David Grossman: La vita gioca con me. Parole di storia, parole di vita

condividi news

[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]C’è sempre qualcosa che sfugge della storia passata, qualcosa di cui si perdono i contorni, qualche pagina che sta lì ma non ti chiama, ti lascia passare oltre.

Poi, all’improvviso, per altre vie, ti si ripresenta e ti rendi conto che era davvero importante, perché tutte le storie sono importanti; sono importanti soprattutto i graffi che lasciano addosso a chi le ha vissute, a chi ne è stata vittima. Leggere è vivere altre vite e non si può non vivere la storia di tre donne, tre generazioni di donne raccontate dalla delicatezza, ma anche da una obiettività senza sconti, di David Grossman.

“La vita gioca con me” è l’ultimo suo romanzo; pagine che dopo averle lette le rimugini, le mastichi per giorni e giorni e non ti riesci a levare di dosso i panni dei personaggi di cui l’autore ti ha donato l’essenza, il dolore dell’anima, i sentimenti offesi, le vite negate. Grossman ha reinventato una storia reale, quella di Eva Panic Nahir, un’ebrea croata che ha vissuto l’esperienza, per anni taciuta e negata, dei Gulag di Tito in Iugoslavia. Grossman reinventa questa storia creando il personaggio di Vera, giunta giovanissima dalla Iugoslavia in Israele con la figlia Nina. Qui inizia una nuova esistenza. Sposa un uomo rimasto vedovo da poco, con un figlio adolescente, Rafi, che dopo un iniziale rifiuto la accetta e si lascia conquistare dal suo grande affetto, amandola come fosse la sua vera madre, ma ancora di più si lascia conquistare dalla sorellastra di cui si innamorerà perdutamente e da cui avrà una figlia, Ghili, voce narrante del romanzo. Il lettore tutto questo lo apprende man mano che la storia si dipana, perché il romanzo, che si snoda attraverso più piani temporali, inizia quando Vera ha già 90 anni.

La sua incredibile vita è stata già vissuta, ma manca una tessera importante, l’ultima, quella che deve ricomporre tante esistenze spezzate. Come un invitato, il lettore in punta di piedi entra in una grande stanza e trova che stanno festeggiando i 90 anni di una donna ancora bella, arguta e soprattutto amata da tutti. Poi un ospite inatteso entra in scena: sua figlia Nina, che dall’Artico, dove viveva stabilmente da anni, irrompe accolta dall’euforia della madre, dalla venerazione di Rafi e dalla rabbia di sua figlia Ghili, che ha sempre visto sin da piccolissima la propria madre apparire e sparire, lasciandole dentro un vuoto incolmabile. Questa volta Nina non partirà; è tornata per restare, per quel poco che le resta da vivere. E’ tornata soprattutto perché prima di morire vuole sapere tutto della prima parte della vita di Vera; vuole conoscere la giovane sposa di Milos, affascinante ufficiale serbo, sbattuto in prigione perché accusato di essere una spia stalinista; vuole conoscere la verità sul perché la madre venne deportata presso l’isola di Goli Otok; vuole sapere se fu “costretta” a lasciare una bambina di sei anni e mezzo o se avesse potuto avere alternative. Si, perché è quell’abbandono la chiave di lettura di tanto dolore, di un dolore che non poteva lenirsi, neanche dinanzi all’amore di Rafi, neanche dinanzi all’amore per una nuova vita. E per conoscere la verità c’è solo una strada: il viaggio all’indietro, a ritroso verso quei luoghi del dolore, della sofferenza, che hanno stravolto non una, ma più esistenze, come una pietra lanciata nello stagno. Il viaggio verso Goli Otok sarà

compiuto da tutti e quattro i personaggi. Ghili e Rafi riprenderanno con una telecamera ogni momento ogni gesto, ogni sguardo, “frasi normali, banali, pronunciate davanti a una macchina da presa attenta ed empatica, possono filtrare in un individuo come se le avesse dette per la prima volta, aprendo una crepa nella storia che quell’individuo racconta a sé stesso da anni”. Una famiglia alla ricerca del bandolo nella matassa di un dolore sepolto, ma non tanto. L’approdo presso l’isola, dopo una traversata di un’ora dal porto di Zagabria, sferzati dal vento e dall’acqua del mare che sembrano presagire l’impatto sferzante della verità sull’anima, “le gocce di pioggia pungono come aghi su qualsiasi brandello di pelle nuda”.

Vera inizia a ricordare, inizia a raccontare. Il lettore legge una pagina di storia inconsueta, ma vera e purtroppo simile a molte altre lontane nel tempo e nello spazio ma uguali nell’atrocità della violenza dell’uomo sull’uomo. Accanto alle pagine piene di miseria umana scorrono altre pagine di vita, quelle di Nina che per la prima volta racconta la sua storia, quella che parallela si compiva mentre la madre varcava i cancelli del campo. Affidata agli zii che non avevano figli e che non era lei la figlia che avrebbero voluto. La picchiavano, la confinavano, perché figlia di un serbo. Nina che si asciuga dentro, che per resistere all’odio impara a non amare. “La pioggia non è ormai un mero evento meteorologico. Ha una volontà precisa. Uno scopo. Da tutti i buchi del tetto si rovesciano su di noi cascate d’acqua. Ci stringiamo gli uni agli altri fra i rivoli”. Il silenzio rotto ricompone qualcosa, ma c’è ancora una domanda insoluta alla quale solo Vera può rispondere: “Non mi hai mai detto come sei arrivata qui, a Goli”, pronuncia Nina con un filo di voce. Da questo momento, in un ritmo sempre più serrato, si svolge quasi un interrogatorio: poteva Vera evitare di finire in un campo di rieducazione? Poteva evitare di abbandonare la piccola Nina? Alla fine, le tessere del puzzle si ricompongono. Il viaggio si trasforma in una drammatica resa dei conti. Il silenzio si interrompe: il viaggio diventa catartico; scegliere significa escludere e vivere è un continuo, maldestro tentativo di ricomporre.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Eloisa Manca”][/vc_column][/vc_row]

Primo Piano

ULTIMA ORA

CULTURA

EVENTI

invia segnalazioni