Sortino e lo Stato unitario,la modernizzazione difficile

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Il volume di Dionisio Mollica, Sortino 1846-1946, Storia e Produzione urbana, ricostruisce, nell’arco di un secolo, le vicende dell’assetto urbano di una piccola comunità. Nelle trecentocinquanta pagine, presentate con una elegante veste tipografica curata dall’editore Morrone e corredate da un secondo volume sulle foto dell’epoca, l’autore, avvocato e docente di diritto, dimostra di possedere pienamente il metodo delle discipline storiche, in special modo sul versante della storia dell’amministrazione. La ricerca di Mollica sembrerebbe una Historia minima. In realtà, le fonti consultate e i risultati raggiunti dimostrano l’inserimento di questo contributo all’interno del recente dibattito storiografico: il rapporto tra centro e periferia, tra poteri centrali ed élites locali nel processo di costruzione dello Stato unitario. Il volume, quindi, si iscrive nella storia delle città, un settore che ha trovato un’ampia diffusione negli ultimi decenni, come ha evidenziato Salvo Adorno nella presentazione.

 

Secondo questi orientamenti storiografici, nello studio dell’ammodernamento urbano e dello sviluppo delle periferie del nuovo Regno si deve tenere conto dell’assetto centralistico adottato dalle classi dirigenti liberali al momento dell’unificazione. Tale era la prima legge comunale provinciale del 1859 (la cosiddetta legge Rattazzi), che si manterrà inalterata, salvo alcuni adattamenti, fino al fascismo. Quali erano i tratti principali? Uniforme ordinamento dei Comuni, diversi per natura e dimensioni; sottrazione di cespiti locali a profitto della finanza statale; controlli schiaccianti di legittimità e di merito da parte di appositi organismi centrali sugli atti dei Comuni e delle Province.

 

Avv. Dionisio Mollica, autore del libro

In tal modo, il centro governativo dettava norme uniformi per il Paese, controllava ma anche spingeva (tramite l’inserimento in bilancio delle spese obbligatorie) le élites locali ad attivare servizi essenziali per la popolazione. Si trattava di un sistema liberal-autoritario, peraltro rafforzato dalla nomina governativa del sindaco e dalla ristrettezza dell’elettorato (appena l’1,9% della popolazione). Mollica, tenendo conto dei ristretti margini finanziari consentiti ai poteri locali dall’ordinamento giuridico e richiamando sempre la legislazione nazionale, analizza le scelte compiute dagli amministratori (sindaci e consiglieri comunali) e l’attività della burocrazia chiamata alla realizzazione delle principali opere pubbliche.

 

Sappiamo che Sortino e la Sicilia si fondavano su un’economia prevalentemente agricola (tale sarà fino al secondo dopoguerra). L’inserimento di una piccola comunità all’interno dello Stato nazionale fornì, in modo contraddittorio, nuove opportunità di sviluppo e forti spinte per la cosiddetta “modernizzazione difficile”. Rispetto al periodo borbonico, segnato dall’immobilismo e da una politica repressiva, l’economia, inserita all’interno del mercato italiano ed europeo e favorita dalla congiuntura positiva (aumento dei prezzi), conobbe notevoli cambiamenti (in particolare, con la diffusione delle culture pregiate: vigneti e agrumeti). Il dato più rilevante per Sortino fu la crescita della popolazione, che

passò nei primi decenni postunitari da circa 8.000 abitanti a 12.000 (questo obiettivo non sarà più raggiunto negli anni successivi). «Era necessario – così scrive Mollica – che l’amministrazione comunale predisponesse la razionalizzazione di un piano di sviluppo urbanistico del paese, nonché i connessi servizi indispensabili: illuminazione pubblica, viabilità, rete fognante e idrica, nettezza urbana e igiene» (p. 50). Saranno questi gli impegni degli amministratori per la modernizzazione del piccolo centro montano. Tra progettualità e realizzazioni, però, i tempi saranno lunghi e, non sempre, i risultati saranno rispondenti alle esigenze della popolazione.

