[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Mario Grasso, al secolo Mariano, come il nonno paterno, è nato nel 1932 ad Acireale, in provincia di Catania. Appassionato lettore, fin dalla più tenera età, frequenta assiduamente le cospicue biblioteche degli zii; in modo particolare di uno zio canonico, definito dallo stesso Grasso colto e illuminato.
Mario Grasso svolge autonomamente l’attività di giornalista, collaborando con la “Gazzetta di Parma”. Successivamente collaborerà con la rivista “Vie Nuove”, firmando articoli d’inchiesta con lo pseudonimo di Rigo Mossara, anagramma di Mario Grasso.
Bisognerà attendere il 1968 perché l’opera di Grasso cominci ad imporsi all’attenzione della critica, con il romanzo Il gufo reale e nel 1970 con la commedia L’Arca di Noè. Dal 1968 ha fondato e diretto con alterne fortune sei riviste: “Lytyerses” (1968-1971); “Sumarte” (1974-1977); “Lunarionuovo” (dal 1978. Lunarionuovo è anche la prima pubblicazione della Casa Editrice Prova d’Autore); “Carte Siciliane” (1985-1986); “Sicilia Illustrata” (dal 1991); “Gazzetta Ufficiale dei Dialetti” (dal 2002).
Un’ulteriore svolta nella produzione letteraria di Grasso si avrà con Le vestali di Samarcanda del 1979, lavoro nel quale lo scrittore dimostra d’avere ormai raggiunto la maturità; testo in sé compiuto e preludio delle grandi opere poetiche che verranno pubblicate dai primi anni Ottanta in poi (Lettere a Lory; Friscalittati; Vocabolario Siciliano; Tra compiute lune; Crucchèri).
Sempre agli anni Ottanta risalgono le relazioni di Grasso con un gruppo di scrittori sovietici, tra cui il giornalista Karotic, all’epoca dei fatti direttore della rivista “Ogognoc”. A quell’epoca risale il progetto per la traduzione di diversi scrittori sovietici in italiano. Di questi anni ci rimane tra l’altro l’Antologia delle opere di Taras Ševcenko, per la quale gli verrà conferito assieme a Garcia Marquez il “Premio Internazionale Frankò”, a Kiev, nel 1989.
Tra le molteplici attività che attualmente impegnano Mario Grasso, ricordiamo che dirige la Casa Editrice Prova d’Autore, la rivista “Lunarionuovo”, collabora con il quotidiano “La Sicilia”, per il quale cura ormai dal 1993 la rubrica con cadenza ebdomadaria Vocabolario contemporaneo.
L’opera indubbiamente più complessa e ricca di implicazioni di Mario Grasso è Tra compiute lune.

La verità secondo Mario Grasso è figlia della poesia. Perché la poesia è l’attività umana nella quale meglio si realizza la singolare corrispondenza tra fare ed essere. Nella parola si manifesta concretamente l’unità e la distinzione tra il sé e l’altro da sé, specie quando questa viene trascritta. Ed è poesia quella dello scienziato, la cui ragione, kantianamente, vede solo ciò che essa stessa produce, secondo un proprio disegno. È poesia, per analoghi motivi, quella del pittore, dell’esploratore, dell’inventore. Poesia è nondimeno quella dell’uomo di fede, quale che sia il suo credo: sia esso religioso oppure laico. È poesia, quindi, quella del filosofo che fa concreto esercizio di libertà, si divincola dal rigore delle proprie inferenze logiche. La conoscenza poetica si qualifica allora come la più misteriosa e la più complessa forma di comprensione della realtà che il genere umano abbia mai strutturato. In quanto la poesia è ragione e sentimento, ma è anche capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Mostrare, discernere, lasciare che altri compiano la loro personale opera di discernimento, senza mai esigere altrettanto rigore. La poesia di Mario Grasso è tutte queste cose, poiché di tutte queste cose egli ugualmente si nutre. Essa si radica perciò stesso nella storia e nella profezia; è legata all’immanente ed è forza che ampiamente trascende ciò che è limitato. L’occhio vitreo del poeta Grasso è capace di vedere quello che altri non sono in grado di percepire, poiché essendo egli poeta — e poeta che tutto vede e tutto considera — è quindi, al contempo, volutamente scienziato, artista, esploratore, mistico. Ed effettivamente le opere di Grasso sono prove di vastissima cultura, le cui radici affondano nella saggezza antica almeno quanto nel sapere moderno, benché specializzato e parcellizzato.
