[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]
Uno Stato nello Stato (Bonanno, Acireale 2020) è il titolo a dire il vero un po’ inquietante dell’ultima opera di Salvatore Santuccio, storico e afferente alla cattedra di Storia contemporanea del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. E tuttavia il sottotitolo — come spesso succede — ne chiarisce meglio il significato e ne delinea contemporaneamente i contorni: Sette segrete, complotti e rivolte nella Sicilia di primo Ottocento.
[/vc_column_text][vc_column_text]Un residuo d’inquietudine certo rimane, ma la definizione dell’ambito di ricerca, ossia le sette segrete, i complotti e le rivolte rendono lo studio del professore Santuccio oltremodo interessante e anzi per molti aspetti affascinante, con buona pace della prima impressione suscitata dal titolo. E d’altra parte, la storia non è che incontro. Leggendo le carte: le fonti storiche, letterarie, artistiche, i documenti d’archivio che persone vissute decenni o anche secoli addietro hanno vergato di proprio pugno, si finisce per instaurare con queste stesse persone una qualche forma di relazione. Si finisce, cioè, per raccogliere le confessioni da parte d’individui che erano molto differenti tra di loro, svolgevano in quel preciso ambito storico un lavoro, una funzione — consapevolmente o anche inconsapevolmente —, che potevano essere le più svariate. Il fatto, poi, che producendo un documento si siano espressi ovvero abbiano voluto esprimersi con sincerità oppure agito deliberatamente in male fede, importa relativamente poco, poiché ogni singola locuzione o dichiarazione, da qualunque parte questa provenga, deve ugualmente essere ponderata, deve cioè essere sottoposta al vaglio severo della critica. Nessuno dice la verità, fino a prova contraria, ma ciascuno in un modo o in un altro perora la causa della bontà delle proprie affermazioni. E come tale va per così dire trattato. A maggior ragione se oggetto dello studio siano le società segrete come la Carboneria; se a destare l’attenzione dello storico siano i complotti; quando a parlare siano uomini di parte, ancorché schiettamente votati alla verità.
Santuccio con questo suo libro, Uno Stato nello Stato, segue e struttura un percorso che va dalle origini della Carboneria in Europa alla sua fine, che coincide con i moti rivoluzionari del 1830-31, mentre la sua nascita, che secondo alcuni si perderebbe nella notte dei tempi, in Italia risale al 1807 e cioè alla vigilia del regno di Gioacchino Murat, a Napoli. Ed effettivamente le vicissitudini dei primi tempi della Carboneria sono strettamente legate a questo governo e alla ormai radicata consapevolezza che un’azione eversiva poteva essere tanto più significativa ed efficace quanto più capillare e deciso fosse il coinvolgimento delle masse popolari. Era perciò necessario elaborare nuove e più efficaci strategie di comunicazione, compatibilmente con la segretezza della struttura associativa tipica di queste società.
È il caso, per fare un esempio particolarmente calzante, della roboante retorica di un testo poetico pubblicato sul giornale “La Fenice” a Palermo, il 30 agosto 1820. E già la data ci deve mettere sull’avviso, essendo il 1820 l’anno dei moti rivoluzionari organizzati proprio da quelle società segrete sulle quali si sono appuntate le scrupolose ricerche di Santuccio. I versi attribuiti ad “alcuni giovinetti” vengono opportunamente ripresi e citati, certamente non perché se ne riconosca il valore letterario, che in realtà non possiedono, ma perché molto significativi e particolarmente utili a comprenderne, come si dice, la temperie sociale e culturale e a comprendere il significato attribuito a concetti centrali come libertà, patria e gloria, secondo gli intendimenti e di chi ha scritto i versi e del giornale che li ha pubblicati. Ma anche dei lettori che li avrebbero letti. Insomma, che cos’era in definitiva quella libertà, che con slancio e convinzione veniva in questi versi tanto decantata? Cosa, la patria e cosa, ancora, la gloria? Se la libertà è definita dolce, la patria è rinata a libertà, la gloria è antica. Retorica e luoghi comuni, è chiaro, ma non solo.
Nell’accorato appello in un manifesto dello stesso anno anche questo giustamente citato da Santuccio, c’è l’invito a pensarsi, a dirsi e soprattutto a comportarsi da persone libere. Insomma, questioni come quelle di libertà e uguaglianza, poste in essere dal liberalismo prima e dall’illuminismo poi fecero il loro corso e poterono essere declinate nei tanti modi in cui ciascuno era preparato a recepirli, a seconda della classe sociale d’appartenenza, la cultura posseduta e la visione politica accettata e professata. Con l’impeto della giovane età, di chi pensa di avere tutto da guadagnare, oppure con la moderazione di coloro invece che credono nella gradualità delle riforme, con l’occhio vigile alla posizione sociale che occupano o che vorrebbero occupare.
Salvatore Santuccio ci mostra quali siano i tratti salienti rispetto al dibattito culturale e politico in Sicilia tra il Settecento e l’Ottocento, ce lo racconta anche con dovizia di particolari e con smaliziata perizia interroga le fonti storiche di cui si serve. E c’è anche da ribadire a tale proposito che il lavoro di accurata ricerca delle fonti d’archivio da parte di Santuccio sia un punto di forza del suo lavoro di storico, che con metodo rigoroso ricerca e con altrettanto rigore ce ne restituisce il senso e ne propone di volta in volta le possibili interpretazioni.
Ed è così che, Principe di Torremuzza l’uno e orologiaio della Corte e della Specola l’altro, Vincenzo Castelli e Giacomo Dane, attraverso i lori scritti rivelano alcuni aspetti salienti dei moti degli anni Venti dell’Ottocento, che appunto perché traguardati da visuali distinte, di quei fatti ci restituiscono un quadro inedito, un resoconto per così dire stereoscopico e quindi anche una differente esegesi. Sono in effetti Memorie, quelle del Principe, mentre per parte sua l’Orologiaio ci ha lasciato una Cronica organizzata in forma diaristica. Sia l’una che l’altra, sono opere manoscritte. Torremuzza era evidentemente di nobile famiglia, autore anche di altri scritti, Fasti di Sicilia, editi nel 1820, a Palermo; Dane era invece un uomo di provenienza popolare, colto e attento osservatore. Rimane il fatto che pur se ciascuno dal proprio osservatorio, ci abbiano entrambe consegnato una ricostruzione dei fatti non banale e non di parte, ma consapevole della complessità degli eventi che andavano osservando e delle enormi difficoltà dalle quali la Sicilia era investita.
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