[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Al devastante flagello del “politicamente corretto”, ai cui fanatici assertori ben si attaglia il celebre aforisma di Ennio Flaiano, “la madre dei cretini è sempre incinta”, perché di giorno in giorno il loro numero cresce in modo esponenziale – a quel flagello non è riuscito a sfuggire nemmeno il nostro Poeta nazionale, Dante Alighieri, e per giunta proprio in concomitanza col Dantedì, lo scorso 25 marzo, data simbolica d’inizio del viaggio ultraterreno, quando sono cominciate le celebrazioni per il settimo centenario della morte, avvenuta a Ravenna il 13 o il 14 settembre 1321.
Ad impigliare il fiorentino “ghibellin fuggiasco” nell’asfissiante rete della “correttezza politica” ha provveduto la casa editrice olandese Blossom Books, che, nella nuova recente versione fiamminga dell’Inferno dantesco, destinata ai lettori più giovani, ha deciso di omettere il nome di Maometto, che Dante elenca tra i dannati di Malebolge. La traduttrice Lies Lavrijsen ha preferito ricorrere – con elevato sprezzo del ridicolo – a questa soluzione per evitare che l’episodio risultasse «inutilmente offensivo per un pubblico di lettori che è una parte così ampia della società olandese e fiamminga».

Che siano i musulmani a censurare Dante, si può capire, certo non giustificare. Così ha fatto nella traduzione in arabo della Divina Commedia il filologo dantista egiziano Hassan Osman (1909), che ha scelto di omettere i versi considerati un’offesa. Da qui alla violenza, però, il passo è breve. E lo compirono, nel 2008, alcuni estremisti di un gruppo salafita quando organizzarono un attentato ai danni della Cattedrale di San Petronio, a Bologna, perché nella Cappella Bolognini si trova un affresco di Giovanni da Modena (1410 circa) che trae ispirazione dalla descrizione che, nei versi 22-42 del canto XXVIII dell’Inferno, Dante fa di Maometto con l’impiego di termini crudamente realistici e immagini raccapriccianti, seviziato da demoni feroci. Il Profeta dell’Islam è condannato nella nona bolgia dell’ottavo cerchio come seminatore di scismi e sottoposto a una pena crudele con feroce evidenza del contrappasso, «per cui coloro che introdussero nella società umana le ferite delle discordie, l’atrocità degli odî, delle vendette e del sangue, sono alla loro volta orrendamente dilaniati, lacerati e insanguinato nelle loro stesse carni» (Sapegno).
Ma che anche gli europei, laici e/o agnostici, cedano a un malriposto senso di colpa fino all’autocastrazione, è segno solo di stupidità. Perché l’amputazione banalizza il testo, ne offende la storicità, ne immiserisce la complessità della trama dei rapporti culturali che vi sono sottesi, tra cui anche quelli con l’Islam. Perché a Dante la sua prodigiosa “curiositas” fece esplorare non solo la più familiare tradizione culturale del mondo antico greco-latino e di quello ebraico-cristiano, ma anche quella “estranea” del mondo arabo-musulmano, compiendo così una sintesi senza precedenti della cultura del suo tempo.
Degli “islamismi” nel Divino Poema cominciò a parlare, poco più di un secolo fa, il sacerdote spagnolo don Miguel Asín Palacios (1871-1944), che nel 1919 licenziò per le stampe un’opera di vasta erudizione e di immensa cultura dal titolo La Escatología Musulmana en la Divina Comedia, con la quale, nell’ampia letteratura sul Poeta fiorentino, inaugurò un capitolo inedito e fertile di conseguenze: quello dei rapporti tra
Dante e l’Islam. In quel benemerito lavoro una serie di coincidenze e somiglianze, che per l’autore erano troppo numerose per essere casuali, veniva puntualmente esaminata e addotta a riprova della conoscenza diretta o indiretta da parte di Dante di testi mistici e filosofici musulmani di soggetto escatologico.

Quel testo fondamentale della dantistica fu tradotto in italiano solo nel 1994 dall’editore Pratiche di Parma col titolo Dante e l’Islam – L’escatologia islamica nella Divina Commedia, riedito nel 2005 dal Saggiatore, Milano, con una pregevole Introduzione di Carlo Ossola, il quale, nel ribadire le affinità tra inferno musulmano e inferno dantesco, rilevava le impressionanti «simmetrie di struttura, del resto già vivacemente sottolineate da Asín Palacios e accolte da Maria Corti» (1915-2002).
È merito, infatti, della grande filologa dell’Università di Pavia avere indagato, per prima e più di altri in Italia, sulla presenza di motivi islamici in Dante, nel quale si sarebbe attivato il fenomeno dell’“interdiscorsività”, studiato significativamente da Michail Bachtin e da lui così definito. Quando due culture sono in stretto contatto, i vocaboli, le idee, i pensieri, i concetti di una cultura passano ovviamente all’altra e quindi non si riesce più a trovare la fonte diretta, perché quando un’espressione comincia a circolare non si sa più chi l’abbia creata o chi l’abbia messa in circolo. Questo è ciò che avviene per Dante. In Dante ci sono molti arabismi, che gli vengono per questo fenomeno dell’intertestualità. Non sono degli arabismi che Dante abbia appreso da un particolare libro.
«Molti l’hanno derisa, la Corti, – ha scritto Paolo Di Stefano, che è stato suo allievo – per la sua teoria “arabista” o averroista», ma la scoperta fatta qualche anno fa dal filologo Luciano Gargan, in un elenco di libri regalati nel 1312 alla biblioteca di San Domenico a Bologna (frequentata da Dante), di una copia del Libro della Scala in latino, rafforza le ipotesi della Corti. «Se ricordo bene, la Corti ipotizzava – prosegue Di Stefano – che Dante avesse letto il Libro della Scala a Firenze, forse grazie al suo maestro Brunetto Latini (che aveva frequentato la scuola di Toledo dove il Libro fu tradotto). Invece, la scoperta della copia bolognese potrebbe dimostrare che Dante l’abbia letto lì. E comunque è certo che negli stessi anni in cui Dante scriveva la Commedia, una copia del Libro della Scala si conservava in una biblioteca frequentata dal poeta».

Allora, contro il flagello del “politicamente corretto” solo lo sguardo profondo della cultura vera può avere il sopravvento. Forse i fanatici diffusori di quel flagello se ne asterrebbero o lo userebbero con più cautela, se sapessero che Maria Corti attribuisce una rilevanza “strutturale” al Libro della Scala – che descrive sia il viaggio all’inferno che l’ascensione al paradiso da parte di Maometto guidato dall’arcangelo Gabriele – nei riguardi del viaggio di Dante, perché gli ha fornito il modello analogico del suo viaggio nel mondo ultraterreno e della costruzione interna di quest’ultimo nella Divina Commedia. Infatti, a parere della studiosa, non solo l’inferno dantesco rivela somiglianze non casuali col Libro della Scala, ma anche il paradiso. Nel paradiso Dante si ispira infatti a una concezione araba, che lo stesso san Tommaso chiama “metafisica della luce” di origine araba, affermando che gli arabi sono più importanti sul piano dello studio della metafisica della luce.
Dunque, Dante, se per un verso condannava alle pene più atroci dell’Inferno lo scismatico Maometto, dall’altro, da intellettuale autenticamente laico qual era, si
appropriava di alcuni aspetti di quella religione e di quella cultura diffuse dal Profeta, contaminandoli con i princìpi della teologia cristiana e consegnandoci una sorta di enciclopedia tribale del Medioevo italiano.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Paolo Fai”][/vc_column][/vc_row]










