[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_toggle title=”Un libro e un film indimenticabili”]
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Dopo una vita spesa a servire Lord Carlington come maggiordomo, Mr Stevens passa al servizio di un nuovo padrone, l’americano Mr Farraday, che dopo la morte del Lord ha acquistato dai suoi eredi Carlington Hall. Questi, dovendosi assentare per qualche mese dalla sua elegante dimora, propone al maggiordomo di approfittare dell’occasione e della Ford, che gli mette a disposizione, per farsi una vacanza nella costiera occidentale dell’Inghilterra.
Così inizia il bel romanzo di Kazuo Ishiguro, come un itinerario in un paese amato e in gran parte da scoprire e come un viaggio nella memoria personale del protagonista, un tema assai caro al Nostro. Leggiamo, infatti, dall’esergo di un altro suo libro:”Credo che sia patetico e nello stesso tempo nobile guardarsi dentro e vedere la vita che si è vissuta. Ci vuole un grande coraggio”. Mr Stevens, ormai avanti negli anni, ha un rispettabile bagaglio di ricordi, ben custodito in fondo al cuore, e un obiettivo inconfessato persino a sé stesso: andare a trovare Miss Kenton, la governante che diverso tempo prima lo aveva affiancato con ammirevole professionalità nel lavoro.
La donna in seguito aveva abbandonato il lavoro per sposarsi, stabilendosi in Cornovaglia. Da quel paese Mr Stevens ha ricevuto una sua lettera grondante tristezza, forse a causa del suo matrimonio andato in fumo e della nostalgia per la casa e i luoghi della giovinezza. Con stupore infantile e sensibilità intatta egli s’interroga sui motivi che costituiscono la “grandezza” del paesaggio inglese, che a lui appare privo d’indecorosa esibizione. “È la mancanza stessa di drammaticità o di spettacolarità a distinguere la bellezza della nostra terra. È la calma insita in quella bellezza, la sensazione di riserbo che essa racchiude”. Un paesaggio in armonia con una persona che ha fatto della ‘dignità’ il fulcro e l’ideale della sua esistenza.
È stato il padre, maggiordomo anche lui, a incarnare l’idea della dignità, intesa come capacità di non abbandonare mai la propria figura professionale per lasciare emergere, alla prima provocazione, la dimensione privata. “Gli altri europei non hanno maggiordomi perché incapaci di mantenere quel controllo emotivo del quale vanno tanto orgogliosi gli inglesi”. La generazione di maggiordomi cui apparteneva Mr Stevens senior non si distingueva per qualità superficiali o di genere decorativo, come una buona dizione, la conoscenza di argomenti quali la caccia col falcone, una prodigiosa memoria o un’ampia cultura generale: a Mr Stevens senior bastava possedere tutte le nozioni utili a governare una casa, restando indifferente allo sfoggio di un eloquio raffinato, quasi dovesse esibirsi al pari d’una scimmia ammaestrata, per sentirsi pienamente dentro il suo ruolo. Ciò che si richiedeva a lui era l’autorevolezza che scaturisce da un comportamento fermo e pacato. In un’occasione Mr Stevens padre era stato capace di esprimere, dall’alto della sua notevole statura “tanta possanza d’incontestabile disapprovazione da far sentire due signori ubriachi come ragazzini sorpresi dal contadino a rubargli le mele”.
Al figlio, Mr Stevens Junior, era toccato in sovrappiù il privilegio di “recitare una piccola parte sulla scena del mondo”. E questa opportunità gli era stata resa possibile dall’occasione, unica, di servire Lord Carlington nel periodo di transizione tra la I e la II guerra mondiale. Allora, dalla residenza privata di Carlington si propagavano decisioni che avrebbero avuto risonanza non solo nazionale, per cui il ruolo personale di un maggiordomo “veniva esaltato quanto più si trovava vicino al perno da cui gira la ruota”.
In particolare, nel 1924, a Carlington Hall si era tenuto un convegno di politici e diplomatici, riuniti al fine di rivedere le clausole della pace di Versailles, troppo dure per la Germania. Ed era stata l’amicizia per Herr Bremann, morto suicida circa un anno prima, a suscitare la compassione del lord inglese per tutto il popolo tedesco. Corroborando con considerazioni tratte dalla boxe il suo senso dell’onore, Lord Carlington aveva perorato con calore la causa dell’ex nemico:”Non ci si può certo accanire contro chi è già stato abbattuto”. Mr Stevens era stato testimone muto di una pagina della storia che aveva messo in risalto la propria professionalità, poiché non era venuto meno ai suoi doveri nonostante il colpo apoplettico che aveva colpito proprio in quella occasione suo padre – momentaneamente affidato alle amorevoli cure di Miss Kenton – e aveva accolto con orgoglio e fatto proprie le nobili motivazioni del suo padrone. Sullo sfondo l’intuizione che altri protagonisti conducevano ormai il gioco politico, come Mr Lewis, l’inviato americano, col suo perenne sorriso stampato sulla faccia, pronto a utilizzare in modo spregiudicato l’opinione diversa dei francesi per creare divisioni in Europa. Non è un caso che il maggiordomo ci riferisca la sua accezione di professionalità, che si contrappone al dilettantismo di tutti gli inviati europei “rispettabili, onesti, ben intenzionati”, ma irrimediabilmente dilettanti. Al II convegno, che si terrà nel 1935, la simpatia di Lord Carlington per la Germania, divenuta nel frattempo nazista, si era spinta al punto da portarlo a riunire nella propria casa il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop e il primo ministro inglese, con la segreta aspirazione di far ricevere Hitler dal Premier inglese e forse anche dalla regina.
