[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]L’ Heléni di Elitis fa parte della raccolta Prosanatolismí (Orientamenti), 1940: Sporadi. Appartiene, dunque, al primo periodo della sua produzione, per esplicita affermazione del poeta stesso, fortemente debitrice al Surrealismo, anche se accettato dal poeta con non poche limitazioni: valgano il rifiuto della dimensione politica e della scrittura automatica. Veniva sperimentato come tentativo di trovare la vera realtà sotto quella apparente (I. Iliopulu, Odisseas Elìtis. Elementi di un’identità poetica, in Il metodo del dunque, a c. di M. P. Minucci, Roma 2011 p. 161) e di cercare il vero volto della Grecia contro il razionalismo occidentale. Era lo strumento espressivo di un sentimento profondo che tentava di unirsi psicologicamente con la terra di Grecia in una unità inscindibile, come Elítis ha sempre sostenuto. Sotto l’influsso di questo movimento egli cerca di declinare «in chiave ditirambica, estetica una nuova coscienza della felicità umana, pur non scevra dall’angoscia metafisica di una morte ventura» (N. Crocetti – F. Pontani, Poeti greci del Novecento, Milano 2010, p. 1768).
In Orientamenti si sente forte l’influsso di Sentimento del tempo di Ungaretti (1935), che Elítis amava molto, al punto da impararne a memoria molti versi. Elítis, nella lettura di questa raccolta, vedeva il poeta italiano all’incrocio tra senso greco della natura e coscienza cristiana del peccato e individuava come centrale «il comportamento dell’innocente che non si difende ma guarda il mondo, la vita e la morte con la certezza della propria innocenza … proprio come parla dal mondo della memoria, quasi sempre al presente» (O. Elítis, Giuseppe Ungaretti, in O. Elítis, Il metodo, cit. p.43). Alla luce di queste considerazioni tenterò di leggere Eléni.
Il titolo allude suggestivamente certo all’eroina del mito. Ma, poiché il poeta è restio ad utilizzare direttamente i personaggi della mitologia classica, diviene e rappresenta, attraverso una specie di metamorfosi (P. M. Minucci, “Sentimento del tempo” in Ungaretti, Kavafis, Elítis, in III Convegno nazionale di studi neogreci, Atti, Palermo 1991, p. 178), la personificazione mitica della realtà materiale, in questo caso dell’estate nella sua raggiante e luminosa bellezza dell’Egeo, di cui non è semplice spettatore ma lettore privilegiato, che la sente come sua parte privilegiata (Iliopulu, Elementi, cit., p. 160).
Estate, luminosità d’astri creata anche dalla parola: Elena. Donna, mito, immagine e sogno, idea di bellezza, in rapporto empatico con il paesaggio, con il paesaggio della Grecia dell’Egeo e delle sue isole (vd. Progetto per un’introduzione all’Egeo, in Elítis, Il metodo, cit., p. 47 ss.). Elena coincide con la luminosità e l’energia vitale dell’estate, esplosione di vita e espansione di sentimenti, che però è sempre insidiata dal sopraggiungere dell’autunno. La prima goccia di pioggia, infatti, la uccide (skotṓthike) e quell’atmosfera luminosa nella quale la pienezza della vita, la fusione delle anime e dei simboli si sono tradotti in parole anch’esse luminose (pù íchane jennìsi astrofenghiés) destinate tutte all’estate.“A Te” (Esséna), dice il poeta, rivolto all’estate e ad Elena nella sua duplice realtà e sentiamo il rapporto diretto con quel sentimento che include tutto.
Il “Tu” così diretto spinge il lettore a pensare che la destinataria sia anche una presenza umana, una donna viva, un ponte tra paesaggio e spirito del poeta, che permette la personificazione della natura in un corpo umano, come avviene dell’identificazione della ragazza che si trasforma in melograno
folle (Hì trelì rhodià) e in qualche misura anche in Marina degli scogli, in La servitù dell’estate, sempre all’interno di Orientamenti. Qui la figura impalpabile della donna e l’estate si fondono in un’immagine di momentanea felicità e insieme svaniscono. Ma la suggestione del titolo, ci porta anche a quella Elena, simbolo di radiosa bellezza, la quale fa tutt’uno col paesaggio storico e alla quale rinvia l’immagine delle palpebre (tà bléfara) del v. 6, che il lettore ha ben presente alla memoria come una delle caratteristiche dell’Elena mitica, il malioso fascino degli occhi, che Kazantzakis appena due anni prima di Orientamenti, aveva nella sua Odissea, fissati in una serie di epiteti: Occhi stellati, Ciglia arcuate, Belle sopracciglia, Occhi ridenti, Occhi maliosi. Il poeta si muove tra la fisicità dell’estate e della donna e attraverso il tempo/non tempo si fonde con Elena in un rapporto simbiotico. Così il paesaggio diviene «un alfabeto di elementi naturali- dice il poeta- a cui, più tardi, avrei cercato di trovare una corrispondenza morale nello spirito» (in Minucci, cit., p. 175; vd. A. Kapsómenos, Codici culturali comuni presso i poeti Elítis, Ritsos, Vrettákos, in Poeti greci del Novecento, Atti delle giornate di studio in onore di V. Rotolo (Palermo 9-10 novembre 2005), Caltanissetta 2012, p. 93. Natura e spirito vivono in stretta simbiosi e vengono decifrati con lo stesso procedimento. Tipico principio della cosmologia surrealista, che contempla la norma che nel mondo della poesia le leggi della natura e le leggi della mente (immaginazione) non si trovano in conflitto, ma coesistono in armonia e si completano a vicenda (Vitti, Storia della letteratura neogreca, Roma 2001, p. 321)
Nel momento in cui la prima goccia di pioggia ha cancellato il volto dell’estate e la luminosità è scomparsa, anche le parole sono diventate madide (Mousképsane). Il poeta, ora che le linee dell’estate sono offuscate fra le nubi e che quel momento di pienezza dell’essere è svanito come nella nebbia, perché «le tue palpebre sopra i nostri paesi si sono chiuse» (v. 7), ora che il tempo, scorrendo, sembra procedere per conto suo, abbandonandolo, non sa dove dirigere lo sguardo, non ha un punto di riferimento. Si sente assediato, solo, circondato dalle sembianze morte dell’estate, della bellezza e dalla vitalità perdute: «Soli/ Soli assediati dalle tue sembianze morte» (v. 8). Siamo di fronte ad una sorta di misticismo della luce e a una correlazione tra natura e spirito, nel senso che ogni cosa che esiste in natura “deve avere un’influenza sullo spirito umano, deve avere un corrispettivo”, per non dire che la “luce e la storia in Grecia sono la stessa e identica cosa, cioè si riproducono, si spiegano e si giustificano a vicenda» (Kapsómenos, cit., p. 93).
