Il Giuda dello scrittore Amos Oz

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Antonietta Milone

Un giovane studente universitario di Haifa, Shemuel Asch, colpito dal fallimento economico dei genitori, che non possono più permettersi di mantenerlo all’università, si trova in piena crisi sentimentale perché la sua ragazza, Yardena, ha riconsiderato un suo precedente rapporto e, con sano realismo, ha deciso di sposare l’idrologo Sharshavsky; lo studente è arrivato anche a una fase di stanchezza nella preparazione della tesi, imperniata su “Gesù in una prospettiva ebraica”. Perciò non stupisce che risponda subito ad un’anonima proposta di lavoro part-time, adatta per gli universitari, che si trovano in condizioni economiche non floride. La proposta gli offre vitto, alloggio e una modesta retribuzione in cambio di cinque ore al giorno di compagnia e “conversazione colta” con un anziano signore gerosolimitano. Anche in questo romanzo Gerusalemme è per Amos Oz ciò che Parigi è per Patrick Modiano, premio Nobel 2014 per la letteratura: il suo astro sfolgorante, le rughe del volto di sua madre, il firmamento che veglia le sue notti.

Amos Oz, scrittore israeliano

Lo scrittore, ancor prima di presentarci l’ospite, Gershom Wald, incarnazione vivente della bruttezza e del fascino intellettuale ebraico, fa parlare la casa situata nel vicolo di Rav Albaz: la casa posta in fondo al vicolo, a cui conduce una strada sterrata in salita, costeggiata di neri cipressi e, per qualche tratto seminterrata, “buia e introversa” come un utero, nonostante il piccolo giardino interno, ombreggiato da un fico e ingentilito da innumerevoli vasetti di gerani. Pentole arrugginite, vecchi bricchi, latte, secchielli, persino augelli di fornellini, ”tutto era stato riempito di terra e adibito a vaso”, perché potesse germinarvi qualche piantina, un fitto pergolato di vite lasciava filtrare solo qualche raggio di luce crepuscolare, facendo immaginare, più che un giardino, una pozza d’acqua nascosta. Su tutto dimorava un silenzio, non di quella specie trasparente, che invita a raggiungerlo, ma ”un silenzio arcaico, un silenzio che volgeva le spalle”. Di questa dimora Shemuel s’innamora a prima vista, forse accarezza una fantasia di rinascita: il tetto spiovente di tegole, infatti, accoglieva una piccola mansarda triangolare, che gli fece venire in mente “una tenda mozzata” (simbolo trasparente del velo del tempio squarciato al momento della Resurrezione). Lì il giovane è bramoso di trovar finalmente rifugio, con una montagna di libri, una bottiglia di vino rosso, il suo plaid scozzese. “Niente più lezioni, dibattiti, e neanche amori. Restare lì e non uscire mai o quantomeno per tutto l’inverno”. Ancora non sa che i tre/quattro studenti che l’hanno preceduto, erano tutti alla ricerca di sé e che la preminente attività di chi aveva vissuto in quella casa era quella di scrivere, indipendentemente dagli esiti, per sé stessi.” Questi muri – gli rivela Atalia – sono abituati a inghiottire il dolore”. Ancora al liquido amniotico sembra alludere la particolare deambulazione di Gershom Wald, che, sostenendosi sulle mani, pareva si muovesse galleggiando come un “gigantesco polipo”.

Alla medesima condizione per un breve periodo sarà ridotto, a seguito di un incidente, Shemuel, in modo che la sua danza con colui che l’ospita possa avvenire con quattro stampelle.

Singolare e asimmetrica, per non aggiungere altro, è la convivenza tra Gershom e Atalia: già le caratteristiche fisiche segnalano, nel vecchio, il contrasto tra un’espressione risentita e maligna della voce e gli occhi grigio-celesti, che “sotto le spesse sopracciglia contraddicevano l’ironia ed esprimevano un malinconico distacco”, mentre nella donna la reticenza e il comportamento scostante venivano smentiti dal tono caldo e suadente della voce. Da subito Shemuel se ne sente attratto: “il suo corpo

aveva un che di melodioso, come una danza repressa, come se i fianchi fossero più animati di lei”. Nello stesso tempo Atalia gli appare una donna decisa, piena di segreti, “che ogni tanto ti tratta con una dose di curiosità fredda, con un lieve sarcasmo frammisto a qualche scheggia di pietà”. Molto graduale è il modo con cui Amos Oz chiarisce il rapporto tra l’anziano e la donna: Wald definisce Atalia, tra facezie e citazioni “la mia acquirente”, lei si dichiara “responsabile di lui”: solo a narrazione inoltrata ci viene rivelato che la loro unione si fonda su un vincolo, che pur non essendo di consanguineità, è pur sempre un vincolo “di sangue”. Entrambi hanno perduto in guerra, in circostanze strazianti la persona più amata, Micha, anche se le differenze ideologiche tra i due impediscono al dolore una purificazione, entrambi vivono come “pietrificati”, murati nel loro dolore.

