[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Io non ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente lo scrittore Leonardo Sciascia. All’epoca della sua morte, nel 1989, ero uno svogliato studente che da lì a poco si sarebbe misurato con le mistificazioni di fronte alle quali la vita invariabilmente ci mette. Ma che tuttavia non aveva ancora deciso quale direzione intraprendere nella vita. Mi esaltavo solo alle lezioni di letteratura italiana. Sciascia non era tuttavia contemplato nei programmi che si svolgevano a scuola, neppure alla maturità. Mentre del muro di Berlino che finalmente poteva essere attraversato, abbattuto e che poi sarebbe stato trasformato nel corso di lunghi anni in souvenir della grandezza di una moneta da cinquanta lire, si faceva un gran parlare anche a scuola. Ricordo una conferenza in aula video nientemeno che con lo storico francese Pierre Sorlin, critico e fustigatore della politica del presidente russo Michail Gorbačëv e grande sostenitore dell’abbattimento del muro di Berlino. Ma come credere che senza perestroika e senza glasnost tutto ciò sarebbe stato possibile?
Sciascia era e rimane personaggio camurriuso: spigoloso ancorché non privo d’una certa fascinazione. Bisogna leggere i suoi libri per rendersene conto. Oppure, ascoltare qualcuna delle tante testimonianze di chi invece l’ha conosciuto, come il poeta Nino De Vita.
Sciascia era un uomo oltremodo riservato, taciturno e che alle frequenti e timide sollecitazioni dell’allora giovane poeta di Cutusio rispondeva modulando alternativamente suoni gutturali e nasali. Dove comincia allora la letteratura e dove questa finisce? dove comincia soprattutto la caparbia volontà di Sciascia di raccontare la Sicilia, le sue contraddizioni e per estensione l’Italia? Verosimilmente, dove finisce la Sicilia e dove comincia quell’altra Sicilia, deteriore e sofferta. Lo diceva bene lo storico Giuseppe Galasso in un suo articolo apparso su “La Voce Repubblicana” in occasione della morte dello scrittore che successivamente sarà accolto in un suo libro, Sicilia in Italia. Per una storia culturale e sociale della Sicilia nell’Italia unita (Edizioni del Prisma). Se pure sia chiaro che la distinzione tra le due Sicilie c’è ed è anche abbastanza netta, è pur vero che Sciascia, come dice opportunamente Galasso, avverte in maniera forte e inequivocabile che questi due mondi, i quali all’apparenza viaggiano su due binari paralleli, possano essere ricondotti a un’unica radice storica, umana, esistenziale. La Sicilia dei lumi, del diritto, della libertà e la Sicilia della mafia, dell’inquisizione, dell’oppressione umana sarebbero gemelle. Eterozigoti, forse addirittura figlie di padri diversi. I genitori non potrebbero essere più distanti tra di loro, e tuttavia le due Sicilie sarebbero sorelle. Si capisce allora con quale sentimento tormentoso Sciascia dovesse accostarsi a questo suo gravoso compito: raccontare senza rapinare, senza cioè trasformare la sua arte e sè stesso in merce. Pregiata, ma pur sempre merce. Questa, la sua ambizione e anche il principio delle sue ambivalenze nel raccontare l’amata-odiata Sicilia: dal romanzo Il giorno della civetta a quell’altro romanzo di tutt’altro sapore e consistenza che è Il consiglio d’Egitto. Per fare solo due esempi.
