Il colibrì di Sandro Veronesi

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Il romanzo di Sandro Veronesi, “Il colibrì” (vincitore l’anno scorso del premio Strega) ad una prima scorsa distratta di chi legge appare piuttosto scombinato: i capitoli recano delle date, che segnalano al lettore con il loro libero procedere avanti e indietro nel tempo – ad intervalli di decenni l’uno dall’altro – la rinunzia dell’autore alla narrazione diacronica e consequenziale. Poco dopo ci accorgiamo che anche le forme di scrittura variano continuamente: dalla narrazione molto focalizzata a quella onnisciente (più rara), alle lettere, agli elenchi, alle telefonate, alle poesie, ai whatsapp. Nonostante tutti questi “scompensi cronologici e stilistici, l’attenzione del lettore resta avvinta al racconto, e si capisce allora che dietro questo romanzo c’è una sapientissima regìa, c’è la “dispositio” della retorica classica, ovvero la sapiente distribuzione degli argomenti del testo, che in questo caso serve a rappresentare il disordine caotico della vita. Motiva alla lettura l’ulteriore capacità dello scrittore nel creare un incipit folgorante. Nella prima scena, infatti, Marco Carrera, il protagonista, riceve nel suo studio a Roma la visita del dottor Carradori, lo psicoanalista di sua moglie, il quale, contravvenendo alle norme deontologiche della sua professione, avverte il collega che corre un grave pericolo da parte della moglie, Marina, affidatasi da anni alle sue cure psicoanalitiche. Si penserà che stia per iniziare un “noir”, invece inizia a delinearsi una biografia che focalizzerà i momenti salienti della vita di Marco, segnata da alcuni eventi drammatici e da personaggi che hanno avuto un’influenza determinante nella sua vita; innanzitutto Luisa, l’amore che accompagnerà Marco “da lontano” per tutta la vita, da quando lei ne aveva tredici e lui venti. Si frequentano ogni anno a Bolgheri, dove villeggiano, ma ci vorranno due anni prima che Marco inviti a cena Luisa; e gli eventi concomitanti renderanno indelebile il loro primo incontro. Poi si retrocede all’infanzia” ignara” di Marco: le liti tra il padre Probo e la madre Letizia. Sembra che tutto congiuri per dividerli: la diversa impostazione degli studi, essendo lui ingegnere dedito a creare plastici che costituiscono veri e propri capolavori e lei architetta d’avanguardia con la passione per la fotografia, il problema, anch’esso divisivo, del ritardo nella crescita fisica di Marco, che costituisce un cruccio per il padre, mentre la madre, più fiduciosa, lo considera affettuosamente “il mio colibrì”. Ci sono anche la sorella primogenita, Irene, e il fratello minore, Giacomo. Irene ha un posto dominante nel mondo affettivo di Marco: ipersensibile e introversa com’è, ha l’aria di portarsi dentro soltanto buio e confusione, mentre in realtà è fragile e irrequieta, dotata di uno sguardo affilato e profondo sulle persone, che sconfina nella telepatia (“i poteri psicotronici di mia sorella”). I programmi falliti per il viaggio dopo aver conseguito il diploma a pieni voti, altri tentativi, frustrati, d’invertire la rotta d’un agosto pavesiano, il senso plumbeo di una predestinazione (quando aveva appena cinque anni Marco alla vista delle stelle cadenti aveva formulato l’augurio “che Irene non si uccida”) fanno sì che la situazione precipiti.

Il colibrì, il libro vincitore del Premio Strega 2020
Il colibrì, il libro vincitore del Premio Strega 2020

In una sera di vento, col pretesto di andare a legare la barca ai Mulinelli, Irene decide di compiere il piano dettato dalla sua disperazione. Marco sedicenne, piccolo d’età e di statura, intuisce il suo insano proposito, le si incolla addosso, e, nonostante i rimbrotti e lo sguardo truce di lei, la fa desistere” “Tornarono a casa sforzandosi di sincronizzare il passo per tenersi abbracciati, ma all’incontrario rispetto alla norma: lui, il maschio, cingendola per la vita e lei, la femmina, col braccio attorno alla sua spalla. Ogni tanto lei lo grattava col pollice, ma leggera come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo”.

