[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text css_animation=”fadeInLeftBig”]Ritornare a Foucault per ripensare il nostro tempo.
A quel Foucault che, in Biopolitica e liberalismo, a proposito della costituzione dei «saperi di polizia» tra il Settecento e l’Ottocento, nel momento in cui si assiste al graduale passaggio da una forma di società sovranista a una forma di società biopolitica, afferma che «[…] è la vita l’oggetto della polizia: l’indispensabile, l’utile, e il superfluo. Che la gente sopravviva, viva e faccia anche di meglio: questo è ciò che la politica deve garantire».
Oggi più che mai, la pandemia spinge alla domanda che riguarda il potere sulla vita, ovvero, alla domanda che investe il rapporto tra vita e potere, che per secoli è stato relegato alla dimensione privata e domestica e alla dimensione istituzionale: in che misura la politica è in grado di garantire la sopravvivenza, la vita e la salute stessa dell’uomo?
Serratissimo, in tal senso, è stato il confronto epistolare tra Paolo Flores d’Arcais e il filosofo Roberto Esposito sul recente Almanacco di Filosofia di Micromega a proposito dell’attualità del pensiero biopolitico di Foucault.
La pandemia, oggi, ha messo in discussione alcune certezze. Tra esse, quella fondamentale per il “destino” di una comunità, della società, del pianeta, è la certezza del rapporto non esausto tra la vita e la politica.
Sino ai primi giorni del 2020 dello scorso anno molti credevano ancora che società in cui vivevano, gli stati, le istituzioni e gli organismi sovranazionali (ONU, OMS, NATO, etc.) fossero in grado di garantire – almeno nell’area geografica “continentale” e “atlantica” – l’incolumità individuale e collettiva. Parimenti, costoro ritenevano pure che i progressi raggiunti dal sapere tecnologico e scientifico fossero sufficienti ad assicurare sicurezza e protezione. Insomma, essi immaginavano il mondo in cui vivevano insieme alle loro famiglie come “il migliore dei mondi possibili”.
Purtroppo, il mito dell’inviolabilità e dell’intoccabilità elaborato dall’uomo dell’Antropocene in oltre mezzo secolo di assenza di guerre e di relativo benessere si è infranto il 22 febbraio 2020 allorché gli europei scoprono che il virus che si trasmette da uomo a uomo individuato a Wuhan in Cina è arrivato anche nel vecchio continente, in Italia.
Gran parte delle regioni del nord vengono sottoposte a un severo lockdown seguite, dopo il 4 marzo dall’intero paese. Le restrizioni impongono limitazioni allo svolgimento della vita individuale e collettiva mai sperimentate nell’Occidente dopo la caduta dei regimi totalitari storici. Gli eventi che succedono sembrano essere una suggestione nata dalla lettura dei romanzi di Bradbury, Wright, Saramago, Camus: migliaia di morti, malati gravissimi, soprattutto anziani, strutture ospedaliere insufficienti e al collasso, mancanza di presidi sanitari e di farmaci.
Nella prima fase della pandemia la politica e la scienza falliscono.
Da parte delle istituzioni la risposta all’emergenza è lenta e improvvisata, rivelando lacune enormi nei protocolli di emergenza sanitaria pianificati in casi di emergenze del genere. L’intervento dell’esercito, della Protezione civile e del volontariato riesce a malapena a tamponare le falle. La sanità pubblica, minata da decenni di scandali e da una perversa volontà politica di smantellamento a vantaggio della sanità privata, si mostra logisticamente incapace di far fronte alle necessità primarie. Immensi sono gli sforzi, al limite dell’umano, del personale medico e paramedico.
Sul versante della scienza medica, si leva alta la denuncia della comunità scientifica internazionale per la mancata effettuazione delle autopsie sui corpi dei deceduti per Covid 19 nella prima fase della pandemia.
Cristoforo Pomara, il più giovane ordinario di Medicina legale d’Italia, direttore dell’Istituto di Medicina legale dell’università di Catania, in un suo studio apparso sul “Journal of clinical medicine”, una delle più importanti riviste mediche internazionali, parla di un «lockdown della scienza» in Italia, sostenendo, insieme a un nutrito gruppo di scienziati, che l’autopsia è una ‘fotografia’ di quanto accaduto nell’organismo umano e di quali siano state le effettive cause del decesso. È proprio l’autopsia, perciò, partendo dall’accertamento delle cause, a fornire elementi per poter poi definire quali siano le terapie migliori in caso di malattia. Questo, per i decessi per COVID 19 non è avvenuto nella fase iniziale, quella in cui era importante intervenire per poter salvare successivamente centinaia di vite umane.
