La Sicilia e lo Statuto speciale. Da nazione a Regione

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento prende corpo il mito della nazione siciliana o dell’autonomia, sul quale esiste ormai una vasta letteratura. I miti hanno sempre un grande ruolo nella vita dei popoli. Lo storico, tuttavia, messa da parte la tentazione di una visione teleologica, deve guardare attentamente ai fatti, ai mutamenti sociali e istituzionali e al ruolo dei protagonisti. Per tale ragione la tradizione autonomistica non va intesa come fattore causale degli avvenimenti, ma solo come condizione potenziale, poiché di volta in volta si aprono soluzioni diverse e talora opposte.

Per chiarire i tempi in cui nasce e si definisce il concetto di autonomia siciliana, bisogna porre l’attenzione sui tre maggiori rivolgimenti politico-istituzionali, avvenuti nel 1812-15, nel 1860-61 e nel 1943-48. Nei tre casi la Sicilia si trova nel vortice di una grave crisi internazionale. Dal punto di vista metodologico, come sostiene Federico Chabod, politica interna e politica estera vanno di pari passo.

Luigi Sturzo, fondatore del partito popolare itano 1919

Nel primo caso l’isola diventa rifugio provvisorio della monarchia borbonica, protetta dalla presenza militare della Gran Bretagna, che deve mantenere il controllo del Mediterraneo. L’obiettivo di questa potenza è quello di contrastare e arginare prima la propagazione della Rivoluzione francese e poi l’espansionismo napoleonico. In contrapposizione ai modelli istituzionali napoleonici, l’Inghilterra sostiene l’esperimento della Costituzione siciliana del 1812. Fra gli obiettivi raggiunti rientrano l’indipendenza dell’isola da Napoli, in ottemperanza all’affermazione della cosiddetta nazione siciliana. Il Congresso di Vienna, che sancisce gli equilibri antirivoluzionari, riporta l’orologio all’indietro con la formazione del Regno delle Due Sicilie.

Nel secondo caso, si è in presenza del crollo del Regno borbonico nell’ambito di una crisi internazionale e dell’affermazione del principio di nazionalità. Chiusa la Seconda guerra di indipendenza, che sancisce la formazione di un Regno dell’Alta Italia e le sollevazioni nelle regioni dell’Italia centrale, l’iniziativa passa ai democratici con la spedizione di Garibaldi nel Regno delle Due Sicilie. Il movimento nazionale, con il sostegno delle grandi Potenze (Francia e Inghilterra), porta a compimento l’unificazione italiana. In questo processo le classi dirigenti siciliane chiedono e ottengono la convocazione di un Consiglio straordinario di Stato per rivendicare un assetto decentrato del nuovo Stato. Nella Relazione si prevede per l’isola un’ampia autonomia in materia di lavori pubblici, di riscossione delle imposte e di attenuazione dei controlli statali. Come è noto, il bisogno di tenere unito il nuovo Regno farà fallire quel progetto di decentramento.

Nel terzo caso, l’intervento dell’esercito anglo-americano apre nuove prospettive per l’assetto della Sicilia. Il 10 luglio 1943 ha inizio lo sbarco delle truppe alleate nelle coste meridionali della Sicilia. La scelta dell’isola come teatro di guerra è avvenuta durante l’incontro di Casablanca nell’Africa settentrionale (dal 14 al 16 gennaio 1943) tra i capi di governo e i rispettivi stati maggiori della Gran Bretagna e degli Usa. Churchill ha convinto il presidente americano Roosevelt di proseguire la guerra nel Mediterraneo e di attaccare il fronte nazifascista puntando sulla Sicilia. Per il primo ministro inglese, occupata l’isola, l’Italia non reggerebbe al contraccolpo e chiederebbe la pace separata. Questa intuizione geniale sarà confermata dagli avvenimenti successivi.