Gonzalo Álvarez Garcia è un prete spretato al culmine di una lunghissima e irreversibile crisi religiosa, amico di Sciascia, ce ne ha fornito un’immagine inedita, personale e piena di poesia. Per lunghi anni Álvarez è vissuto a Palermo, coltivando importanti amicizie con l’antiquario Antonio Daneu, il barone poeta Lucio Piccolo di Calanovella, lo scrittore Tomasi di Lampedusa. Ma soprattutto con l’allora scrittore – aspirante scrittore di Regalbuto, Leonardo Sciascia. Perché se uno scrive come scriveva Sciascia ma non ha la fama, che scrittore è? Benché, probabilmente — ma è solo una mia considerazione — il successo e la fama siano molto sopravvalutati. Merita perciò particolare attenzione il libro nel quale Álvarez racconta dei suoi anni da prete trascorsi a Palermo, tra il 1955 e il 1964. Le zie di Leonardo è in effetti un delizioso libriccino nel quale l’autore racconta con delicatezza, intelligenza e grande rispetto per tutti coloro che vi entrano a vario titolo e vi svolgono un ruolo. A Sciascia è dedicato un capitolo — benché in verità faccia ripetutamente capolino nell’economia del racconto —, a Angelo Lodico, cameriere-sagrestano sono dedicate due pagine, anch’esse traboccanti di poesia e discrezione. Vale la pena ricordare che Le zie di Leonardo viene pubblicato a Milano dalla casa editrice “All’insegna del pesce d’oro” di Vanni Scheiwiller, il quale in una sorta di postfazione dal titolo Hanno parlato male di Garibaldi evoca tutti i libri che avrebbe voluto pubblicare, ma che non ha mai pubblicato e ricostruisce la vicenda delle troppe porte sbarrate al manoscritto di Álvarez da parte di alcune importanti case editrici. Per non dispiacere al Personaggio di rilievo di cui diffusamente si parla in quelle pagine. La conclusione del compianto Scheiwiller è senz’altro caustica e corretta: chi si è rifiutato di pubblicare il volume di Álvarez ha finito per essere più sciascista dello stesso Sciascia. Insomma, volendo fare un favore peraltro non richiesto a Leonardo Sciascia ha finito per fargli un torto. E d’altra parte, nel libro, Álvarez si limita a raccontare, senza esprimere giudizi e senza neppure lasciare intendere avversione o riprovazione nei confronti di chicchessia. Vanni Scheiwiller e la sua casa editrice “All’insegna del pesce d’oro” hanno rappresentato per decenni l’eccellenza nell’editoria di poesia e letteratura in Italia e anche fuori dall’Italia, fino al 1999, anno della scomparsa dello stesso Scheiwiller. Le zie di Leonardo è certamente un libro degno di questa eccellenza. Detto questo, ciò che maggiormente importa è osservare come dalla penna di Álvarez venga fuori un’immagine differente dello scrittore di Regalbuto. Una sorta di flash-back che interrompe il flusso delle immagini che scaturiscono dalle stesse opere di Sciascia, da tempo consacrate dal pubblico e dalla critica. La fama è una spessa maschera, che non permette ad alcuno di vedere ciò che sta sotto, scambiando il personaggio per la persona umana. Scambiando e quindi travisando.
Álvarez racconta come sia stato lo stesso Sciascia, ormai deciso ad abbandonare la Sicilia e il suo lavoro di maestro elementare per trasferirsi a Roma, a dichiarare che se non si fosse buttato in quel preciso momento non avrebbe mai sfondato. I fatti gli hanno dato senz’altro ragione, ma il periodo di gestazione di questa gravosa scelta era stato lungo e abbastanza sofferto, come anche la permanenza nella capitale era stata sofferta. Il resoconto di questa che si profila indubbiamente come una vicenda personale e interiore innanzitutto dell’uomo Sciascia, quanto di relazionale e di amicizia con Álvarez si trova tutto nelle pagine dello stesso padre Gonzalo. Si percepisce soprattutto la bruciante sovrapposizione delle loro personalità e delle loro personali tragedie: la Sicilia amata-odiata da Sciascia e la Spagna altrettanto amata e odiata da Álvarez; la religiosità profondamente inquieta e piena di incertezze del prete che viene accostata alla religiosità laica ma intimamente condizionata dall’educazione infantile, ricevuta da Sciascia da parte delle zie. Come dire, da una parte Voltaire e dall’altra il catechismo. Da qui il titolo del libro, Le zie di Leonardo. Questa, la chiave di lettura dell’intera opera: il dissidio interiore dello scrittore e il suo apparentemente inspiegabile rifiuto di incontrare l’amico prete al momento in cui questi abbandona l’abito talare. Inspiegabile se si tiene conto dell’illuminismo settecentesco di cui sono intrise le opere dello scrittore, ma comprensibile se invece si tiene conto di quanto pervasiva possa essere l’educazione ricevuta nella prima infanzia. In fondo, che il padre Álvarez vivesse con profonda sofferenza la propria condizione di prete era cosa abbastanza evidente, ma della quale i due amici non avevano mai neppure fatto cenno. E il Leonardo Sciascia illuminista, ma ben catechizzato dalle pie donne della sua famiglia, questo doveva averlo compreso, se aveva sempre intrattenuto un’amicizia vera ma altrettanto ambigua. Sciascia desiderava l’amicizia d’un prete e quando scomparve il prete, giocoforza, finì per scomparire anche l’amicizia.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Massimiliano Magnano”][/vc_column][/vc_row]




