[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]«Dichiaro, prima di tutto, che in mezzo a noi non c’è che un solo colpevole di febbre idealmente rivoluzionaria, uno: io solo! Se essere socialista è un delitto, se commuoversi alla vista di tante ingiustizie e di tante miserie è delitto, se desiderare ardentemente la fine di tante iniquità sociali mantenendomi sempre nel campo astratto delle idee è delitto, condannatemi pure, io sono colpevole.
Sono socialista perché tali sono la scienza (Colajanni, Labriola, Ferri, Graf, De Martinis), l’arte (Rapisardi, De Amicis, Ettore Ferraris) e il cuore. Recatevi nelle campagne, e la vita del servo della gleba, che produce la ricchezza e vive di miseria, farà diventare un po’ socialisti anche voi. Scendete in una miniera e piangerete. Esaminate il viso pallido e sparuto dei disoccupati della città e delle campagne, e se non fremerete, ne rimarrete certamente commossi».

È questo il passaggio più appassionato dell’intervento di De Felice di fronte al Tribunale militare, chiamato a giudicarlo per il reato di cospirazione contro lo Stato. Nell’autodifesa emergono i tratti umani e politici del principale protagonista dei Fasci siciliani, l’organizzazione dei lavoratori sciolta con la dichiarazione dello Stato d’assedio. Ad avviare quel processo è un altro personaggio siciliano, Francesco Crispi, allora presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Fu un dramma umano anche per lo statista siciliano, il quale arrivò a quella decisione, dopo molte incertezze, dovendo punire la sua terra e un movimento costituito in parte da militanti “crispini”. Nelle lettere inviate alla moglie, recentemente pubblicate dal sottoscritto e da Gaetano Armao, Crispi prospetta la possibilità di ricorrere all’amnistia. Il 6 luglio, dopo un mese dalla condanna a 18 anni di De Felice, così scrive a Lina Barbagallo: «Non ho visto la giovane De Felice, e però nulla ho potuto dirle. Ti assicuro però che se fosse venuta a trovarmi, se ne sarebbe andata contenta. Oggi abbiamo fatto una prima amnistia per la Sicilia. Spero fare qualche altra cosa di bene nel corso del mese».
Certo, la ricostruzione biografica è un percorso difficile poiché esso potrebbe sfociare nell’agiografia. A tal proposito bisogna tenere conto dell’insegnamento di Edward Carr. Nel volume che raccoglie le sue famose Lezioni, lo studioso inglese insisteva sul divario tra il racconto biografico e la ricerca storica, ammettendo che quello scarto si poteva superare tramite l’inserimento del personaggio nel contesto locale e generale. Da questo punto di vista le aspirazioni, le contraddizioni individuali e i sentimenti umani possono contribuire alla migliore comprensione degli eventi storici.
Negli ultimi decenni, la ricerca su De Felice ha compiuto notevole passi in avanti. Bisogna però sgombrare il campo da alcune tesi polemiche. Alcuni studiosi di De Felice hanno individuato la sua fase ascensionale fino al movimento dei Fasci, identificando il resto della sua storia con gli aspetti deteriori (clientelismo e disordine amministrativo nella gestione del potere locale). Altri studiosi hanno collocato il ruolo di De Felice dentro la crisi della sinistra socialista e democratica italiana, cogliendovi la sua capacità di promuovere il rinnovamento nell’ambito della tradizione democratica meridionale. Questo processo, però, si sarebbe interrotto con l’uscita dal Partito socialista e con la sua adesione prima alla guerra di Libia e poi all’intervento italiano nel primo conflitto mondiale.
Un punto importante della formazione politica di De Felice è costituito dai suoi rapporti con il socialista Andrea Costa e con il repubblicano Napoleone Colajanni, sui quali rinvio rispettivamente agli studi di Rosario Spampinato e al recente contributo di Elena Gaetana Faraci. Sin dalle prime iniziative pubbliche il giovane leader catanese insite sulla gestione democratica del Comune, inteso come cellula per la creazione di strutture civili e come luogo di manifestazione dell’impegno politico. Con la sua esuberanza e con i suoi tratti tribunizi, De Felice riprende la lunga tradizione democratica del Mezzogiorno, fondata sulla difesa dei suoi beni (demani e usi civici), ma crea anche un’organizzazione fortemente innovativa, il Fascio catanese dei lavoratori. L’associazione, basata sulle sezioni dei mestieri e sul Consiglio di sezione, presenta tratti moderni per la sua autonomia dai partiti e dal notabilato locale.
Già nel 1889, utilizzando la legge comunale e provinciale del 1888 voluta da Crispi che allargava l’elettorato e prevedeva l’elettività del sindaco, De Felice andò alla guida del Comune di Catania. Sarà una esperienza di breve durata poiché la prefettura, dopo controlli severi, sciolse il Consiglio comunale per motivi di ordine pubblico. Sorretto dal consenso, De Felice divenne dirigente regionale dei famosi Fasci siciliani, un movimento con un orientamento prevalentemente socialista che aveva l’obiettivo del rinnovamento economico e sociale dell’isola. È noto che all’interno del movimento
esistevano vari orientamenti e che le manifestazioni, tese all’acquisizione di giusti contratti agrari nelle campagne e alla riduzione delle imposte comunali, spesso degenerarono in tumulto.
