[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Più di un ventennio fa, nel 1998, la Mondadori, già nelle mani dell’imprenditore “televisionaro” e poi anche uomo politico che il tribunale di Milano, in uno dei processi in cui era implicato (anche per mafia) e da cui uscì condannato, definì “delinquente naturale” (pensa un po’, quel tipo sinistro si definiva il restauratore del liberalismo – parole che, se le avesse sentite Luigi Einaudi, lo avrebbero fatto rivoltare nella tomba) – la Mondadori pubblicò Il libro nero del comunismo, un librone che documentava come e perché e, soprattutto, quanti uomini, donne e bambini (questi, perlopiù, li mangiavano!) fossero stati assassinati dai regimi comunisti, dalla Casa Madre, l’Unione Sovietica, alle sue quasi planetarie diramazioni.
Al librone di Mondadori rispondeva, quasi a tamburo battente, l’anno dopo un editore minore, Tropea, con un altro librone intitolato Il libro nero del capitalismo, in cui si denunciavano i milioni di vittime che il capitalismo aveva sulla coscienza (pardon! I capitalisti non ce l’hanno una coscienza!!), aveva collezionato, nell’universo mondo, dal XV secolo, quando gli storici e gli economisti fanno cominciare l’Età del capitalismo, fino alle soglie del 2000 globalizzato.
Sul piano del numero degli anni in cui i due sistemi politico-economici hanno dispiegato la loro potenza omicida, non c’è confronto: per appena 70 anni il comunismo (non teniamo conto di quello oggi residuale della Corea del Nord e di qualche altra minuscola enclave, e del “comunismo capitalistico” della Cina), contro i cinque secoli e passa del capitalismo e, soprattutto, della “mentalità” capitalistica (“enrichissez-vous”, in nome dell’egoismo più sfrenato e della logica del profitto, costi quel che costi) che si è diffusa, come infestante gramigna, nel terreno della cosiddetta democrazia liberale (beffardo ossimoro, fino ad ora, dove a prevalere è stato l’aggettivo sul sostantivo) del mondo occidentale (e collegati).
Se ci mettessimo a fare l’elenco delle morti disseminate nei quattro angoli del mondo dalla “mentalità” capitalistica, finiremmo nei secoli dei secoli, tanto sterminata è l’esemplificazione che potremmo addurre.
Basterà un esempio che riguarda la “causa verissima” che sta dietro la recente uccisione dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, e del carabiniere Vittorio Iacovacci. Mentre ancora confusa appare la dinamica della loro uccisione in un agguato durante un viaggio per il World Food Programme dell’Onu, assai utile e istruttivo torna leggere (o rileggere) i reportages con cui Goffredo Parise (di cui il prossimo 31 agosto cadono i trentacinque anni dalla scomparsa) denunciava gli effetti del colonialismo europeo nel Continente africano.
Nel 1986, in occasione dei suoi 110 anni di vita, il «Corriere della Sera» regalava ai lettori dei fascicoli monografici a scadenza quindicinale dedicati a illustri collaboratori del quotidiano. Uno di essi riguardava Parise, antologizzato con alcuni suoi scritti da inviato del quotidiano di via Solferino, tra cui Il male in Biafra (29 agosto 1968 – tutti i reportages di Parise da inviato si possono leggere nel libro Guerre politiche. Vietnam Biafra, Laos, Cile, Adelphi 2007), nel quale l’uso ricorrente della parola “orrore” è esplicita citazione del Kurtz di Cuore di tenebra di Joseph Conrad, interpretato poi, nel 1979, da un inquietante Marlon Brando in Apocalypse Now di F.F. Coppola. «L’orrore in Biafra – scrive Parise – si prova fin dal primo giorno, quando si passa da un campo di profughi all’altro, quasi senza accorgersene, e la mente pare dissolversi nella pura registrazione dei fenomeni. È un sentimento composito, vorticoso e poliforme: innanzitutto orrore visivo, immediato, diretto, elementare e, vorrei aggiungere, animale. Tale è la violenza di ciò che si vede, infatti, che l’uomo cessa per un istante di essere tale, con le caratteristiche che gli sono proprie, di oggettivazione, discernimento e giudizio, e compie per così dire un balzo all’indietro, nei millenni, fino alle sue lontane e basse origini».
