[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Elena riappare nel 1960 in una poesia della raccolta La pira e l’empiria, di Aristotelis Nikolaidis, I oréa Eléni, La bella Elena, che richiama alla memoria il verso di Seferis in Alla maniera di G. Seferis. Il nome ci appare, nello spericolato sperimentalismo verbale dell’autore, molto legato alla psicanalisi, come vero e semplice nome di una donna reale e sembra non avere niente in comune con l’eroina del mito. L’ambiente è quello di una casa di tolleranza: “A questa casa per segrete strade/sono arrivato e segrete porte/ odore di carne raffinata, casa di tolleranza”.
Sembra un cammino iniziatico, e in qualche misura lo è, perché l’autore perviene alla conoscenza di una realtà non sospettata. Qui il poeta incontra “la bella Elena”, una prostituta, sua conoscente, che esercita quel mestiere, senza che il poeta lo sappia, forse perché la donna ha una doppia vita. Porta il nome, non sappiamo se d’arte, fascinoso e evocativo, dell’eroina e dispensa grazie erotiche. A questo punto voglio fare un’ulteriore divagazione, una meta-divagazione.

Io non so se Nikolaidis fosse a conoscenza della variante della figura di Elena elaborata in ambiente giudaico-cristiano, soprattutto da Simon Mago, il fondatore dello gnosticismo, almeno nella esposizione fatta da Ireneo (Adv. Haer., I 23,2; Hipp. Phil., VI 19, 3; cfr. M. Bettini – C. Brillante, Il mito di Elena, Milano 2002 pp. 181-182).
In questi testi Elena appare nella veste particolare di manifestazione del pensiero nella sua forma più alta o come «pensiero primo» (Ennoia prote, Epinoia), emanazione dl dio supremo. La variante presente negli studi pseudo clementini contempla un momento in cui Elena si trova ad essere prigioniera di potenze ad essa inferiori per un periodo lunghissimo. Sottoposta a offese di ogni genere, Elena continua trasmigrare da un corpo all’altro (elemento pitagorico), fino ad assumere l’aspetto di una prostituta che esercita il mestiere in un postribolo di Tiro, in attesa di redenzione e di riscatto. Qui la trova Simon Mago che, riconosciutala, la libera ed essa torna ad essere Elena-Ennoia. Se sì, la sua Elena sarebbe l’ipostasi e contrario di quella gnostica. Ripeto, non lo so, ma è una suggestione che voglio comunicarvi.
Nel testo ci appare prosaicamente e semplicemente figlia di un pubblico archivista, un personaggio senza nome né storia, anonima figlia di una società che non si ritrova in alcun valore e in alcuna identità culturale precostituita, nobile o meno nobile che sia. È bella, è una dea dell’amore: ogni suo dettaglio è in vendita (m’emporevméni káthe leptoméreia tou eaftú tis). Il poeta rimane sorpreso e meravigliato “ma come Elena!” (ò esú, tìs fònaxa, ma pós Eléni), come per dire “chi l’avrebbe immaginato, a questo ti sei ridotta!”. Eppure il registro rimane un po’ ambiguo: è alla donna solamente che si rivolge il poeta, oppure con un gioco di immedesimazione e di specchi, attraverso il nome, coinvolge anche l’eroina, quella Elena, simbolo di bellezza e ora ridotta al rango di modesta lavoratrice del sesso? Non è fuor di luogo pensarlo.
E la donna, senza scomporsi e con un sorriso incoraggiante: troverai la mia anima in un’ampolla/ vicino all’olio e all’aceto. Un altro ordinario ingrediente da cucina, banale, quotidiano, familiare, insignificante, niente di serio e di importante, che si può usare per insaporire i cibi, ma non è il cibo. Però serve. Lo usi e lo riponi, senza problemi, senza moralismi, con piacere magari. E poi addirittura aggiunge “in un’ampolla che è rimasta vuota” “se mia fiáli pu émine adianí”. Un’anima che non c’è, a marcare l’inutilità e l’abbandono. Nel poeta c’è sorpresa e nessuna amarezza; ma c’è forse come un moto di attrazione per quella bellezza che lo attira e lo incuriosisce, ironica e decisa, spregiudicata, ma non respingente. Una donna padrona di sé, cosciente del potere del suo corpo e della sua bellezza e indifferente alla sua esposizione e vendita. Una donna che assume su di sé tuttavia tutto il peso della scelta senza infingimenti e senza lamentele sulla crudeltà del destino e cose di questo genere.
Cogliamo chiara la volontà provocatoria, volutamente dissacrante, il piacere della decostruzione o meglio della cancellazione annientante della morale tradizionale e corrente, che finisce per coincidere con la negazione di ogni morale e con la rivendicazione della libertà di ogni scelta, ancorché in qualche maniera alienante, senza moralismi inibitori, senza “limiti” sociali.
La materia mitica, negata nella sua essenza, sembra travasata nel quotidiano, attualizzata nel registro dell’insignificante, negazione di ogni paradigma che aspiri a predeterminare e a suggerire valori, comportamenti e giudizi. Il soggetto compie scelte determinate e limitate al mondo della soddisfazione di esigenze individuali e primarie, di sopravvivenza nella dimensione dell’esistenza personale che diviene assoluta, nello spazio espansivo dell’ “Io”, lontano da ogni “deposito” culturale pregresso e tradizionale, sentito come limitativo delle energie psichiche più profonde, legate alla fisicità e al soddisfacimento di istinti primordiali, ma connaturati all’essere e al raggiungimento di obiettivi che sembrano posti da ineludibili esigenze sociali, l’apparire e, quindi, il denaro, strumento a sua volta di soddisfazione di esigenze che si credono primarie, ma che in realtà costringono l’uomo a negarsi, per potersi -crede- realizzarsi.
Il nome, vero o fittizio (allusione alla bellezza) è semplicemente una coincidenza, se non un pretesto; ha, solo per suggestione e forza di una tradizione classica, anche involontariamente recepita, rapporto col mito. L’Elena di Nikolaidis, dietro la quale c’è molta parte della tradizione primo novecentesca e delle esperienze europee a cavallo del secondo conflitto mondiale, di cui è espressione l’Elena di Ghiannis Ritsos, è semplicemente borghese, banale, quotidiana, dissacrante, anticonvenzionale, ma forse anche autodistruttiva, scettica, auto-riduttiva infine. Non vede che il presente, il suo presente, poiché al di là non c’è altro: perciò non attende, al contrario dell’Elena gnostica, nessun intervento che la redima e la riscatti. Tutto ciò che è tradizionale e codificato è un inganno, come le apparenze, mentre il presente è molto più prosaico, ma svela quello che c’è sotto la facciata: una società disillusa, ancorata al presente e all’esistente, in cui conta l’“io” nella sua esistenza individuale, nella sua indifferenza verso l’esterno e nella sua dimensione autoreferenziale, forse nella sua solitudine.
Ecco il testo tradotto da Filippomaria Pontani in Italia:
La bella Elena, di Aristotelis Nikolaidis
A questa casa per segrete strade
Sono arrivato e segrete porte
Odore di carne raffinata, casa di tolleranza.
Qui ho incontrato un giorno la bella Elena
figlia di un funzionario pubblico (archivista):
ogni dettaglio di lei era in vendita.
Tu qui- le gridai- ma come Elena
e lei con un sorriso incoraggiante
«troverai la mia anima in un’ampolla
vicino all’olio e all’aceto»; quindi aggiunse
«in un’ampolla che è rimasta vuota».[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Nello Amato”][/vc_column][/vc_row]










