[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, Rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Nella rubrica Roving eye (occhio errante) del New York Times del 13 maggio del 2021, ho letto una recensione bellissima su Appuntamento a Positano (meeting in Positano) di Goliarda Sapienza, nella quale la giornalista Anna Momigliano informava tra l’altro i lettori americani che l’opera era stata tradotta in inglese da Brian Robert Moore e che era arrivato il momento di dare la piena riabilitazione ad una scrittrice, che l’Italia purtroppo, aveva dimenticato.
Una volta era troppo radicale per l’Italia, Goliarda Sapienza (1924-1996), sebbene con ritardo stia recuperando quanto le spetta (Once too Radical for Italy, Goliarda Sapienza is belatedly getting her due), scrive la giornalista. Goliarda è stata un’icona femminista ante litteram, già dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando da attrice, trasformatasi in scrittrice, si convinse che volere raccontare la storia di una persona dava un significato a tutta l’esistenza. Diceva infatti: “la vita è sempre un romanzo lasciato non scritto, se noi lo lasciamo seppellito nel nostro intimo, e io credo nella letteratura”. Lei anticonformista e assolutamente indipendente, aveva abbandonato l’ortodossia marxista dell’intelligentsia degli anni cinquanta, fideistica ed ideologica, perchè chiusa in essa si sentiva soffocare.
Gifted with acting talent and a larger-than-life personality, if not conventional beauty, she became after the war a central figure in Rome’s cultural high society revolving around neorealist cinema and the Communist Party.

In queste poche parole è racchiusa la vitalità profonda di Goliarda, perché spiega che la sua straordinaria personalità, oltre che la sua bellezza, ne fecero una figura centrale nella Roma di quel tempo. La sua familiarità con Luchino Visconti e poi con il marito Citto Maselli e con i più grandi attori e registi del tempo (Zavattini, Comencini, Blasetti) ha contribuito alla formazione creativa del cinema del neorealismo italiano, anche se il suo lavoro talora veniva sminuito perché allora non si dava molto credito alle donne.
Sempre nel corso di quest’anno ho ancora scoperto che in Israele è stato tradotto da Shirley Finzi-Loew quello che viene considerato il suo capolavoro. masterpiece, L’arte della gioia. I lettori di Haaretz, il giornale israeliano hanno scoperto per la prima volta il nome di Goliarda Sapienza.
Come è noto solo nel 2008 la Einaudi si è convinta di pubblicare L’arte della Gioia, mentre in Francia (l’ art de la joie, tradotta da Nathalie Castagnè nel 2005) e Germania (Unvorhersehbarkeit der Liebe, maggio 2013) il dibattitto su Goliarda aveva preceduto la pubblicazione dei libri.
Ma non c’è dubbio che la personalità e le pubblicazioni delle opere di Goliarda in Italia non godono di grande favore. Io penso invece che bisogna rileggere le opere, tutte le opere di Goliarda, per riabilitarne la figura, in sé stessa troppo complicata, e permeata da grandi contraddizioni, che per molti è sinonimo di scostumatezza e di libertinaggio. Io penso non sia così: c’è nella scrittrice una grande voglia e considerazione del suo concetto di libertà, inculcatogli dal padre e dalla madre, entrambi di formazione socialista, il primo avvocato e la seconda collaboratrice di Gramsci al Grido del popolo.
Ma ritornerò sulla personalità di Goliarda. Veniamo a Appuntamento a Positano
Il libro fu scritto nel 1984, quando ormai Goliarda si era rinchiusa a casa sua a Catania, già viveva con Angelo Pellegrino. Il contenuto del racconto era costituito dai suoi numerosi viaggi nella bellissima Positano, sulla meravigliosa costa amalfitana, a metà degli anni ’50. La prima volta era stata a Positano, al seguito del regista Maselli e del suo sceneggiatore Prandino Visconti, perché doveva verificare sul posto se appunto Positano potesse servire da sfondo alla storia del film gli sbandati. Subito lei aveva intuito che quel posto era troppo bello e magato (parole sue) per una storia come quella. Meglio cercarne un altro più disastrato.
