Il fascismo di Pirandello

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]I miti si nutrono col concorso di almeno due fattori: il racconto e l’autorevolezza del raccontatore, che alla “fabula” conferisce il valore assoluto dell’intangibilità. Da lì nasce la tradizione, che, da una generazione all’altra, quel mito perpetua. Così Omero con le vicende e gli eroi della guerra di Troia.

Ma viene il momento in cui quel mito non è più che una favola, bella e insieme crudele, alla quale non si crede più. A decretare la fine del mito è la ricerca storica, che è avversa ai miti come il gatto al topo. Il ‘logos’ decostruisce i miti, fino a demolirli. Così è, da Ecateo di Mileto (550 a.C. – 476 a.C.), per il quale i “mythoi”, i racconti, dei suoi conterranei apparivano “ridicoli”. Lo seguirà Erodoto (484 a.C. – 424 a.C.), il “padre della storia”, secondo Cicerone, in cui però ancora il “mythÒdes”, cioè l’elemento “favoloso” del racconto, aveva un certo rilievo. La storiografia greca diventerà adulta solo con Tucidide (460 a.C. – 395 a.C.), il quale, secondo Luciano di Samosata, “legiferò” su come si deve scrivere la storia. Perché la ricerca storica si fa con e sui documenti, con le ricerche delle fonti archivistiche e con tutto il materiale documentario reperibile. Insomma, carta canta, rispetto alle fonti orali, sempre al limitare della inevitabile deformazione memoriale e, perciò, da maneggiare con cura.

Ma, se mai muore un mito, altri miti nascono, crescono e lussureggiano, sempre in forza del racconto e del suo narratore. Come è accaduto per un mito dei nostri tempi, che, alimentato da almeno tre autorevoli scrittori (a tacer di altri) – in ordine cronologico, Alvaro, Sciascia, Camilleri –, ha goduto di indefettibile credito: quello di Luigi Pirandello fascista un po’ sì e un po’ no, di un Pirandello fascista convinto, ma poi pentito e perfino antifascista “in aenigmate”.

Tutto questo non sulla base di documenti, ma di interpretazioni di qualche sua novella (Sciascia coglie l’antifascismo “in aenigmate” di Pirandello nella novella «C’è qualcuno che ride», pubblicata dal “Corriere della Sera” il 7 novembre 1934), o del “silenzio” di Pirandello – interpretato come segno di antifascismo da Camilleri – in occasione del conferimento del premio Nobel a Stoccolma il 10 dicembre 1934. Infine, Alvaro, alla morte di Pirandello il 10 dicembre 1936, davanti al foglio di carta «appassita e risecchita» che recava le disposizioni testamentarie dello scrittore girgentano riguardo al suo funerale, che voleva semplice e senza fanfare, imbastisce due volte (sul “Nuovo Corriere della Sera” il 22 dicembre 1946 e nella Prefazione alle “Novelle per un anno” nel 1956) una «suggestiva rievocazione» sulla «più geniale e sorprendente beffa pirandelliana, più pirandelliana di Pirandello, contro il regime fascista», che su quel cadavere eccellente avrebbe invece voluto costruire la propria apoteosi. La verità, invece, era già stata rivelata dal figlio Stefano in un’intervista del 1949: quel foglio suo padre lo aveva vergato addirittura nel 1911, quando Mussolini era un fervente socialista e il fascismo era ancora di là da venire!

Il merito di avere sbugiardato le tre vulgate di cui sopra si è dato conto va a Piero Meli, che ha raccolto in un libro prezioso (prezioso perché ben documentato e ben argomentato), «Luigi Pirandello – Io sono fascista», Salvatore Sciascia editore 2021, pp. 150, le sue ricerche, frutto di uno scrutinio meticoloso su giornali e riviste degli “anni ruggenti” in cui Pirandello visse e scrisse, ma anche sulla vasta saggistica che, da allora, a Pirandello è stata dedicata.

Da queste pagine viene fuori, tetragono e inconcusso, il fascismo di Pirandello, che dichiarava pubblicamente di essere antidemocratico e fascista ancor prima che il fascismo diventasse realtà storica (in un’intervista su “Il Pensiero” del 12 giugno 1926, Pirandello dichiara, testualmente: «…io sono fascista. E non da ora; sono trent’anni che faccio il fascista»). Allora la sua adesione «esplicita e disinteressata» al fascismo nel 1924, proprio a ridosso dell’uccisione del socialista Giacomo Matteotti, il più tenace avversario di Mussolini e dei suoi metodi autoritari e violenti, si spiega perché – scrive Meli – «Pirandello trovava nel partito fascista l’ideologia politica più aderente al suo pensiero e Mussolini gli appariva – come dichiarerà a Telesio Interlandi – “un formidabile creatore di realtà contingenti, un superbo animatore, un artefice di vita”». E tale, fascista e mussoliniano convinto, resterà fino alla fine dei suoi giorni.

Non c’è, in Pirandello, nessuna «doppia identità, quella d’artista da una parte e quella di uomo dall’altra, ognuna per proprio conto. Una specie di dottor Jekill e mister Hyde: in pubblico fascista dichiarato e nel segreto della creazione artistica insofferente, ironico e sarcastico verso il regime».

E però, che Pirandello non fosse uno “scrittore fascista”, lo dichiarò in diverse occasioni egli stesso, «rivendicando con forza e senza alcun timore la propria autonomia artistica di fronte al fascismo. Nessuna contraddizione dunque tra la vita e l’opera di Pirandello».