Sette anni dopo Irene porta a termine il percorso intrapreso con tanto lucido accanimento: il suo corpo finalmente giacerà in pace, ”giocherellato dalle onde”. Siamo ormai nel cuore pulsante del racconto e abbiamo preso coscienza delle intenzioni dell’autore, a cui preme, più di ogni altra cosa, rispettare il ritmo della vita reale nel quale dolore e gioia sono strettamente intrecciati. Ciascuno dei familiari resterà segnato per sempre dall’evento, ma nel ripensarvi fisserà nel ricordo luoghi ed azioni a cui era dedito mentre la tragedia si stava compiendo. Probo e Letizia, i genitori, mentre si recano al ristorante per cenare con la vedova dell’amico più caro di Probo, Aldo Mansutti, pirandellianamente disquisiscono sul calcolo delle probabilità degli incidenti mortali, poi si godono l’ultima cena spensierata e felice della loro vita di coppia. Marco e Luisa, finalmente giunta ai fatidici quindici anni, escono insieme e si scambiano il loro primo bacio. Giacomo, anche lui interessato a Luisa, infrangendo le consegne affidategli dalle ansie di Marco, esce per spiare movimenti e intenzioni del fratello e pagherà la sua innocente curiosità a caro prezzo. Le recriminazioni con cui Marco, ignaro dei sentimenti di Giacomo, intempestivamente lo accusa d’esser colpevole della morte di Irene, creeranno un solco incolmabile tra i due.

Come si fa a non esser solidali con Marco se è tutto concentrato a resistere al destino e a conservare solo le cose che hanno valore ai suoi occhi piuttosto che far buon viso allo spirare di ogni brezza? Rispondendo piccato ad una delle lettere di Luisa, egli espone le sue ragioni: “ognuno dei cambiamenti che ho subìto ha prodotto un urto tremendo, che mi ha spostato di peso, sbattendomi letteralmente in un’altra vita, e poi in un’altra, e in un’altra ancora, vite alle quali ho dovuto adattarmi brutalmente, senza mediazioni”. A questo punto ci chiediamo se il protagonista, ex colibrì per grazia e leggiadria, dall’alto della sua statura di adulto, si sia trasformato in un saggio stoico, che ha della vita una visione eroica, fermo e inconcusso come roccia contro le avversità, capace di aspirare nella vita solo ad una sospirata “medìetas”, se non addirittura all’apatia. Taluni fatti o reazioni psicologiche potrebbero autorizzare questa pista interpretativa: si veda il voto di castità con Luisa. La rinuncia alla clamorosa vincita al gioco (840 mila euro) che avrebbe sconvolto la sua vita; la difesa della libertà interiore; la vittoria sulla morte, che può comunque apparire come una forma di suicidio stoico. Purtuttavia, se Veronesi ha preferito prendere a simbolo di resistenza un uccellino minuscolo e leggero, la cui caratteristica principale è opposta a quella di altri volatili – i fagiani, per esempio, che, sorpresi da un incendio nella boscaglia, non trovano di meglio che lanciarsi tra le fiamme – è perché come tutti i simboli è più duttile, varia col variare delle circostanze. Per gli Atzechi trasformarsi dopo la morte in colibrì o in farfalle era il destino più glorioso riservato ai guerrieri uccisi in battaglia e alle vittime immolate in sacrificio: la leggerezza in premio d’una vita eroica. Inoltre il colibrì mette tutta la sua energia nel restare fermo. Settanta vibrazioni al secondo per rimanere dove si trova già; a volte riesce persino a volare all’indietro, dando corpo al sogno degli uomini di ritrovare il tempo perduto. E’ impavido il colibrì nel fronteggiare il nemico e presidiare il suo territorio, ma coi suoi folli movimenti sur place investe tutta la sua energia per non cadere, per sopravvivere e dare un futuro alla sua specie. Un eroismo moderno, dunque, che sta sulle difensive, ma soprattutto un bel romanzo sull’elaborazione del lutto. Dicevamo all’inizio che l’espediente formale cui l’autore ricorre per non farsi sopraffare da tutto quel senso di morte è la varietà dei linguaggi e degli stili, ma, a partire dalla seconda parte, s’intende che l’obiettivo più vero del libro è apprendere ad addomesticare il dolore. Marco si sposa con Marina, che si rivelerà mentalmente instabile, e insieme concepiscono una figlia, Adele. Passano pochi anni e, ancor prima che la coppia giunga alla separazione, la bambina si accorge dei gravi disturbi della madre, pertanto lei, per chiedere aiuto, sviluppa “un disturbo percettivo allucinatorio”. Immagina che un filo la congiunga sempre al muro alle sue spalle e fa manovre pazzesche, ogni volta che qualcuno le passa dietro, per districarsene.