Accanto all’orrore, il dubbio: «Di chi è la colpa? Perché si è prodotto tutto ciò?». La prima colpa Parise la trova nei «confini artificiali, tracciati sulla carta dal colonialismo europeo e non da stati sovrani indigeni, indipendenti e precedentemente esistenti, entro i quali quello stesso colonialismo ha agito da padrone, creando un solo e disumano rapporto di sfruttamento e schiavitù». Ebbene, quei confini non sono «reali, cioè coincidenti con una reale unità interna di quei Paesi che li rappresentano, unità etnica, religiosa, culturale, linguistica, […] perché in Africa nera non convivono ma lottano all’interno di essa molte pseudo-unità geografiche, centinaia e centinaia di gruppi etnici diversi, depositari di culture e religioni diverse che si perdono nella preistoria, tribù che parlano lingue incomprensibili l’una all’altra e il cui unico mezzo di comunicazione è la lingua del colono…».
Da quell’orrore di cui fu testimone in Biafra, Parise trasse anche materia per il racconto Fame, tra i migliori di quelli raccolti nei due Sillabari (I Sillabari 1 e 2 sono un capolavoro, «la migliore opera del Novecento», secondo Raffaele La Capria, intervistato da Paola Zanuttini sul Venerdì di Repubblica del 27 maggio 2016). Lì la “fame” è ipostatizzata, con la violenza di un pugno allo stomaco, nel corpo di un bambino: “Maledettamente buono” è la traduzione letterale, o quasi, di “vachement bon”, l’espressione argotica che il fotografo francese rivolge al suo assistente, per dire che le fotografie al bambino biafrano maledettamente macilento erano venute bene.
Anche se quella in Biafra fu una guerra intestina, non si può tacere che le colpe dell’Occidente colonizzatore sono all’origine di tutto. La storia non si azzera, non si cancella: il kiplinghiano “fardello dell’uomo bianco”, cioè la ‘necessità’ di civilizzare i Paesi estranei alla tradizione europea, o «l’incivilimento dei barbari» propugnato, con la boria eurocentrica ereditata dal modello hegeliano, da Benedetto Croce come missione storica verso le popolazioni del Terzo Mondo, lasceranno dietro di sé conseguenze inestinguibili. Perché la storia è un corpo su cui restano indelebili le cicatrici delle ferite che gli eventi producono. Ma, per restare al racconto in sé, come letteratura, non è esagerato definire Fame un capolavoro, per asciuttezza di stile e precisione descrittiva, come se l’occhio di Parise riprendesse la scena con una macchina da presa, con un’asetticità al limite della sopportabilità, che trova però la sua ragione nella volontà dello scrittore di lasciare al lettore (europeo, occidentale) la responsabilità del giudizio (e la corresponsabilità in quella tragedia).
Mentre descrive il male assoluto, il narratore denuncia gli artefici di quel degrado estremo, non li nomina, ma negli effetti, fastidiosamente e crudelmente visibili, sono implicite le cause, non quelle immediate, imputabili al colonnello Odumegu Ojukwu, ma quelle remote del colonialismo predatorio e vessatorio (la “causa verissima”, che Tucidide, Storie I, 23, 6, rinveniva nella via via crescente potenza di Atene dopo le
vittoriose guerre persiane [490-479 a.C.], rispetto ai ‘pretesti’ recenti, che alla fine, nel 431 a.C., costrinsero alla guerra gli Spartani impauriti).
Ma, poiché l’occhio umano non è un freddo medium tecnologico, bensì il deposito di sentimenti e passioni, Parise non riesce a tenere fisso lo sguardo senza emozionarsi davanti a quello spettacolo di miseria senza fine. Ed è proprio nel congedo che l’occhio gli si sarà velato di lacrime, quando egli «non guardava più il bambino, guardava il torrente formato dalla pioggia», lavacro di colpe inespiabili. Come le lacrime versate per Attanasio e Iacovacci.
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