Scrive Mario Grasso in alcuni versi tratti dalla 5a Intromissione del canto XIV del poema Tra compiute lune che «[…] poesie fa il gufo». Lo stesso gufo che «[…] pesta nel mortaio / l’acqua solenne, antica». Il saggio gufo reale è animale rapace, che possiede ottima visione notturna, in grado di compiere la fondamentale opera di demistificazione della realtà. «[…] ma gli è nemico il sole» aggiunge opportunamente Grasso. Perché ciò che il gufo riferisce è inviso ai più, che si accontentano di ciò che sembra evidente, in quanto illuminato dalla luce del sole, appunto. Non è certo cosa nuova la disonestà, per quanto questa venga regolarmente occultata, negata. Ed è tanto più sgradita quanto più a compiacersene siano persone colte e perfettamente consapevoli delle azioni che compiono. Alla Chiesa Grasso riconosce il gravoso compito di fare argine al male, tornare a Cristo, attraverso un altro Cristo, che è il santo dei poverelli, passato indenne a fianco dell’eresia. È il trionfo di san Francesco, del francescanesimo, della Chiesa che ritorna alla purezza originaria, che non esita a maledire apertamente «i fabbricanti di armi letali». Armi che distruggono l’uomo, nel corpo e nell’anima. Ma basta osservare anche soltanto la cronaca dei nostri giorni per comprendere quanto le rivelazioni del pervasivo Grasso, che erano opportune già nel lontano 2003, all’epoca della pubblicazione del poema, lo siano ancor di più oggi. Il punto, dice espressamente Mario Grasso, è cibernetico. È una questione che attiene all’arte e alla tecnica. Non si faccia, al riguardo, confusione tra l’arte — speculare e reciproco della tecnica —, e l’Arte. Quest’ultima sembra godere della più ampia considerazione nella poetica di Grasso, sulla cui effettiva consistenza egli opportunamente si interroga: «Su cento e mille volte / insisto e chiedo all’Arte se il mistero / sia l’ombra o chi l’induce». Reificazione e insieme incarnazione di ciò che più e meglio qualifica l’attività umana: la demistifica e la trasfigura. L’Arte è specchio dell’umanità. Limitato e illimitato, mortale e immortale: in ogni caso quello che più sembra avere valore è ciò che unisce, che statuisce relazioni. Il logos, per dirla alla maniera di Eraclito l’oscuro. Il tempo possiede una struttura circolare e periodicamente, riproponendosi, si riepiloga; l’assetto relativo dell’essere è circolare: il ciclo delle stagioni; l’uomo stesso, con i suoi stati d’animo, il suo viaggiare, la costante tensione tra lontano e vicino, finito e infinito, tra ciò che è eterno e quanto, invece, è destinato a disfarsi rapidamente. Non da ultimo il ciclo delle reincarnazioni, di cui l’ape di Platone diviene qui simbolo ed emblema. Vi è inoltre nel poema una sottile corrispondenza tra Sacre scritture e scienza. Mito, religione, teologia, filosofia, scienza, politica, etica finiscono per essere le molteplici facce di una realtà quanto mai variegata, composita, complessa.
È per stolta cupidigia che viene immolato «l’agnello in Galilea» così come i sacri buoi d’Iperione nell’isola del sole. Ciascuno si assuma le proprie responsabilità, valuti se sia il caso sacrificare se stesso piuttosto che fomentare sacri ecatombi. Grasso si rivolge alle due statue, Armodio e Aristogitone: «Voi reticenti e statue / […] Torno inquieto e vi chiedo, / quale volo consente l’infinito». È con i due cospiratori e infine uccisori del tiranno Ipparco che il poeta dialoga a ritmo serrato e incalzante, ai quali si rivolge, forse non tanto per sciogliere i moltissimi dubbi da cui è gravato, quanto per mostrare — a sé e al resto dell’umanità, che egli simbolicamente rappresenta —, che nella vita perennemente si finisce per violare i margini, sconfinando nell’atemporale, per poi rientrare faticosamente nei ranghi del circoscritto e del limitato. Ma è vero anche il contrario, che dal limitato e circoscritto si passi con fatica all’atemporale. A rendere questa poesia potentemente unitaria è la lingua di Mario Grasso, che si erge a sovrastare ogni cosa, fonde linguaggi e conoscenze come bronzo fuso. È ben più che lo strumento efficientissimo della poesia di Mario Grasso. È la sua stessa Arte.
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