L’ unico che non le ponga problemi è il padre, che – secondo lei – non si è mai sognato d’impigliarsi nel filo. Con “poderosa, selvaggia sapienza” la bambina, quasi novella Arianna, guida i suoi familiari e al fondo rivolge al padre una radicale richiesta di accudimento. A nove anni Adele tornerà dalla Germania, dove era andata a vivere con la madre passata nel frattempo a nuove nozze, perché il filo, da cui qualche innocua lezione di scherma l’aveva già liberata, era riapparso. E Marco si sobbarca docilmente a tutto, alle responsabilità connesse all’educazione della figlia, al lavoro e alla cura dei genitori, entrambi ammalatisi di cancro. Adele, comunque, cresce che è una bellezza, sana, autonoma, si guadagna da vivere, si circonda di amici che le riempiono la vita. La passione per lo sport “l’aveva introdotta giovanissima in quelle comunità mentali che radunano in branco gli irregolari di tutto il mondo alla ricerca di spiagge e pareti e onde e balzi memorabili, ma soprattutto di quella distanza dagli affanni borghesi che rende coloro che la trovano meno inclini all’infelicità”. Non ha ancora venti anni Adele quando comunica al padre di essere incinta, ma non vuole rivelare chi sia il padre. Anche di questo Marco si fa una ragione, trangugia dubbi, sospetti e si sente gratificato dal riconoscimento affettivo da parte della figlia. “Sei stato uno splendido padre: puoi fare da padre anche a lui, che sarà l’uomo del futuro”. Si chiamerà, infatti, Miraijin, nome che nelle sue radici, giapponese e coreana, esprime questo significato. Al mondo verrà invece una bambina che nell’unire tratti somatici europei a tratti asiatici e africani è un concentrato della bellezza di tutte le razze, è veramente l’uomo del futuro. Ad allevarla, purtroppo, sarà Marco Carrera, suo nonno. In una delle sue arrampicate in montagna il filo fatale -non più metaforico- di Adele si spezza e lui affronta la prova più cruda, quella che, per essere designata, non dispone neanche d’un nome nella nostra lingua, diventa shakul (in sanscrito), charocammenos (“arso dal dolore” in greco), in una parola sarà d’ora in poi un padre che ha perso un figlio. Lo sfogo di questa pena esacerbata riempie sette facciate con un periodo solo, senza interruzioni e senza punti. A uno strazio tale non c’è consolazione, c’è soltanto la muta richiesta di Miriaijin che ”semplicemente svegliandosi e sorridendogli, gli disse nonno non pensarci nemmeno, gli disse non scherziamo, gli disse nonno ci sono io, devi sopportare”. Sarà il dott. Carradori, che non fa più lo psicoanalista, ma si occupa di dar sostegno alle persone fragili nell’emergenza (si trova infatti a soccorrere i naufraghi a Lampedusa), a raccogliere anche Marco, naufrago, dandogli tutto l’aiuto concreto di cui ha bisogno. Lo invita fraternamente a sottrarsi alla dittatura del dolore, gli ricorda che anche nella situazione più dolorosa i desideri e i piaceri non vanno censurati, si accerta della sua disponibilità alla pietas verso l’ex moglie, prende su di sé il compito di informare di persona la madre. Carradori si presenta a casa di Marco, con un’amaca portatile in regalo, che gli consentirà, una volta montata, di partecipare a qualche partita a tennis, ad andare a giocare a carte, a non negarsi interventi da oculista ai convegni scientifici, portandosi sempre dietro Miriaijin. Neanche qui lo scrittore perde di vista l’assunto che si è proposto. Il tema dello sguardo,” lo sguardo che è corpo” diventa occasione per sviluppare l’argomento connesso con l’accudimento e la cura, stabilendo il confine netto tra il generico vedere e il guardare, che è invece “immischiarsi”. Siamo così giunti al nucleo più sensibile e personale dell’autore, che sin dall’inizio voleva investire Marco Carrera, prima padre separato e solo, poi nonno privato dalla sorte della sua unica figlia, della missione di artefice dell’uomo del futuro. Soltanto questo gli sta a cuore: nel vuoto lasciato dalle madri rifondare il mito di una paternità supplente. Denuncia della crisi del genere femminile? Consapevolezza che occorra invertire la rotta, dopo il delirio sull’uccisione edipica del padre attraversato dalle ultime due generazioni? Quel che è certo è che il protagonista riserva al padre

