Economia circolare, una chimera

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]È di moda il termine “Economia Circolare” per indicare l’idea che sia possibile riutilizzare i rifiuti del consumo rendendo così possibile la compatibilità tra la “produzione di merci” e il “sistema ambientale-naturale”. Il concetto è suggestivo, ma occorre renderlo possibile. L’idea del cerchio come figura geometrica ideale associata alla “perfezione” è antica. Già le pratiche agricole degli antichi egiziani (e non solo), con le periodiche fertilizzazioni della terra da parte del Nilo, richiamano, seppur in modo moto approssimato, il concetto di economia circolare in cui l’elemento naturale è fondamentale. Evidentemente, le condizioni sociali di un tempo erano del tutto diverse dalle attuali. Le differenze (qualitative e quantitative) tra due così diverse società (l’antica e la moderna) non consentono, è forse utile ricordarlo, di creare modelli efficaci per la protezione dell’ambiente, attingendo “tout court” da quelle antiche civiltà; non fosse altro per il diverso numero di abitanti coinvolti oggi sulla terra rispetto al passato: un salto di quantità implica un salto di qualità. Non che nelle società antiche siano mancati i disastri ambientali dovuti allo sfruttamento indiscriminato delle risorse. Esempi sono gli imperi: romano in occidente, Incas e Maya-nelle Americhe. Però, un dato, su tutti, indica il salto di qualità.

 

Il consumo di energia (di tipo chimico-cioè umano ed animale o vegetale-un tempo; e da combustibili nell’era attuale) ha subito un incremento di ordini di grandezza passando dal vecchio al nuovo mondo. Allo stato attuale l’ammontare complessivo dei consumi annui corrisponde a circa il 18% dell’energia solare che incide sul pianeta annualmente (era un fattore 20 inferiore un secolo fa). La conseguenza più immediata di ciò, oltre l’inquinamento, è un aumento sensibile di temperatura dell’ordine di grandezza di 1 grado centigrado negli ultimi 150 anni. Se si superano i 2 gradi centigradi la riproduzione di cereali è impossibile. Questo è un fatto inevitabile conseguenza di principi generali, già ampiamente predetto quasi un secolo fa dal chimico (premio Nobel) Arrhenius (1859-1927). L’aumento di temperatura sta ad indicare una catastrofe ambientale in corso d’opera: fusione dei ghiacciai, alterazioni delle correnti marine, avanzamento della desertificazione, scomparsa di miglia di specie di animali, aumento dei livelli del mare, riduzione della fertilità del suolo, immissione di microplastiche in tutti i livelli trofici, e qui mi fermo per mancanza di spazio. In queste condizioni sarebbe prioritario ridurre i consumi di energia (in tutte le sue forme) di un fattore importante. Ma l’impresa sembra impossibile nelle condizioni attuali di produzione. E finché rimane impossibile, il problema di come rendere l’economia compatibile con l’ambiente rimane anch’esso impossibile. Quindi, problema numero uno: si consuma troppo e la popolazione mondiale cresce troppo in fretta. Le due cose sono correlate, ma con una importante osservazione da fare. La popolazione cresce a ritmi impressionanti nei paesi in forte sviluppo produttivo, mentre nei paesi dell’opulenza (termine utilizzato dal grande economista Americano Galbraith –nella sua incisiva critica alla società americana degli anni ’70) rimane stagnante (non ci si faccia ingannare dal fatto che nella tipica società nord americana-USA-la popolazione cresce in modo significativo: ciò è conseguenza della immigrazione che sotto pressione del sistema produttivo richiama i disperati dall’esterno-anzi bisogna che all’esterno ci sia sempre un serbatoio di disperati pronti a partire – come ci insegna la triste storia dei migranti del “mare nostrum”). I paesi in forte sviluppo richiedono l’aumento di forza lavoro, giovane e sana: ed ecco la crescita della popolazione. Il sistema economico si comporta allora come una macchina:

assorbe capitali dal mercato delle merci (tramite le vendite), li converte parzialmente in forza lavoro necessaria per la produzione di un maggior numero di merci di ogni genere (con il sistema del salario) per essere distribuite nuovamente sul mercato. In questo ciclo il sistema naturale subisce un netto ed inesorabile depauperamento nella forma di inquinanti di ogni tipo, perché viene violato il principio del ricambio organico (vedi: Riflessioni di altri tempi in SiracusaPress 27 Marzo 2021). L’agricoltura è la prima ad esserne stata colpita. Non sembra che nell’attuale paradigma capitalistico (privato o di stato) di produzione possa trovarsi una soluzione al “problema ambientale”, se non localmente in piccole comunità autonome. Ma, affronteremo per gradi la questione nei prossimi interventi. Al momento, Il concetto di economia circolare appare piuttosto una chimera irrealizzabile.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Angelo Pagano – Direttore di Istituto nazionale fisica nucleare”][/vc_column][/vc_row]

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