[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]I laghi, al di là della vulgata iconografica che li vuole ameni e idilliaci, sono luoghi dai quali promana un’aura malvagia, una specie di energia negativa che risucchia luce, vita, calore negli oscuri recessi dell’altrove.
Luogo ‘liminale’ in cui si manifesta il sacer, soglia di ingresso al mondo infero come Pergusa, teatro di guerre cruente come il Trasimeno, dimora di epifanie telluriche come nei racconti del ciclo bretone di Lancelot du lac o come nelle storie gotiche della scrittrice Chiara Palazzolo, il lago è un mondo che non conosce redenzione, come certe periferie americane devastate dalla povertà e dalla solitudine raccontate da Don Delillo, da Philiph Roth, da Harmony Corine.
Giulia Caminito ha vissuto la sua giovinezza ai margini di questo mondo irredento, insieme alla sua famiglia della borghesia non benestante e alla sua generazione di sconfitti, entrambe tagliate fuori dalle «magnifiche sorti e progressive» della società e della storia.
Nel romanzo L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani, 2021, pp. 304), con il quale si è aggiudicata la 59a edizione del Premio Campiello, la trentatreenne scrittrice romana ha raccontato questo «mondo offeso» consegnando ai lettori la storia amara e impietosa di una donna che la vita ha reso cattiva.
La donna protagonista di questa storia si chiama Gaia. Il lago cui il titolo si riferisce è quello di Bracciano, un lenzuolo d’acqua steso nell’agro romano nato sul cratere di un vulcano spento.
Antonia, madre di Gaia, è una donna forte, determinata, inflessibile che lotta per rendere vivibile un tugurio in uno squallido edificio di periferia. Riesce ad ottenere in assegnazione un appartamento decente, in corso Trieste, una zona centrale della capitale in cui la vita è cara e la sua famiglia non è ben vista. Il disagio è tale che Antonia si accorda per fare uno scambio con un’altra assegnataria, e si trasferisce così in un alloggio comunale fuori città, ad Anguillara Sabazia, un borgo accucciato al lago di Bracciano. Qui Gaia trascorre gran parte della sua adolescenza. Di fatto, molte vicende del romanzo sono ambientate sulla riva del lago; altre, nell’estremo lembo settentrionale di Roma, in suburbi tagliati fuori dagli splendori della società post-industriale dove si aduna un’umanità disagiata, avvelenata, ostile agli altri e a sé stessa. Un luogo infernale. L’ultima decisione di Antonia, infatti, sarà quella di ritornare in corso Trieste; Gaia, invece, per un atto di ribellione alla madre, sceglierà di tornare al lago, e tale decisione darà l’avvio alla conclusione drammatica della storia.
Nella precarietà e nella desolazione di un luogo segnato dal ‘non-benessere’, che la scrittrice ha già raccontato nei romanzi precedenti descrivendo la vita di poveri contadini delle periferie rurali ed emarginate del paese (La Grande A, Giunti 2016; Un giorno verrà, Bompiani 2019), Antonia è costretta a fare i conti con una famiglia difficile. La donna deve sostenere, infatti, un marito inchiodato alla sedia a rotelle a causa di un incidente avvenuto nel cantiere dove lavorava in nero; e quattro figli, il primo dei quali, Mariano, avuto da una unione precedente.
Quella della madre di Gaia è una vita dura, senza alcuna possibilità di cambiamento. Donna forte, ostinata, caparbia, Antonia combatte con ostinata disperazione, senza arrendersi, senza affliggersi. Gaia, rossa di capelli come sua madre, come lei è fiera e indomita, capace di imporsi una dura autodisciplina; ma è anche riottosa a ogni imposizione, incline ai colpi di testa, animata da un’aggressività incontenibile ed oppressa da un greve sentimento di impotenza che la soffoca e annienta, nonostante tutti gli sforzi che compie per reagire alle offese, ai tradimenti, ai torti subiti. Quando uno spiraglio di luce sembra filtrare attraverso la cupa coltre che ottenebra il mondo in cui vive e la sua vita sembra prendere una piega diversa con il brillante completamento degli studi liceali, l’iscrizione all’università e una relazione sentimentale appagante, quando tutto per lei sembra volgere al meglio, improvvisamente, davanti ai sui piedi, si spalanca il baratro: «L’acqua del lago è sempre dolce!», urla ferocemente Gaia per ben due volte prima del tragico epilogo. L’esistenza che Gaia conduce nega antifrasticamente il significato beneaugurale inscritto nel suo nome.