Giotto, Il bacio di Giuda

“Giuda” è il romanzo che più degli altri chiarisce quanto sia sfaccettata la posizione ideologica di Oz nei confronti dello stato d’Israele, rispecchiandosi – non senza turbamenti e perplessità – lo scrittore in un sionismo moderato piuttosto che nella radicale ricerca di un compromesso tra comunità araba ed ebraica, perseguito da Shaltiel Abrabanel, padre di Atalia. La sua concezione della storia si direbbe che scaturisca da un’impossibile dialettica tra la realpolitik di Gershom Wald, persuaso che il cuore umano è capace di dispensare amore appena ad una manciata di uomini, essendo l’amore degli uomini – sia verso una donna che verso la propria terra – possessivo e geloso, più simile all’odio e “insaziabile come l’oltretomba”. Shaltiel sognava che arabi ed ebrei si sarebbero amati gli uni con gli altri, bastava risolvere le incomprensioni. Ma si sbagliava di grosso.” Al contrario, tra gli arabi e noi da alcuni decenni c’è un’intesa perfetta e assoluta. Gli arabi di qui sono legati a questa terra, perché è l’unica che hanno, non ne hanno nessun’altra, e noi siamo legati a questa terra per la medesima ragione. Pertanto, ci siamo capiti benissimo”. Malgrado il tono assertivo, la conclusione di Wald rende giustizia al suo consuocero: “Beati i sognatori e sventurati coloro che hanno gli occhi aperti…….E’ per merito dei sognatori se noi, i disincantati, siamo un po’ meno di pietra e disperati di quanto non saremmo senza di loro”.

Solo qualche capitolo più avanti lo scrittore si riserva di sbirciare nell’intimità dolente di Gershom e ci rappresenta l’insanabile strazio del padre, il cui unico figlio, Micha, marito di Atalia, era caduto nell’aprile del ‘48 nella battaglia di Ab Al Wad, durante la guerra d’indipendenza. “Io da solo l’ho preso e portato al monte Moria, come ha fatto Abramo con Isacco”.

Milone, il libro Giuda

Più difficile riesce spiegare perché Oz abbia voluto intitolare a Giuda il romanzo. E’ vero che a presunti tradimenti e traditori allude spesso lo scrittore, manifestando l’intenzione di fare di questo tema il fil rouge che percorre tutta l’opera. Anche il lavoro che svolge Atalia presso lo studio di un investigatore privato si occupa di tradimenti, sebbene l’ironia dell’autore, la notte in cui lei e Shemuel si danno appuntamento alle tre di notte su monte Sion per spiare sotto la luna monca una coppia di adùlteri, ci confidi che di essi non si vide neanche l’ombra.

Potrebbe avvalorare il titolo il tradimento di Shaltiel, ma – a ben guardare – esso è la vulgata diffusa da una politica che non ammette opposizione sul diritto d’ Israele a costituirsi come Stato, tanto da sottoporre i documenti dell’Assemblea, custoditi all’Archivio Nazionale, al vincolo di un segreto quarantennale(!). Di Abrabanel più volte, anche dopo le sue dimissioni, si mette in luce la fedeltà alla consegna del silenzio che venne mantenuto con tale scrupolo da distruggere ogni appunto, lettera, scritto di qualsiasi natura, perché l’oblio scendesse per sempre su di lui.

Infine la tesi di Shemuel, innamorato di Gesù (“il più grande sognatore della storia” per G. Wald) e convinto assertore della sua fedeltà all’ebraismo; Giuda, il traditore per antonomasia, è il suo

discepolo più aristocratico ed agiato, l’unico che provenga dalla Giudea. E’ tale la fede di Giuda nella divinità di Gesù, che si adopera in ogni modo per non fargli mancare il riconoscimento della città santa, per condurlo in ogni modo a Gerusalemme, dove verrà crocifisso. A tal punto Giuda è un sognatore, che ambisce al successo della sua causa e non retrocede nemmeno dinanzi alla prospettiva del martirio del suo maestro.

Essendo Gesù il figlio di Dio – egli pensa – si schioderà mani e piedi dal legno della croce e da lì avrà inizio il Regno di Dio. Giuda ama Gesù più d’ogni altro discepolo, infatti è l’unico che non sopravvive alla sua morte. Mentre gli altri discepoli se ne ritornano abbattuti in Galilea, per Giuda l’attesa è conclusa, vivere non ha più senso, scorge un fico, si ricorda della maledizione, che un giorno Cristo aveva scagliato alla sua sterilità, e che ora gli appare come testimonianza evidente della sua umanità e va ad impiccarsi. In un capitolo lontano da questo, Oz si lascia andare a una dichiarazione non sospetta, che all’origine del fallimento di ogni rivoluzione c’è il tradimento, non nella forma macchinosa e enfatica delle tragedie, esso serpeggia nella nostra quotidianità in forme sempre diverse, più o meno rassicuranti, sì che noi facciamo fatica a riconoscerlo. Si tratta delle rosee parvenze con cui l’ideologia si colora di sogno, ammantandosi di retorici orpelli propagandistici e di fantasie impossibili che finiscono col fagocitare l’umile concretezza della vita degli uomini.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Antonietta Milone”][/vc_column][/vc_row]

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