[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Sebastiano Amato: “La catarsi del navigante di Enzo Papa“” css_animation=”bounceInUp”][vc_column_text css_animation=”fadeInLeftBig”]Metafora della vita e tempo di bilanci, pausa riflessiva e sguardo retrospettivo, senza rinuncia, tuttavia, o rifiuto del resto della navigazione, in questi tempi difficili che ci costringono a rivedere molte certezze e convinzioni. Questa, in sintesi la Catarsi del Navigante, originale poemetto di Enzo Papa, al quale l’autore affida in uno stile essenziale, elegante e raffinato, nutrito di decennali letture di poeti, le sue meditazioni e il senso delle sue esperienze.
L’eterno Navigante che nell’andare indifferente del Tempo veleggia sui mari per lo più agitati della vita è l’”Io” di ciascuno di noi, che ha nel suo destino di viaggiare e di cercare un approdo, per dare un senso alla somma degli attimi vissuti, al carico delle sue esperienze e delle sue scoperte, delle sue passioni, delle sue disillusioni, dei suoi desideri, fissati nei ricordi, che, impalpabili ed evanescenti, sembrano, però, svanire come cosa vana. Bagaglio forse inutile, quando il viaggiatore arriverà all’approdo, ma che prima rappresentano e sono l’“essenza” del suo essere e del suo esistere.
Il Navigante è l’autore, e siamo noi, ripeto, cui è stato imposto un viaggio, che ha una meta ferma e inevitabile, ma non ha una rotta segnata né un carico prestabilito con bolla di accompagnamento.
Il carico lo formiamo noi nei vari porti toccati, in apparenza senza un criterio preciso. Alla fine, invece, il viaggio acquista senso, perché, riguardando con attenzione il diario di bordo, ci accorgiamo, se abbiamo la mente lucida e la memoria ferma, che ogni tappa ci ha condotto a vivere un momento, a riempire una pagina, che segna l’itinerario da annotare sul nostro personale Portolano, la nostra vera carta d’identità. Non si tratta di un semplice insieme di frammenti, ma vi scopriamo una compenetrazione fra tutti i segmenti esistenziali che lo compongono, di cui noi, con maggiore o minore coscienza, siamo stati gli attori. Perché,
se non siamo del tutto demiurghi del nostro destino, lo siamo dei nostri ricordi e del recupero del nostro passato.
Il problema fondamentale mi sembra consistere, però, nel fatto che non sembra esserci catarsi, e se c’è, è illusoria, prima di aver superato la linea delle ombre e l’approdo non è nient’altro e mai altro che quello della fine.
E allora, a che cosa servirà il nostro bagaglio, con tanta pena e sofferenza, e con qualche gioia, talvolta, accumulato nella stiva del nostro naviglio? A che serviranno le belle mercanzie acquistate e con cura conservate, se una volta sbarcati dobbiamo abbandonarle alla deriva? Per chi sono? A chi possono dire qualcosa? Abbiamo un modo per impedire che si diluiscano e spariscano nel tempo?
In ogni caso ne è valsa la pena, perché se Itaca non ci può dare altro, ci ha dato il viaggio, che è stato bello, tra porti rumorosi e mercati multicolori, dove giorno dopo giorno abbiamo ammirato e acquistato qualcosa, spesso ordinaria, talvolta preziosa: “madrepore e coralli, ebani e ambre” (Kavafis, Itaca); tal’altra intrisa di sofferenza e dolore. E dentro di noi sono nate emozioni e forse nel raccoglierle, riviverle sta il bello e il piacere supremo della vita; non so se ne sia il fine, che, comunque, rimane avvolto in una nebbia che lo rende invisibile. Perché esse diventano definitivamente tue, nel momento in cui le fissi e ne esplori la profondità e, se vuoi, puoi anche condividerle e trasmetterle, filtrando l’esperienza attraverso un atto creativo, la poesia, che non ha confini né di tempo né di spazio, come si dice in epigrafe, malgrado il punto interrogativo. Proprio la poesia inscrive i nostri errores e il nostro vissuto, altrimenti insignificante, nelle coordinate del sempre e li destina a tutti. Essa è la vera testimone della realtà, perché restituisce e definisce la verità dell’esperienza. È con essa, forse, che, sopravvissuti, dopo aver cioè vissuto l’esperienza, vogliamo ridurre l’ambigua realtà a unità quasi sacrale, tutta immanente e laica, però o, almeno, quella porzione di divenire che ci è toccato di vivere.
Allora l’approdo del Navigante “… col suo libro/di preghiere laiche” non è una fine, ma solo un momento del nostro lungo andare di uomini. O forse è il momento, di assoluto silenzio, in cui, però, rimaniamo legati a quel divenire di cui siamo stati parte e che abbiamo continuamente tentato, senza sconti, in qualche modo di decifrare. Egli, il Navigante, raggiunta la sua catarsi, potrà veramente governare “il timone della verità” e “… stringere nel pugno/il fragile stellato/i diafani arcobaleni/la segreta bellezza// la trama cristallina/ della coscienza,/della conoscenza”. Non gli sfuggirà a questo punto “il volto segreto della bellezza”.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]