La decisione militare dell’occupazione della Sicilia (denominata “Operazione Husky”) contribuisce alla caduta del fascismo e al rafforzamento delle antiche aspirazioni autonomistiche della Sicilia. In tutte e tre i casi l’ombrello straniero è decisivo per l’assetto istituzionale dell’isola. Solo nell’ultimo caso il processo autonomistico avrà un esito positivo. Le origini della vigente autonomia siciliana, quindi, vanno collocate nell’ambito della situazione militare e politica, interna e internazionale, dell’Italia durante il quinquennio 1943-48.

Gli anglo-americani hanno sostenuto il movimento indipendentista? Su questo tema non mancano i contributi che attestano un atteggiamento benevolo, almeno nella fase iniziale dell’organizzazione amministrativa adottata dalle forze alleate. I fatti e i documenti, però, escludono una loro strategia favorevole alla separazione della Sicilia dall’Italia. Va sottolineato che per l’Inghilterra e, ancor più, per gli USA l’ordinamento istituzionale italiano centralizzato alla maniera fascista è estraneo alla loro tradizione e alla loro cultura.

Ancora una volta spinte esterne e tradizioni politiche interne, uscite sconfitte nei decenni precedenti, si incontrano. Si precede quindi all’istituzione della Regione numero Uno del Governo militare alleato. Al momento della restituzione dell’isola al governo italiano, si sarebbe potuto adottare un intervento militare per annullare le iniziative autonomistiche e per ristabilire la tradizione centralistica. Non mancano alcuni segnali in questa direzione. Il nuovo Stato, nato dalla Resistenza e dal contributo delle forze democratiche e antifasciste, prima ancora della Costituente, manifesta la disponibilità a un assetto istituzionale fondato sulle autonomie. Per tali ragioni si può affermare che la Sicilia precorre il sistema delle regioni e delle autonomie che entrerà a far parte dei principi della Costituzione repubblicana.

«Men che nazione, la Sicilia è più che Regione. Non un frammento d’Italia, ma sua integrazione ed aumento». Così Antonio Borgese definiva la situazione politico-amministrativa dell’isola. Parafrasando questo scrittore, si può dire che la Sicilia, men che Stato è più che Regione. La specificità della Sicilia quasi nazione (il concetto è anche del ligure Togliatti) si evince dagli ampi poteri di autogoverno legislativo, regolamentare e politico, previsti dallo Statuto. Si vedano a tal proposito gli articoli 14, 15 e 17.

Alcuni esponeti dell’autonomismo, al centro Giuseppe La Loggia

L’articolo 14 prevede la piena potestà legislativa (esclusiva) in quasi tutti i campi della vita economica a cominciare dall’agricoltura e dall’industria (compreso il settore minerario). L’articolo 15, voluto da Giovanni Cartia e Mario Mineo, prevede la legislazione primaria nel campo degli enti locali, che legittima e prescrive un particolare regime dei Comuni e dei Liberi consorzi comunali, “dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria”. L’articolo 17 individua la legislazione concorrente entro i limiti dei principi e degli interessi generali cui si uniforma la legislazione dello Stato. L’articolo 38 sancisce il concetto riparazionista. “Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nell’esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale”.

Due elementi essenziali fanno della Regione quasi uno Stato-membro di una Repubblica federale. L’art. 23: prevede la creazione di sezioni della Corte di Cassazione, del Consiglio di Stato, della Corte dei Conti, l’istituzione di un’Alta Corte di Giustizia con potere di legittimazione costituzionale delle leggi. L’art. 31: assegna al presidente della Regione il compito di mantenere l’ordine pubblico attraverso la polizia di Stato. Questi due articoli rimarranno disattesi (l’Alta Corte sarà operante fino all’Istituzione della Corte costituzionale nel 1956, mentre il fondo di riparazione sarà applicato in modo discontinuo).