L’acqua del lago non è mai dolce racconta la storia di un fallimento, senza alcuna posizione darwinistica, senza alcuna prospettiva fatalistica né consolatoria.

Una scrittura asciutta, martellante, parattattica, sincopata si insinua tra le pieghe di una realtà grama ‘fermando’, come in un ‘frame’, il vuoto sterile di esistenze incompiute, disfatte, arrese all’ineluttabile.
Non vi è fatalismo in questo romanzo, né indulgenza verso semplificazioni sociologiche o ripieghi neorealistici, ma solo una lucida consapevolezza che porta la scrittrice a raccontare, senza edulcorazioni e infingimenti, le ferite che riesce a infliggere il «male di vivere» su uomini e donne che, nonostante tutto, non si arrendono. Ferite, spesso, insanabili.
Attraverso il racconto della sconfitta di Gaia Giulia Caminito è riuscita, meglio di tanta produzione letteraria e saggistica, a penetrare dentro uno spaccato di società e una generazione, quella degli anni Duemila, collassata, fuori sesto, tradita dalla politica, incapace di progettare il proprio avvenire. Giulia Caminito racconta questo mondo di «solitudini desideranti» che lotta per la normalità e, nonostante tutto, destinato allo scacco, da una prospettiva situata al ‘grado zero’ del tempo della storia, opposta a quella opulenta, indifferente, narcotizzata ed edonistica della borghesia ‘arrivata’, assunta quale punto d’osservazione privilegiato dalla generazione degli scrittori ‘Cannibali’. Come ha ben osservato Cesare Segre in un suo lucidissimo intervento su “Il Corriere della sera”, intitolato L’anima buona del cannibale (Il Corriere della sera, 29 gennaio 1998), nei testi degli scrittori Cannibali non si rispecchia solamente il singolo lettore, ma un’intera generazione. I riferimenti di questa generazione sono «perimetrati» con nomi di divi e di personaggi famosi, con titoli di canzoni, di film e di trasmissioni televisive; con brand di oggetti e con vestiti ‘cult’ che riassumono la ‘mitologia’ degli anni Novanta cui attinge, per formare la propria identità, la generazione under 30 figlia della classe ‘pilota’ del paese. Una ‘perimetrazione’, questa, che esclude e taglia fuori dal codice narrativo e dalla Storia quella parte di mondo e quegli individui protagonisti dell’universo narrativo di Giulia Caminito.
Uno dei tratti peculiari del romanzo consiste, infatti, proprio nella scelta di raccontare una storia di povera gente: una povertà contemporanea, odierna, sedotta e mortificata da un benessere tanto contiguo, apparentemente a portata di mano, quanto lontano, esclusivo, inespugnabile. Questa povera gente, cui Antonia e Gaia appartengono, si fa bastare il poco, perché soltanto quel ‘poco’ è ciò che riesce a conquistare nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, rinunciando a qualsiasi illusione e speranza. Anche la scelta di Gaia di studiare filosofia all’università assume il significato di un atto di sfida, di rancore, e, insieme, di sconfitta consapevole: «Mi sono iscritta a filosofia per ripicca, per danno, per malaugurio, per sfida».
Al ‘grado zero’ in cui si situa il punto di vista a focalizzazione interna della voce narrante, che coincide con quello della protagonista, corrisponde una scelta stilistica ben precisa adottata dall’autrice, che rappresenta uno dei tratti più qualificanti della sua scrittura. Questo codice stilistico è declinato in un registro linguistico che, marcatamente, assume i toni e i modi del ‘parlato’ colloquiale, ‘basso’, sintatticamente disarticolato, paratattico, frammentato. È una prosa mimetica, che imita i linguaggi degli ‘users’ delle periferie e dei suburbi – frange sociali non integrate e non rappresentate – e che rinvia a certe suggestioni evocate da Dogman di Matteo Garrone (2018), allo «sguardo sul male» (M. Castellani, Avvenire, 6 giugno 2018) dei poveracci della periferia romana, dei Superflui di Dante Arfelli (1949), dei reietti di Angelo Fiore: un’umanità di non classificati, di sfollati dal sogno, di baraccati, avvelenata dal rancore e ingentilita da tenerezze spietate, dilaniata dal dolore pasoliniano senza tempo.
È l’umanità che il lago fa affiorare e che inabissa in tutta la sua dolce, salmastra poesia.
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