Fu in quell’occasione che, come una visione paradisiaca vide una giovane donna: (è l’incipit del romanzo) “Il suo passo incantava tutti quando scendeva i pochi gradini che portavano alla marina dove un gozzo l’aspettava per prendere il largo, o, quando al ritorno, non più tardi dell’una, Nicola, il figlio di Lucibello detto la scimmia…l’aiutava a scendere dal suo legno, e con gli occhi imbambolati seguiva quel passo sul tappeto di pedane, che faceva un raccolto salotto dell’antica, pietrosa baia, ma Erica (=la giovane donna) sorvolava distratta tutti quei visi che immancabilmente si voltavano a guardarla, la principessa. Quella figurina sinuosa, ……..sosta ora, quasi ripiegata, a parlare con una ragazza del luogo bassa e robusta. Poco dopo addirittura le stampa due bacioni sul viso prima di fuggire via. Con più leggerezza di prima vola attraverso il breve slargo che si apre come un teatrino del Rinascimento con le sue piccole botteghe intorno e sparisce a destra nel vicolo sempre in ombra”.
Immagine evanescente, ma indimenticabile. Quella figura le rimase impressa, scuotendole la fantasia.

Qualche anno più tardi, dovendo girare un documentario sullo sbarco dei saraceni, Goliarda ritornò a Positano. E nella furia di trovare comparse per stradine e strade ripide, senza accorgermene sbattè contro una persona. La guardò bene e notò subito un viso largo, illuminato da due occhi così grandi e allungati, le chiese scusa, vincendo l’imbarazzo di averla subito riconosciuta. Lei con voce piena di echi cristallini, rispose: Ma si figuri, succede a chi è nuovo di Positano. In questo paese non si può correre. . …..poi le voltò le spalle e la vide scivolare nella sua lunga gonna bianca giù per la scalinata, incorporea, come la prima volta. Goliarda si illuminò e come illuminata da un suo faro personale la riconobbe in un lampo. Domandando in paese scoprì cha apparteneva alla ricca famiglia, liberale, dei Beneventano, e viveva in paese, perché innamorata del luogo. Pensò subito che si sarebbe potuto girare un film sulla malinconia e forse tristezza di questa signora, divisa tra antico e moderno. Ma negli anni’50 in Italia, con l’egemonia culturale comunista, era il tempo dei pescatori, dei pastori, dei primi operai. Non c’era spazio per l’individuo, creatura borghese. Il cinema serviva per influire sull’indirizzo ideologico da offrire alle masse sfruttate. Anche il nobile Luchino Visconte predicava queste cose.
Anche stavolta passò un mese a lavorare a Positano e poi rientrò a Roma in mezzo ai suoi amici nella cerchia di quegli sfegatati togliattiani di Mario Alicata, Luchino Visconti, Lorenzo Tornabuoni, il fratello di Lietta, la giornalista. E proprio da costui seppe che la signora Erica aveva aiutato mezzo paese di Positano, non solo ma lo aveva aiutato molto lui stesso nella carriera pittorica, perché aveva creduto in lui. Si innamorò del paese anche lei, cominciava a declamare: Positano sana di tutto, ti apre la mente sui dolori passati e ti illumina per quelli presenti, spesso ti salva da cadere in errore”. Era la felicità della scoperta improvvisa. Lei frequentava ormai tantissime case, divenne un volto familiare. Incontrava i primi esistenzialisti, che annunziavano l’epoca della speranza dei figli dei fiori. Una di queste, Wally, era una danzatrice assatanata, che tra hashish e marijuana, riusciva a trasmettere con la sua allegria e le sue danze emozioni fortissime intrise di orientalismo. C’era anche Hans, dal viso scarno di cristo bizantino, con i capelli lunghi, chiamato per questo “’’o Crocifisso”. Aveva Goliarda la sua barchetta, che la portava in tutti gli anfratti di Positano; un giorno in una spiaggetta piccola rimase bloccata dall’immagine di una donna, completamente nuda, che prendeva il sole, solitaria, con il volto ripiegato quasi a fuggire i raggi nitidi di aprile. Improvvisamente la donna che prendeva il sole, avendo notato la presenza di un’estranea con naturalezza le chiese se per caso avesse con sé qualche crema da prestarle. Goliarda rimase come impietrita.