Anche sul versante degli organismi sovranazionali riconosciuti da gran parte dei governi mondiali – mi riferisco all’ONU, all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altri organismi similari – vi è stata una colpevole défaillance, se non addirittura un cauto distanziamento dal problema, abbandonando gli stati al loro destino e dimostrando, di fatto, 1) la concreta assenza di politiche e di strategie sovranazionali in caso di calamità planetarie come una pandemia; 2) la loro esclusiva vocazione “militaristica” e finanziaria servile alle grandi superpotenze.
[/vc_column_text][vc_single_image image=”10382″ img_size=”large”][vc_column_text css_animation=”fadeInLeft”]Oggi, tra i ritardi della vaccinazione e le chiacchiere da basso impero sulla fine e la nascita di governi che stanno in piedi unicamente grazie ad appetiti individuali e al vuoto di civismo che caratterizza il nostro tempo, in tutta questa tragica vicenda non possiamo non rammaricarci per un altro, assordante colpevole silenzio: quello intellettuali, della società civile, dell’associazionismo.
Se è vero, infatti, che artisti, scrittori, musicisti – i più colpiti nella sussistenza economica e in quella creativa dalla pandemia – hanno reagito continuando a “creare”, manifestando sui social, sui media e in ogni modo il loro pensiero in opposizione all’emergere di una cultura repressiva (chiusura teatri e luoghi di cultura, etc.) e di una nuova dittatura del Terrore – una nuova forma di Terreur blanche – legittimate dallo stato di eccezione, ma che non possono essere imposte come soluzioni finali ed esclusive al problema – è anche vero che il mondo della società civile e quello dell’associazionismo impegnato (fatta eccezione per il volontariato del soccorso sanitario e della protezione civile) si sono cautamente defilati accettando e subendo la dittatura delle circostanze. Mentre il mondo della scuola ha svolto, con costi elevati, egregiamente la propria parte di avamposto della nostra civiltà, il mondo accademico e quello intellettuale si è rintanato nelle sue celebri torri d’avorio. Le uniche voci allarmate che ho visto levarsi dal mondo dell’associazionismo sono state quelle, querimoniose, per l’esiguità dei ristori destinati al terzo settore, e quelle, costernate, per il differimento delle programmazioni nei calendari annuali di iniziative, con conseguente perdita di consensi, di contributi e di incassi.
Mentre l’uomo assiste impotente e angosciato al fallimento della politica (incapacità di elaborare strategie nazionali e sovranazionali per fare fronte adeguatamente all’emergenza pandemica) e al fallimento della scienza (ritardi nello studio del virus e nella sperimentazione di un vaccino, ricorso a forme di protocolli di contenimento e di prevenzione antiquate, da “lazzaretto”) il rapporto tra potere e vita è diventato la posta in gioco del nostro tempo.
La società civile tace davanti a questo torpore, a questa caligine, come ha colpevolmente taciuto l’Occidente quando Erdogan il Turco ha profanato la cattedrale di Santa Sophia.
Come acutamente osservava negli anni Ottanta del secolo scorso il filosofo e giurista Pietro Barcellona, «l’epoca precedente è stata caratterizzata dal dominio della natura, oggi, quest’ultimo si presenta come dominio della vita».
Oggi, più che mai, è necessario l’avvento di un “nuovo pensiero istituente” che sia in grado di ripensare la politica e di elaborare nuove forme di partecipazione dei cittadini e degli individui alla vita sociale. E tale avvento può darsi soltanto grazie a una presa di coscienza da parte del “corpo
civico” della comunità che rivitalizzi il “rizoma” che lega il corpo sociale ai luoghi del lavoro, della condivisione e della socialità diffusa; a quelli della formazione, dello studio, della riflessione e della creazione; a quelli della elaborazione libera del pensiero, insieme ai luoghi della rappresentanza, della decisione e del governo.
Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di un Achab che affondi la sua fiocina nel ventre molle del Leviatano, che indichi la rotta verso il capodoglio, verso l’utopia, verso la speranza.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Salvo Sequenzia”][/vc_column][/vc_row]