Perché, per il drammaturgo di Girgenti, in materia d’arte “ogni intenzione, per quanto nobile e grande, racchiude in sé qualcosa di antiartistico” e per un artista, per quanto “ispirato a fare un’opera d’arte da sentimenti patriottici, da indignazione per certi abusi sociali”, quei motivi potranno solo “formare oggetto di articoli di giornali, di scritti polemici, giammai dell’arte” (“Le intenzioni in arte secondo Pirandello”, in «Gazzetta del Popolo», 6 novembre 1924).

Quello di Sciascia, su un Pirandello “dalla doppia identità”, è, allora, «un colossale errore». Come pure quello di Camilleri, il quale, dal mancato inserimento del discorso di Pirandello nel libro «Tous les discours de réception des prix Nobel de littérature» edito da Flammarion (e non da Gallimard, come dice Camilleri) nel 2013, in un’intervista del 2014 rilasciata a Felice Cavallaro dedusse «il fantomatico “giallo”» del “silenzio” di Pirandello, cioè della rinuncia a pronunciare il discorso ufficiale di ringraziamento all’atto della consegna del premio davanti al re di Svezia, perché «ormai le sue idee erano ben lontane dal fascismo». Ebbene, Meli rivela che, in quel ponderoso libro (ben 703 pagine), nonostante il titolo, non vi sono raccolti tutti i discorsi dei premi Nobel. Oltre a quello di Pirandello, mancano infatti i discorsi di altri

poeti e scrittori “laureati”. Invece, Pirandello parlò, eccome. Però, adducendo come motivo la stanchezza per il viaggio affrontato, non fece la «cosiddetta “conferenza Nobel”», bensì il “discorso del banchetto”, di appena tre minuti, la cui «versione italiana assai fedele al testo francese» fu riprodotta dal “Corriere della Sera” dell’11 dicembre 1934.

E in quel discorso niente c’è, né di fascista né di antifascista. C’è solo il Pirandello artista, che dichiara di avere «creato, con l’illusione di aver creato unicamente ciò che ho sentito e ho potuto credere», e cui «piace credere – afferma, concludendo – che voi avete accordato il premio molto meno alla virtuosità, sempre da trascurare, dello scrittore, che alla sincerità umana della mia opera».

P.S. Nel libro di Meli, ben documentato e ben argomentato – lo ribadisco con convinzione –, manca però un dettaglio, piccolo, se si vuole, ma importante. Quando Meli scrive che «poco dopo le 16 del pomeriggio dell’8 novembre 1934 in via Antonio Bosio 15 veniva recapitato il telegramma» con cui veniva comunicato a Pirandello che l’Accademia svedese gli aveva assegnato il premio letterario Nobel e, insieme, gli veniva richiesto di comunicare la sua accettazione, non si capisce bene da chi venga consegnato quel telegramma: se da un fattorino o da qualche altro.

E invece, su quel telegramma consegnato a Pirandello, c’è una versione più completa (e, per questo, più significativa) di quella narrata da Meli. È quella che fornì, a più riprese, il giornalista e scrittore, originario di Noto, Corrado Sofia (1906-1997), dalla cui bocca l’ho anch’io personalmente raccolta nel 1995. Prima di me (e prima che lo stesso Sofia ne lasciasse testimonianza, “a futura memoria”, nelle pagine 49-50, che si citano qui in chiusura, del libretto «Pirandello – Storia di un Amore», Il Lunario 1992), era stato Giampiero Mughini a raccogliere il racconto dello scrittore netino sul telegramma a Pirandello nel libro «A via della Mercede c’era un razzista», Rizzoli 1991, I ediz., p. 87; Marsilio 2019, II ediz., pp. 103-104: «Appena trova di meglio – un giornale che lo paghi regolarmente –, Sofia abbandona il “Tevere”, nel 1928. Eppure continua a gravitare nell’orbita del quotidiano romano, un vero e proprio consolato siciliano a Roma, e a collaborarvi. Quando, un pomeriggio di novembre del 1934, arriva in redazione il telegramma dov’è l’annuncio che Luigi Pirandello ha vinto il Premio Nobel per la letteratura, è Sofia ad andare in taxi a casa sua, in via Bosio, al Quartiere Nomentano, per poi scriverne sul giornale. Pirandello lo accoglie calorosamente. Per alcune ore lo trattiene a raccontargli la sua vita, senza trascurare alcun dettaglio, quasi stesse accuratamente componendo un racconto dov’è l’incontro di un uomo celebre e arrivato con un giovane che cerca e interroga, e poi lo porta a cena nella trattoria fiorentina “Il Buco”, vicino al Collegio Romano».

Infine, è giusto lasciare la parola a Sofia: «Quando mi recai a trovarlo per comunicargli la notizia del premio Nobel e consegnargli il dispaccio telegrafico che era arrivato nelle prime ore di quel pomeriggio presso la redazione del giornale che allora frequentavo [“Il Tevere”, nota mia], “l’arte si vendica della vita” furono le prime parole. Gli chiesi se Mussolini gli avesse telegrafato o telefonato, disse di no. “Questo premio non potrà fargli piacere” aggiunse. Era piuttosto divertito dall’idea di suscitare la gelosia del dittatore, conosciuto per il suo modo di invitare alcuni scrittori a collaborare alle sue trame teatrali. “Anche il mio autista” disse “dedica il suo tempo al teatro. Si diletta anche lui a scrivere. È la sua maniera di recitare”».[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Paolo Fai”][/vc_column][/vc_row]

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