Sandro Veronesi, Premio Chiara 2012
Sandro Veronesi, Premio Chiara 2012

Probo i toni più ispirati e commossi (si vedano gli elenchi sulla collezione di libri di fantascienza, dai cui numeri mancanti ricostruisce i traumi della vita di suo padre; si veda la pazienza certosina nella scelta della destinazione dei plastici realizzati da lui e la pietas con cui vengono tutti raccattati perché nessuna traccia della vita del padre vada perduta; si veda il meraviglioso plastico creato da Probo, “la casa sulla cascata,” che resterà come unico arredo nella stanza deserta della figlia). Le figure femminili, invece, non hanno la stessa allure. Ttutte hanno in comune la dipendenza da terapie psicoanalitiche: l’ex moglie Marina è pazza, Letizia, presa dal vortice della sua professione è una madre distratta, dell’infelice Irene si è detto sopra; resta la” tenera” Luisa, che si porterà sempre dietro l’incertezza adolescenziale del loro primo incontro: con lei, grazie al distanziamento, l’autenticità del rapporto rinasce sempre. Essa prende a prestito da Manganelli una poesia che ne delinea alla perfezione la psicologia: “Da te mi salvo/ venendo a patti con la tua presenza/ con parole amichevoli, accorte/ t’induco a non esistere…/ chè sempre mi spauri/ se t’approssimi dal nulla a qualchecosa”. Quando Luisa riuscirà a por fine al suo matrimonio/finzione, alle bugie dette ai figli, solo per qualche mese prenderà in considerazione ”il famiglione”, ma, grazie all’incarico che provvidenzialmente le giunge dalla Sorbona, sceglierà la sua libertà. E Marco se ne rende conto, accompagnandola all’aeroporto insieme a Giacomo dopo il funerale della madre. “Tutto ciò che veramente splendeva in lei e che in lei credeva di vedere lui solo, proveniva dalle remote estati della sua giovinezza nelle quali si era innamorato di lei guardandola crescere, prendere il sole, correre e tuffarsi in acqua in quel pezzo selvaggio di costa – ma quelle stesse identiche cose, si accorse, in quegli stessi identici momenti le aveva viste anche Giacomo ….e fu uno shock”. Solo il rapporto con la figlia riveste importanza vitale, al punto che, su richiesta di Adele, Marco si coinvolge anche col suo parto in acqua e acconsente a calarsi insieme a lei nella vasca per sorreggerla sotto le ascelle. E’ l’acqua che tiene insieme il suo corpo in decadenza, quello sodo e muscoloso di sua figlia, e quello tenero e nuovo di zecca di Miraijin.” Quel brodo torbido che li conteneva fu la sua unica esperienza di famiglia felice”. Con la nipote è un’altra storia e la fuga nell’utopia nel penultimo capitolo risulta evanescente o enfatica.

Una piccola nota prima di concludere si deve riservare al problema dell’eutanasia, che s’impone all’autore, come se non gli importasse di evitare il rischio di scivolare in fastidiose discussioni ideologiche. Può sembrare anzitutto un omaggio al padre, il famoso chirurgo e oncologo, che fece della sua vita una battaglia per dare dignità agli ammalati di cancro e si dichiarò sempre favorevole alla scelta dei malati terminali del momento in cui por fine alle loro sofferenze. In due occasioni lo scrittore s’interroga su due questioni che toccano da vicino il protagonista: qual è il segreto della durata dell’unione tra i suoi genitori, a prima vista così piena di contrasti e così travagliata. E si dà una risposta disarmante, ma non meno vera e profonda: “S’eran giurati amore nel tempo in cui sbocciavan le viole”, lasciando impregiudicata la questione. Ancora più delicato e possibilista l’approccio all’altro problema della gravidanza di Adele, decisa a mettere al mondo un figlio di padre ignoto. Dopo tanto rimuginare Marco trova conforto nelle parole di un mistico, S. Giovanni della Croce “Se devi andare dove non sai, devi passare per dove non sai”. Il nostro buio non diventa meno fitto a queste parole, solo che per un attimo il mistero ci appare come una via che si può attraversare. E’ merito dello scrittore insegnarci che si può rendere malleabile il dolore, che ogni pena si deve lenire per riprendere a vivere. Ben altra impresa, più scabrosa e difficile, rimane addomesticare la morte. Essa per gli antichi è Thanatos, il nume con la scure, a cui non è lecito neppure sfiorare il lembo della veste.

 

 

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