduzione dell’ultimatum con cui gli Usa, il 26 luglio 1945, intimavano la resa al Giappone nell’ultimo conflitto mondiale. Il primo ministro giapponese Suzuki rispose: «Dobbiamo ‘mokusatsu’ la dichiarazione», in cui la parola ‘mokusatsu’ significa “uccidere con il silenzio”, che, nelle intenzioni di Suzuki, «voleva esprimere un “no comment”, locuzione priva di un equivalente giapponese». Invece, «gli americani tradussero il termine con “ignoreremo” e “tratteremo con silenzioso disprezzo”». Fu così che quell’equivoco segnò il destino di Hiroshima.

Ricco di gustosi aneddoti offerti dalla lunga storia della traduzione e degli inevitabili “tradimenti” cui essa soggiace per i più diversi motivi, talora dolosi, talaltra addebitabili alla mancanza di un “traducente” capace di esprimere appieno il senso di una frase della lingua di partenza nella lingua di arrivo, perché «l’ambiguità, una delle cose più difficili da maneggiare per un interprete, varia da una cultura all’altra, come quasi tutto nel linguaggio umano», il pregevole libro è anche una manifesta difesa della categoria degli interpreti e dei traduttori, il cui ruolo di mediatori culturali è messo fortemente in discussione dal sempre più massiccio ricorso alla traduzione automatica, di cui la più nota è quella offerta da Google Translate.

Criticata, già nel 1959, da Yehoshua Bar-Hillel, che metteva «in evidenza i limiti dei sistemi esistenti, non abbastanza sofisticati, a suo giudizio, per analizzare in maniera

adeguata la struttura delle frasi, soprattutto quando si trattava di tradurre tra lingue grammaticalmente distanti», la traduzione automatica, o digitale, ha ripreso vigore con l’avvento di Internet e con l’applicazione di una serie di algoritmi, grazie ai quali «il modello usa il dizionario così compilato per tradurre ciascuna frase, scegliendo le traduzioni più probabili – non solo dei singoli vocaboli, ma anche dei sintagmi e delle frasi – suggerite dal corpus» di informazioni.

In sostanza, l’uomo e la macchina sono forniti degli stessi strumenti per fare una traduzione. Tuttavia, se «entrambi evitano la traduzione parola per parola, notoriamente inaffidabile» ed «entrambi cercano di usare il buon senso, anche se in maniera differente», «di fronte a una gamma di contesti fra cui scegliere, gli esseri umani agiscono per intuizione», che, assieme al contenuto emotivo, Warren Weaver, in un articolo del lontano 1949, definì «elementi alogici del linguaggio», preclusi dunque alla macchina.

Alogici come i “silenzi del testo”, su cui indugiò alcuni anni fa Luciano Canfora nel saggio “Del tradurre”, raccolto poi nel libro rizzoliano «Noi e gli antichi» (2002), in cui il filologo barese sosteneva che «l’attività del tradurre quanto ci resta della produzione scritta [degli antichi] è uno dei cimenti intellettuali più ardui, e maggiormente fondati sull’intuizione». La traduzione è un processo composito, che parte necessariamente dalla comprensione, che però da sola non basta: «c’è un ‘salto’ da compiere, che è affidato all’intuizione». Il vero discrimine tra la macchina e l’uomo; l’ultima, irriducibile difesa dell’uomo contro la sua macchinizzazione.

 

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