Come si arriva a questa forma di autonomia, innovativa e spinta quasi al limite di un assetto federale? Per la redazione dello Statuto fu creato un organo speciale, la Consulta regionale siciliana, composta esclusivamente da siciliani e delegata dal Consiglio dei ministri con decreto

del 28 dicembre 1945. A farne parte sono chiamate 36 personalità fra le più eminenti e rappresentative dell’antifascismo isolano, nominate dal governo nazionale in parte su designazione del CLN e in parte su indicazione dell’Alto Commissario per la Sicilia nell’ambito delle formazioni politiche isolane. La Consulta regionale siciliana si configurò dunque come una sorte di Costituente le cui decisioni saranno accolte dal governo nazionale e inserite nella Costituzione repubblicana.

Poco si è riflettuto sulle diverse posizioni emerse tra i vari rappresentanti all’interno di questo organismo. In questa sede mi limito a evidenziare due diverse concezioni dell’autonomia, le quali non troveranno una sintesi equilibrata nelle norme dello Statuto. La prima, secondo il parere di alcuni studiosi (il più autorevole è il compianto professore Giarrizzo), è rappresentata dall’autonomismo di marca cattolica, che aveva avuto in Luigi Sturzo il più autorevole esponente. Il prete calatino aveva individuato nel potere locale lo strumento di partecipazione politica e il centro di aggregazione delle nuove figure sociali portatrici del cambiamento e dello sviluppo.

La seconda è l’autonomismo rivendicativo, il cui principale rappresentante è Enrico La Loggia. Già deputato nel periodo prefascista, La Loggia vede nell’autonomia lo strumento necessario per un intervento dello Stato che deve compensare il dislivello economico verificatosi tra la Sicilia e il resto del Paese. Emerge l’idea (il riparazionismo) che l’Italia debba alla Sicilia una “riparazione” per averla tenuta, a partire dall’unificazione, in uno stato di soggezione economica. Partendo dagli studi statistici esistenti, La Loggia sostiene che l’isola ha bisogno di un forte aiuto, di una vera propria “solidarietà”: «Noi abbiamo bisogno, indispensabile bisogno del resto dell’Italia, come per altro il resto dell’Italia ha stretto bisogno dell’Italia».

In tal modo viene formalizzato il tema della “solidarietà”, un principio etico che troverà ampio spazio nella Carta costituzionale. Nello stesso articolo trova formalizzazione un altro concetto fortemente innovativo, il concetto di “piano”. La somma versata dello Stato alla Regione, formulata dal democristiano Restivo, deve essere impiegata in base a un “piano economico”. Nella prassi prevarrà la tesi rivendicativa e l’autonomia sarà indirizzata sul binario della rivendicazione rispetto allo Stato, una contrapposizione che non si rivelerà positiva per gli ulteriori sviluppi della stessa.

Il peso di queste concezioni, fra loro non equilibratamente composte e non pienamente realizzate, condizionerà le vicende successive dell’autonomia siciliana fino ai nostri giorni. Sul piano della democrazia, la Regione adotta un assetto centralistico sul modello dello Stato centrale mortificando le autonomie locali, soggette a vincoli e incapaci di contare nel processo di sviluppo politico ed economico. Il riparazionismo, trasformatosi in autonomismo piagnone, è stato utilizzato dalla classe dirigente per giustificare la mancanza di interventi profondi nel campo economico.

Dopo 72 anni l’autonomia non è riuscita a colmare il divario tra Nord e Sud. Quali prospettive si aprono per l’ordinamento siciliano nel panorama delle ‘sfide globali’ del secolo XXI? Si è discusso e si discute della creazione di macroregioni, di adeguamento dello Statuto siciliano (ma anche delle altre Regioni) alle spinte provenienti dall’Unione Europea, della Sicilia come frontiera nel Mediterraneo. Di fronte ai populismi e alla globalizzazione, oggi si impone una riforma radicale, che del passato colga la svolta profonda del secondo dopoguerra ma anche i limiti e le contraddizioni.

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