Tuttavia, un giornalista, figlioccio di Lord Carlington, incuriosito dalla segretezza con cui tale iniziativa era stata ‘sigillata’ per l’esterno, aveva carpito allo zio qualche notizia e non si era fatto scrupolo di scatenare contro di lui una campagna scandalistica che aveva definitivamente macchiato il nome di Lord Carlington, facendolo passare per garante del nazismo presso l’aristocrazia inglese. Questi avvenimenti sono esposti dalla voce narrante, quella di Mr Stevens, con un tono imperturbabile, una dizione compassata e cerimoniosa, sempre preoccupata di non venir meno ad una rigida etichetta, ma sostenuta nell’intimo dal sincero convincimento che il suo padrone incarni un ideale di giustizia degno della massima ammirazione e che “la sua carriera non sarà compiuta se non quando sua signoria non avrà raggiunto i grandi obiettivi che si è prefissato”. Sarà forse per questo che l’Accademia svedese, nel conferire a Ishiguro il Nobel per la letteratura, ha parlato dell’abisso che lo scrittore rivela esserci tra la realtà e la nostra illusoria connessione col mondo? A noi sembra che tale giudizio non si attagli all’atmosfera complessiva di “Quel che resta del giorno”, in quanto sembra avvolgere il romanzo in un velo plumbeo di enfasi tragica, che può essere dissipato soltanto inquadrando l’opera nel codice etico-filosofico della tradizione giapponese del Bushido, che etimologicamente significa “seguire con devozione il proprio signore”.
Ci invita a muoverci in questa direzione la formula di ‘scrittori meteci’, adoperata da Saul Bellow in relazione a se stesso. Ci autorizza lo stesso Kazuo Ishiguro, che parlando di sé afferma: “Finisci per essere una stramba miscela omogenea. Questo diventerà comune nella seconda parte del secolo: persone con ascendenze culturali miste e un miscuglio di sfondi razziali”. Ma, tornando al romanzo, è probabile che alla nostra interpretazione non sia stato d’aiuto il pur bellissimo film di Ivory con la sottolineatura dell’aura elegiaca della giovinezza perduta e dell’amore non vissuto. E’ talmente ovvio per la cultura occidentale scandire le tappe dell’amore romantico in: dichiarazione, corteggiamento, conquista, che restiamo spiazzati da un romanzo i cui protagonisti si danno del lei sino alla fine e l’amore non viene mai dichiarato, se non in questa forma e nell’ultimo capitolo: “le implicazioni di quelle parole erano tali da provocare nel mio animo un certo grado di rammarico. In verità – perché non dovrei ammetterlo? – in quel momento mi si stava spezzando il cuore”. Nella cultura giapponese più antica ‘samuraru’ significa servire, e ‘Bushido’ è il codice etico-cavalleresco di colui che mette in pratica un modello di vita elaborato nei secoli XIII-XVII sotto l’influenza del buddismo zen, importato dalla Cina sin dal VI sec. Hagakure, ‘nascosto tra le foglie’, è il più importante testo che raccolga lo spirito del Bushido, i cui valori si dispongono in una rigida gerarchia, ben
riconoscibile nel romanzo di Ishiguro: il proprio genitore, il proprio signore, la donna amata. Esso ci aiuta a spiegare significativi aspetti dell’anima contemporanea del Giappone, divisa dal conflitto fra tradizione e modernità. In particolare, ci parla della modestia del samurai, che serve il suo signore senza mettersi in mostra. La sua vita ha valore in funzione di un altro, in relazione al rapporto di fedeltà col proprio daimyo (signore). Il vassallo è legato al proprio signore da una vera e propria forma d’amore, che non deve essere esibito, ma viene silenziosamente custodito nel suo cuore e coltivato anche nella lontananza e nell’anonimato. L’amore nascosto o amore segreto è un concetto importante della cultura giapponese – e non fa differenza che sia rivolto a una donna o al proprio signore. L’amore nascosto è il modello dell’amore tout court: l’amore più profondo è quello di chi, anche senza manifestare il suo sentimento, è disposto a sacrificarsi per la persona amata. Il fiore del ciliegio è il simbolo del samurai: ne incarna purezza, semplicità, delicatezza, perciò non può essere compreso nell’epoca dei sofisti, degli economisti, dei calcolatori. Vittoria e sconfitta appartengono al mondo dell’illusione.
Sono infatti estranei al maggiordomo/samurai, Mr Stevens, il quale la sera che segna la catastrofe di Lord Carlington, nell’atrio della sontuosa dimora, se ne sta a vegliare come una sentinella, pronta ad accorrere al primo richiamo del signore, e al pensiero di esser riuscito a conservare ”una dignità all’altezza della posizione che occupava, e della quale persino suo padre avrebbe potuto essere orgoglioso, trovava poche altre ragioni in grado di spiegare il senso di trionfo dal quale quella sera si era sentito invadere”.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Antonietta Milone”][/vc_column][/vc_row]