 

Colpisce la capacità degli amministratori locali di progettare l’espansione urbanistica. Mollica dedica particolare attenzione ai piani regolatori, che prevedevano la sistemazione degli edifici, delle strade e delle piazze. La città, costruita dopo il terremoto del 1693 e allocata a Sud, alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento cominciò la propria espansione verso Nord. A tal proposito furono utilizzate le terre del Convento di San Francesco e del Carmine, passate in proprietà dello Stato con l’eversione dell’asse ecclesiastico del 1866-67 e vendute a piccoli lotti ai cittadini per la costruzione delle nuove abitazioni. I tratti specifici di queste scelte si intrecciavano strettamente con le norme adottate dallo Stato unitario che, con le leggi di unificazione amministrativa del 1865, aveva previsto la compilazione dei piani regolatori e l’esproprio per pubblica utilità.

 

La fase edificatoria raggiunse il punto più alto con il piano di ampliamento del 1893, il quale sanzionava lo sviluppo urbanistico degli anni precedenti e avviava il processo di ampliamento della zona nord del Paese. Contemporaneamente furono creati i nuovi quartieri di Santo Pietro, delle Santicroci e di San Francesco. La svolta si realizzò nel 1929 con l’adozione del primo piano regolatore, sollecitato dall’autorità prefettizia. Redatto dall’ingegnere Stanislao Blancato, il piano prevedeva l’espansione urbana per 25 anni e la planimetria per i futuri sviluppi, con la sola indicazione delle vie e dei quartieri edificabili. L’approvazione di questo strumento consentiva all’amministrazione di procedere all’ulteriore sistemazione delle vie e alla costruzione di edifici pubblici.

 

Nella documentata ricerca, Mollica, facendo ricorso alle piante topografiche e ai progetti edilizi, ricostruisce il collegamento stradale tra il vecchio e il nuovo centro, la viabilità interna, la creazione e la manutenzione delle piazze e, infine, la rete della viabilità esterna, ritenuta utile per il collegamento di Sortino con i paesi vicini. Accanto all’intervento dell’amministrazione emergevano i conflitti di interesse che rallentarono e, a volte, bloccarono l’intervento pubblico. Tuttavia, l’autore coglie il ruolo positivo dei tecnici, prevalentemente scelti all’interno della comunità ma a contatto con la cultura nazionale. «Il processo di “metamofosi urbanistica”, – sostiene Mollica – visibile anche sotto il profilo formale della toponomatica delle vie, fu realizzato da una risoluta generazione di tecnici i quali segnarono un’epoca: il “perito” Vincenzo Blancato, gli ingegneri Sebastiano Costa, Salvatore Costa, Vincenzo Blancato Failla, Giuseppe Costa, Leopoldo La Bruna, Stanislao Blancato» (p. 74).

Immagine del libro

Nel volume Mollica dedica un intero capitolo all’istruzione pubblica. Come è noto, la classe dirigente liberale, nella fase di costruzione della nazione, procedette al coinvolgimento delle masse. In un Paese dominato dall’analfabetismo, lo strumento principale fu l’istruzione, che doveva educare le popolazioni alla lettura e alla scrittura. Per tale ragione il livello elementare del sistema educativo divenne obbligatorio prima

con la legge Casati del 1859 e poi con la legge Coppino del 1877. Quest’ultima affidava ai Comuni il reclutamento del personale insegnante e la costruzione degli edifici pubblici. L’esecuzione della legge, certo, non ebbe eguale efficacia nel territorio nazionale, poiché non tutti i Comuni, per le loro ristrettezze finanziarie, potevano realizzare gli obiettivi previsti dalla legge.

Per quel che riguardava Sortino, si aprì una fase nuova e contradditoria. Le prime esperienze nel campo dell’istruzione furono condotte dai Gaetani, marchesi di Sortino, e poi dall’amministrazione comunale con l’estensione alla Sicilia della legislazione borbonica. Sin dalla prima riforma adottata dallo Stato unitario, l’intero ordinamento scolastico fu modificato. In assenza di locali, si dovette procedere all’affitto di immobili privati e all’utilizzo degli oratori delle Chiese e degli immobili di ex conventi. La prima delibera per la realizzazione di un edificio scolastico fu adottata dall’amministrazione comunale nel 1901. Pur potendo contare sui mutui previsti dalle leggi, le élites locali, per le fratture esistenti al loro interno, non riuscirono a individuare la sede adatta.

