Un anno di pandemia: tra incertezze e speranza di rinascita

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[vc_row][vc_column][vc_row_inner][vc_column_inner][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato” border_width=”5″][/vc_column_inner][/vc_row_inner][vc_column_text]E’ il 21 febbraio 2020; da poco è passata la mezzanotte del 20 quando l’assessore al Welfare della Regione Lombardia dà la notizia di un 38enne positivo al Covid-19, ricoverato all’ospedale di Codogno (Lodi). Nel corso della giornata saliranno a 15 i contagiati in Lombardia. E sempre il 21 si scopre un altro focolaio del virus, a Vo’ Euganeo (Padova). In Veneto c’è anche il primo morto, un 78enne in ospedale a Padova. A distanza di un mese, il 19 marzo l’Italia, con 3.405 vittime, supera la Cina nella conta dei morti per Covid-19: i positivi sono diventati oltre 33mila.Siamo in pieno regime di lockdown: è vietato a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in comune diverso da quello in cui si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza, ovvero per motivi di salute.

Il 4 maggio inizia la cosiddetta fase 2, la fase della speranza; si comincia a pensare che l’incubo stia per finire, si fanno le previsioni sulla possibile ripresa di una nuova normalità che darà nuove opportunità di rilancio dell’economia del nostro Paese, dopo lo shock epocale subito dal Covid.

L’arrivo dell’estate battezza la fase 3 della pandemia: il caldo e l’euforia, dopo la claustrofobia, ci fanno illudere che il nemico sta per essere espugnato; purtroppo non è andata così.

Dopo un trend pressoché stabile nei mesi di agosto e settembre, in ottobre e novembre si registra un significativo aumento dei casi giornalieri, con il record globale registrato il 10 dicembre 2020 e pari a 1.493.000 casi giornalieri.

Da gennaio 2020 il valore cumulato di casi globali di Covid-19 al mondo è pari a 113 milioni al 25 febbraio 2021; l’Italia è tra le aree geografiche più colpite.

Fonti ufficiali indicano, ad un anno dal paziente zero di Codogno, 396.143 casi attualmente positivi, 96.974 decessi, 2.375.318 guariti e 2.868.435 casi totali.

Nessuno avrebbe mai immaginato che un virus avrebbe potuto sconvolgere drammaticamente la storia dell’umanità del terzo millennio, riportandoci a scenari apocalittici e di morte, oramai licenziati dalla storia di diversi secoli fa, quando la peste era un flagello a cui non si poteva porre rimedio. I tempi erano maturi per spingere molti tra studiosi, scienziati, futuristi e futurologi, a coltivare l’ambizione di elevarci al rango di divinità e di tagliare finalmente il nastro della nuova era del transumanesimo.

Non si poteva immaginare, proprio nell’era geologica avanzata dell’Antropocene, in cui gli umani hanno preso le redini e il controllo della natura, che un microbo invisibile potesse mettere a repentaglio i principali sistemi di governance della nostra civiltà, dalla politica, all’economia, alla sanità, fino a colpire la nostra stessa libertà.

E invece, imprevedibilmente e inaspettatamente, in linea con la velocità con cui siamo passati dal cambiamento alla metamorfosi del mondo, senza avere alcun indizio utile a poterne contenere gli effetti devastanti, è arrivato un cigno nero.

Un male globale, come globale è il mondo del terzo millennio, che ha colpito senza distinzione di status, di forza economica e sociale, di geografia, senza fare differenze tra forti e deboli, tra ricchi e poveri, tra paesi avanzati e paesi emergenti, accentuando semmai quelle disuguaglianze e asimmetrie sociali ereditate dalla globalizzazione.

Oggi non sappiamo più in quale fase ci troviamo – si parla adesso di ondate – perché la pandemia è diventata la vera nuova normalità, con la quale dobbiamo convivere, consapevoli che a distanza di un anno, incredibile ma vero, il microbo è sempre più vicino a ciascuno di noi, si accanisce con le sue varianti e può annidarsi dietro l’angolo, a casa della nostra vicina di pianerottolo, nella sala da barba del nostro barbiere, nella classe dei nostri figli.