Non voleva dare l’impressione di essere una lesbica, magari non antipatica. Quindi rispose con naturalezza, intessendo il discorso delle solite banalità che si dicono in questi casi. L’incontro finì con un arrivederci, con un appuntamento. La sera si rividero a casa della signora Erica a parlare di pittura, a scambiarsi qualche opinione. Le due diventarono amiche, si vedevano spesso una volta dal panettiere, un’altra volta al bar dove consumavano la colazione, e parlavano, parlavano, Erica con naturalezza e Goliarda talora con un certo imbarazzo, perché si accorse lentamente che quella signora le stava entrando nelle vene. La guardava, anzi la esaminava in ogni suo piccolo movimento, riconosceva la sua voce squillante, come la luce che filtra gioiosa dalle finestre. Tra l’altro si era accorta che il suo sorriso scopri una corolla di denti troppo bianchi, che contrastavano con i suoi occhi, troppo tristi. Le sue labbra carnose sorridevano, mentre le sue pupille si facevano più profonde e cupe. Goliarda ricordava Ulisse imbrigliato dal canto delle Sirene: era meglio troncare ogni cosa. Quel maledetto posto di Positano era diventato una delle infinite forme magnifiche che il diavolo sapesse prendere, quando ti vuole spingere in basso. E allora? Allora scappò, si rifugiò di nuovo a Roma, rispondendo all’invito di Luchino Visconte, che le rimproverava di stare troppo tempo lontano da Roma, dal cinema e dall’impegno politico. O meglio pensava di scappare, ma complice un’improvvisa e incredibile pioggia fuori stagione, si fermò per due notti nella casa di Erica. Le due si confidarono con sincerità dei problemi e delle loro vere storie personali, che sicuramente in altre condizioni non avrebbero mai sognato di fare. Erica trovò in Goliarda la sorella lontana; Goliarda era combattuta da sentimenti opposti, carnali e spirituali, cui non riusciva a dare un nome. Ma si sentiva a suo agio nello starle vicino a chiacchierare con quel fantasma, che ora aveva nome e cognome e una storia familiare quanto mai strana e complicata, e che le confidava la sua solitudine sperduta nel mare di un territorio, che è già anch’esso, spettacolare e magmatico.

E Goliarda, chiamata affettuosamente Iuzza, si trasformava lentamente in Erica. Come lei camminava a piedi nudi tra le stradine del paese, seppure con un senso di colpa borghese, colpa del realismo socialista, che continua a mortificare i suoi sensi anchilosati dall’ideologia. Un giorno, quasi improvvisamente in Goliarda si insinuò un sospetto: “nel suo fascino non c’è però sex-appeal, quell’insieme di attrazione voluttuosa e animalesca, che molte donne, anche poco belle, possiedono: Ma che sia frigida? Questa sua voglia di affetto non è che sia effetto della sua frigidità?” Ma altro che frigida!
A questo punto è bene precisare che l’orientamento sessuale di Goliarda era notoriamente bisessuale, anche per impostazione filosofica di vita, aperta a qualunque forma di approccio sessuale, sganciata da qualunque vincolo morale o forme etiche comportamentali. Per sua profonda convinzione, anche perché l’educazione illuminista e liberale da parte dei genitori aveva forgiato una donna libera, consapevole del proprio diritto al piacere, e senza schemi preconcetti.
Alla richiesta di Erica, che la invitava a dormire nella sua immensa casa, Goliarda si sentiva davvero felice, pur premettendo che lei non sopportava limitazioni alla sua libertà infinita, anche se Erica le confessò candidamente: “Ma io al mare ho bisogno di essere sola. Ti dispiace se dopo la colazione ci separassimo, diciamo, fino all’ora del tè, e poi potremmo stare insieme?” “Oh, ma è perfetto – risponde Goliarda – anche io ho paura di stare attaccata a qualcuno notte e giorno: perfino con Citto è così”. “Benissimo – conclude Erica – Non c’è simpatia o amore che regga a stare troppo insieme”.
Ma l’amicizia, o come la chiama Anna Momigliano, la sisterhood though not without an overlay of homoerotic tension, di Goliarda verso Erica non solo fu molto intensa, come anime gemelle, ma scoprì con il tempo anche che Erica aveva una personalità eclettica, puntigliosa, difficile, infelice, con molti segreti, anche di famiglia e di patrimonio (era ricchissima), che rendevano emozionante e complesso il loro rapporto. Con una fine del tutto inaspettata. Dopo l’l’ultimo litigio (o forte incomprensione? O dopo chissà quanti altri litigi?) con il marito Richard, la mattina presto di una domenica, il marito prese un taxi e scomparse dalla città. Erica qualche ora dopo venne trovato morta dentro un bizzarro bunker, nascosto tra le viscere della casa, con il forte sospetto che il marito fosse coinvolto nella morte di Erica, – si vociferò così in paese. Richard, infatti, dopo aver passato la notte a giocare a carte, la mattina presto di quella maldetta domenica, partì con il patrimonio di Erica in tasca a new York, dove lo aspettava la sua primitiva famiglia e la sua bellissima moglie. Richard non si fece mai più vedere a Positano.
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