[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]
L’itinerario rivoluzionario che portò all’Unità d’Italia è cadenzato da movimenti incerti e da tratti ancora oscuri spesso rintracciabili decenni prima nei meandri della formazione delle sette segrete.
[/vc_column_text][vc_column_text]In associazioni come la massoneria e soprattutto la carboneria si ebbe l’incontro e lo scontro di quelle ideologie politiche che permisero alle diverse classi sociali di entrare nel dibattito istituzionale con evidenti differenze finalistiche ma con un unico intento: il cambiamento in senso partecipativo. L’analisi della complessità del sistema settario, che fece esplodere i moti rivoluzionari del 1820 in Sicilia, permette di comprendere come in realtà a spingere alla rivolta fu la delusione per le mancate riforme promesse dai Borbone amplificata dalle novità politiche assorbite dagli influssi giacobini e, ancor più, dalla “dominazione” inglese.
Per la prima volta, attraverso le “vendite” carbonare, i processi politici e i tentativi di cambiamento istituzionali non verranno programmati e organizzati da un’élite aristocratica o borghese ma verranno coinvolte tutte le categorie sociali attraverso le maestranze, quelle associazioni di arti e mestieri che abbracciavano ogni categoria produttiva.
È, ovviamente, da ribadire che questo fu un fenomeno in fieri, spesso confuso e che man mano mostrerà al suo interno numerose divisioni tendenti, spesso, a raggiungere obiettivi dettati da interessi locali o personalistici.
Proprio per questo, presto, la Sicilia si troverà divisa sostanzialmente in due: da una parte Messina, Catania e Siracusa che si vedranno unite nell’abbracciare gli ideali della carboneria napoletana che intendeva mantenere l’unità del regno che aveva garantito a queste città l‘onore, attraverso la riforma amministrativa, di diventare intendenze (capoluoghi di provincia) con pari dignità all’ex capitale Palermo e soprattutto con lauti finanziamenti per il controllo e la gestione del territorio.
Dall’altra parte troviamo proprio Palermo che, al contrario, dovendo sopportare un forte declassamento sia nell’immagine che nel potenziale economico, cominciò una dura lotta contro Napoli spingendo la locale carboneria verso ideali contrapposti.
Palermo così cominciò a imbastire efficaci trame politiche inneggianti all’indipendenza da Napoli e in generale dai Borbone, accusati di aver tradito la città che aveva ospitato il re durante la fuga da Napoleone. La parte più difficile e alla lunga non riuscita fu proprio la cooptazione delle altre città dell’Isola verso una rivolta contro lo Stato e la pianificazione di un nuovo regno con a capo la nobiltà palermitana.
Spesso nei risvolti storici e nei racconti che finiscono per raccontare una storia di parte si legge che in generale la carboneria fu sconfitta dalla mano governativa, ma la realtà fu diversa e, come spesso accade ancora oggi, più complessa.
Se è semplice ridurre all’efficacia della repressione la fine dei moti settari, in realtà possiamo brevemente accennare che quell’iniziativa sovversiva che oggettivamente si concluse con il fallimento dei moti del 1820 non fu un totale buco nell’acqua. In primis, in Sicilia, possiamo notare un efficace momento di riflessione politica, una presa di coscienza della popolazione che, avvenuta attraverso i luoghi di lavoro e le organizzazioni lavorative, apprendeva sempre più come la partecipazione alla formazione delle istituzioni poteva cambiare la sorte della vita, in senso partecipativo e quindi lentamente, ma inesorabilmente, più democratico.
Per le classi sociali, escluse da sempre alla partecipazione attiva nelle istituzioni, a seguito di queste rivolte, si aprivano le porte verso una, seppur controllata, rappresentazione all’interno dei decurionati (odierni consigli comunali) e ad incarichi di rilievo prima ad esclusivo appannaggio dell’aristocrazia.
Tutto bene allora, purtroppo no, se a livello legislativo qualcosa cambiava, la mancanza di preparazione delle classi meno agiate ne impediva la vera capacità di prendere parte alla dimensione “cittadina” del potere.
Se la preparazione culturale che doveva essere affidata al sistema scolastico, che per ovvi motivi non poteva essere solo affidato alla Chiesa, non veniva pianificata sistematicamente, le riforme rimasero più sulla carta che sul fattivo cambiamento sociale.
In effetti, però, gli intrighi governativi e l’attività cospirativa e anti-cospirativa, permetteranno di accrescere comunque quella consapevolezza e quelle complesse motivazioni che vedranno la Sicilia diventare quel laboratorio politico indispensabile per le successive rivolte democratiche contro l’autorità governativa che esploderanno nel 1837 e nel 1848, fino a giungere all’Unità d’Italia.
L’arrivo di Garibaldi in Sicilia trovò, infatti, un terreno fertile e poiché divenuto sempre più consapevole di come i diritti e i doveri della popolazione non potevano essere più calpestati e quindi il suo successo fu anche garantito da un sistema che si era spezzato numerose volte e che anelava ad una radicale cambiamento che forse il vento garibaldino poteva portare.
Se questo accadde però è un’altra storia….[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Salvatore Santuccio”][/vc_column][/vc_row]