In questo momento siamo nel mezzo di una metamorfosi tra un prima che non è più e un dopo che non è ancora; non siamo fuori dalla crisi, non c’è stato un nuovo inizio. Tutto è ancora incerto e magmatico. Emerge una fondamentale riflessione antropologica sulla quale dobbiamo costruire la nuova normalità, basata proprio su ciò che ognuno di noi è stato costretto ad affrontare in quest’anno, a fronte di questa emergenza sanitaria ancora in corso: l’accettazione della fragilità dell’essere umano e della moltitudine delle nostre necessità.

Nessuno infatti si può salvare da solo; la salvezza del singolo dipende dalla salvezza del pianeta e di tutti i suoi abitanti e la forte scossa che viene dalla pandemia è proprio una nuova visione di sussidiarietà orizzontale, come categoria e struttura fondamentale ed esistenziale delle relazioni di cittadinanza locale e globale.

In fondo il global virus ha messo ulteriormente in ginocchio i limiti della globalizzazione: siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza planetaria e dunque la salute di ciascuno riguarda tutti gli altri ed essendo un bene comune globale, come tale sarebbe dovuta essere gestita.

La traumatica vulnerabilità di tutti, messa a nudo dalla diffusione del virus, aumenta la responsabilità di tutti a prendersi cura di tutti e del bene comune; ciò che dobbiamo imparare da questa pandemia è che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni sociali e quelle con l’ambiente.

C’è bisogno di risvegliare prima di tutto l’empatia, che vuol dire mettersi in relazione con l’altro, l’altro che oggi è anche il diverso, le generazioni future, ma anche la natura, l’ambiente, la terra che ci ospita, passando dalla cura nella sua accezione essenzialmente assistenziale, alla “care” intesa come prendersi cura.

La cura deve diventare una forma di vita intesa come idea di responsabilità, che vuol dire rendersi conto dell’esistenza dell’altro; la cura diventa davvero la risposta complessiva alle grandi sfide del nostro tempo, se noi la sappiamo ritrovare attraverso questa capacità empatica di relazionarsi all’altro.La nuova normalità dovrà promuovere una politica di sostenibilità della cura che richiede un contesto di relazioni internazionali mature, basate su principi di responsabilità, di consenso, di dialogo per il bene comune globale. La politica deve improntarsi all’umiltà e all’idea di servizio; la migliore risposta alle crisi deve avvenire prima che esse si manifestino.

Prevenire è meglio che curare, ma prendersi cura significa anche prevenire; la politica non può essere compresa senza questa dimensione di sollecitudine, di attenzione, di servizio, di sostegno e di compartecipazione. A un anno dalla sua comparsa il virus sar-cov-2 è arrivato in tutti i sette continenti, ignaro delle differenze e delle barriere che ci separano. Le risposte più efficaci alla pandemia, al contrario, sono state quelle che hanno visto la collaborazione delle parti in gioco. In vista delle sfide future, sarebbe quindi opportuno superare gli egoismi, gli interventi una tantum, gli approcci unilaterali e concentraci sull’unica cosa che può davvero fare la differenza: l’insieme.

Diceva a tal proposito Hume, “La società offre rimedio per questi tre inconvenienti: unendo le forze, il nostro potere aumenta; distribuendo le nostre mansioni, accresciamo la nostra abilità; soccorrendoci l’un l’altro, noi ci esponiamo meno al caso e agli incidenti. In forza di questa addizionale forza, abilità e sicurezza, dunque la società diventa vantaggiosa”.

La cura dell’altro, estensiva al trascendente, è il miglior vaccino per la cura di sé stessi e della natura, nell’interesse comune di generare pezzi di mondo più giusto, più solidale e più sostenibile: allora sì che oltre a parlare di ripartenza si potrà anche sperare in una rinascita e in un nuovo umanesimo della civiltà contemporanea.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Giancarlo Bellina”][/vc_column][/vc_row]

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