Tutto si trasforma in ricordo, in dolore o meglio noia, cruccio, l’ennui francese, mentre il poeta sta «con la fronte sul vetro». Ma sussiste anche la speranza in questo atto della memoria, che dal passato si proietta verso il futuro (Bergson). Quello svanire, quella morte non possono annullare tutto, a condizione che l’estate trovi altrove un altro vento che la faccia rifiorire, vivendola, e la rivesta della sua splendida bellezza e vitalità, come la speranza del poeta la vagheggia e la immagina. Allora il poeta ha la speranza di incontrarla ancora e potrà riprovare quelle sensazioni. La vita non è perduta: “Non è la morte che ci abbatterà se ci sei Tu/… non è la morte che fronteggeremo no /ma così breve goccia d’autunno/un sentimento torbido/ l’odore della terra infradiciata delle anime nostre che/s’allontanano via via/se non è la tua mano nella nostra» (v. 10 ss). Perché quel distacco genera una “musica segreta” e malinconica, sospesa sul nulla, amara, angosciosa, ma non sterile: “Perché s’è fatta musica segreta vampa al focolare battito/dell’orologio grande alla parete/perché s’è cangiata/in poesia-verso su verso-in suono parallelo a pioggia/lacrime parole”. Altre parole rispetto a quelle del v. 3, ma pur sempre parole con un unico orientamento: “Esséna” “parole anch’esse destinate a Te”. E nel pronome che ritorna tre volte e
che chiude la poesia, viene circoscritto il triangolo esistenziale del poeta: estate, donna, Elena. La poesia fonde il vissuto, la natura e il mito, trasforma il momento in sempre, il paesaggio in sentimento e storia. Perché, se “La prima verità è la Morte … la poesia comincia là dove la Morte non ha l’ultima parola” (Elítis, Prima di tutto la poesia, in Elítis, Metodo, cit., p. 36). E tutto coesiste nel paesaggio ellenico dell’Egeo in un tempo senza tempo.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Sebastiano Amato”][vc_column_text]Con la prima goccia di pioggia fu uccisa l’estate Si bagnarono le parole che avevano dato lo splendore alle stelle
Tutte le parole che avevano Te come unica meta!
Dove stenderemo le nostre mani ora che il tempo ci ignora
Dove poseremo i nostri occhi ora che le linee lontane naufragarono nelle nuvole
Ora che le tue palpebre si chiusero sui nostri paesaggi
E come fossimo invasi dalla nebbia
Con la fronte ai vetri vegliamo il nuovo dolore
Non è la morte che ci vincerà se ci sei Tu
Siamo soli soli accerchiati dalle tue immagini morte.
Che ti vesta da vicino come la nostra speranza ti veste da lontano
Se altrove c’è
Una pianura verde oltre il tuo sorriso fino al sole
Che confidente gli dice che ci incontreremo ancora
No non è con la morte che ci confronteremo
Ma con la più lieve goccia di pioggia autunnale
Una sensazione confusa
L’odore della terra bagnata nelle nostre anime che sempre più si allontanano
E se la tua mano non è nelle nostre mani
E se il nostro sangue non è nelle vene dei tuoi sogni
La luce nel cielo immacolato
E la musica invisibile dentro di noi oh! melanconica
Viandante di quanto ancora ci lega al mondo
È il vento umido l’ora autunnale la separazione
Il gomito che amaro si appoggia alla memoria
Che esce quando la notte ci separa dalla luce
Dietro al quadrato della finestra che si affaccia sul dolore
Che non vede nulla
Perché è già diventata musica invisibile fiamma nel caminetto rintocco del grande orologio sulla parete
Perché è già diventata
Poesia verso dopo verso suono col ritmo della pioggia lacrime e parole
Parole non come le altre ma che hanno ancora Te come unica meta!
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