 

Finalmente, la legge Giolitti del 15 luglio 1906 favorì l’edilizia scolastica del Mezzogiorno e la legge Daneo-Cedraro del 1911, che trasformava la scuola in servizio statale, affidò il reclutamento al ministero dell’Istruzione. Le nuove opportunità spinsero gli amministratori a individuare nell’area del “castello”, la fortezza dei Gaetani, la superficie adatta per la costruzione di un edificio scolastico. Il progetto, approvato nel 1909, innescò subito una serie di controversie. In modo puntuale e sorretto sempre dalla documentazione, Mollica descrive la lunga fase (furono incaricati tre tecnici e contratti diversi mutui) che porterà alla definitiva inaugurazione dell’edificio in epoca fascista (1932).

 

Nell’ambito del rapporto centro-periferia si collocano le vicende della sanità pubblica e dell’erogazione dell’acqua potabile. Al momento dell’unificazione l’approvvigionamento proveniva dalle sorgenti Lardia e Acqua Vecchia, che rifornivano soltanto le fontane e gli abbeveratoi delle strade principali del paese. Gli amministratori dei decenni successivi dovranno cimentarsi con la necessità del rifornimento diretto alla popolazione. Subito dopo l’unificazione, non mancarono, come dimostra la puntuale ricerca di Mollica, alcuni provvedimenti, che prevedevano il rifacimento e il controllo della rete idrica, nonché l’individuazione di nuove sorgenti e la costruzione di un acquedotto, provvedimenti che richiedevano un notevole sforzo finanziario.

Banda musicale

Come per l’edilizia scolastica, la svolta si registrò nel 1887 in occasione delle riforme adottate dallo statista siciliano Francesco Crispi. Nel corso degli anni Ottanta dell’Ottocento si era presentato, soprattutto in Sicilia e in provincia di Siracusa, il colera, il cosiddetto “morbo asiatico”, arrivato in Europa agli inizi degli anni Trenta, che nei decenni successivi aveva mietuto milioni di vittime. Individuata la causa del colera nelle condizioni igienico-sanitarie, lo statista siciliano fece approvare una riforma sanitaria, la quale istituiva presso i Comuni il medico condotto e l’ufficiale sanitario, e prevedeva la concessione di mutui agevolati per la costruzione delle reti fognarie e per il reperimento delle acque potabili (sul modello della famosa legge per Napoli).

 

Proprio nel 1887, utilizzando i provvedimenti statali, il Consiglio comunale di Sortino conferì la progettazione di una nuova conduttura di acqua potabile alla “Società Italiana

per le Condotte d’Acqua” di Roma. Elaborato il progetto per un costo complessivo di lire 80.000, l’amministrazione comunale contrasse il relativo mutuo concesso con Regio Decreto del 2 luglio 1890 e finalizzato alla costruzione dell’acquedotto e del nuovo Cimitero. La somma erogata, rivelatasi insufficiente, innescò un lungo contenzioso con l’impesa assegnataria. Nel 1892, a completamento dei lavori, si dovette anche constatare che il nuovo acquedotto, per le perdite lungo la conduttura e per la portata d’acqua insufficiente, non riusciva a soddisfare le esigenze della popolazione.

 

Diversa si presentò la situazione per la costruzione di un Cimitero, prevista dalle leggi di unificazione amministrativa e dai nuovi criteri di inumazione. Si passò dalla progettazione all’individuazione dell’area in contrada Olivi di San Girolamo, lungo la strada che collega Sortino a Melilli. A spingere l’attuazione di quest’opera contribuirono i casi di colera e i decessi avvenuti durante il 1887. Utilizzando le leggi nazionali, l’amministrazione contrasse due corposi mutui (il primo di 20.000 lire, con Regio Decreto del 18 ottobre 1889, e il secondo di 80.000 lire, con Regio Decreto del 2 luglio 1890). Nel corso di realizzazione dell’opera l’amministrazione predispose un piano complementare elaborato dall’ingegnere Salvatore Costa. Secondo la puntuale ricostruzione di Mollica, i lavori furono conclusi rapidamente agli inizi del 1893. Negli anni successivi furono contratti altri mutui per l’allargamento del Cimitero. Si procedette, anche per le sollecitazioni della prefettura, sia alla delimitazione del terreno destinato alle inumazioni sia alla costruzione dei primi loculi.

 

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