Il siciliano Crispi, ritornato al potere alla fine del 1893, su pressione della Corte adottò una politica repressiva che si traduceva nello scioglimento dei Fasci e nell’istituzione dei Tribunali militari. De Felice fu arrestato. L’autodifesa di De Felice, intelligente e appassionata, contribuì ad alimentare la simpatia dell’opinione pubblica e la condanna nei confronti dei Tribunali militari. Si creava attorno al leader catanese l’aureola del perseguitato politico, che diventerà il simbolo della repressione e alimenterà il mito attorno alla sua figura di combattente per la libertà.
La politica repressiva non cancellò la presenza delle forze democratiche e socialiste, che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento aggiornarono la loro strategia politica. Nel nuovo clima politico, segnato dall’avvento del ministero Zanardelli-Giolitti, De Felice maturò l’impegno nell’organizzazione dei lavoratori e nelle conquiste economiche graduali tramite l’intervento dei sindacati e delle cooperative. Naturalmente, lo sforzo maggiore si concentrò per il rinnovamento dell’amministrazione comunale. De Felice, eletto deputato tra la fine dell’Ottocento e nel ventennio successivo, divenne sindaco di Catania dal 1902 al 1906 e dal 1912 al 1914 e collocò, durante le lunghe “vacanze”, i suoi uomini alla guida del Comune (da Santi Consoli a Giuseppe Pizzarelli, da Gaetano Majorana ad Antonio Sapuppo). Nacque il mito del socialismo defeliciano.

Durante questa lunga esperienza si creò una moderna azienda professionale, autonoma e capace di mediare tra le diverse classi sociali. Si formò un nuovo ceto politico, legato alla piccola e media borghesia cittadina, che, sostituendo la rappresentanza di origine aristocratica e risorgimentale, collegava l’attività amministrativa agli interessi commerciali e imprenditoriali della città di Catania. L’amministrazione defeliciana, in tal modo, cercò di dare risposte ai nuovi bisogni collettivi e ai ceti emergenti con sgravi fiscali sui dazi per le materie di uso industriale, con i finanziamenti alle industrie, con l’audace politica di lavori pubblici fino alla creazione dei servizi municipalizzati. Insomma, il progetto defeliciano era quello di avviare la cosiddetta “modernizzazione difficile” in una città priva di infrastrutture e di servizi.
Tra il progetto e la sua realizzazione si registrò un forte scarto, che derivava dalle difficoltà oggettive strettamente legate ai vincoli della finanza locale e alla fine della congiuntura economica positiva dell’età giolittiana. In fondo, l’esperienza amministrativa defeliciana rifletteva le contraddizioni di una società non pienamente capitalistica, socialmente disgregata e priva di ceti sociali omogenei e capaci di facilitare la formazione di partiti moderni. In questo contesto bisogna collocare l’attività di De Felice e capire le sue opinioni politiche contrastanti, il suo oscillare tra posizioni rivoluzionarie e posizioni legalitarie.
Il suo passaggio definitivo su posizioni riformiste si manifestò al momento della guerra di Libia. Ancora una volta, il leader catanese, con la sua adesione, cercò di dare delle risposte al travaglio dell’economia siciliana nel momento in cui l’Italia settentrionale si industrializzava e il Sud si vedeva condannato al sottosviluppo. Accettato il sistema giolittiano, il leader catanese mantenne e sviluppò le sue convinzioni sulla necessità di costituire un ampio fronte democratico per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno con l’industria e il commercio. «Bisogna correggere – scriveva – le condizioni di vita del Mezzogiorno. Da una parte, diffondere maggiore somma di benefici pubblici: strade, ferrovie, ponti, istruzione; dall’altra, resistere alla vecchia camorra e ai vecchi sistemi».
Modernizzazione e popolarismo andavano ormai di pari passo. Mentre procedeva l’aggiornamento della linea politica sullo sviluppo urbano, De Felice, contrario alla quotizzazione dei demani e del latifondo, restava legato alla collettivizzazione della terra. Giocava in questa scelta ancora il suo attaccamento ai temi della tradizione anarchica, che si sommavano alla sua convinzione sulla debolezza della proprietà contadina incapace di resistere alle pressioni dello sviluppo capitalistico nel Paese. De Felice, insomma, subiva e rifletteva queste drammatiche contraddizioni, sulle quali si dibattevano da tempo i socialisti italiani.
A partire dal settembre 1914, De Felice prese posizione a favore dell’intervento italiano. La guerra, come il “miraggio libico”, però, non ebbe effetti positivi sull’economia meridionale, anzi mise fuori gioco i progetti di modernizzazione elaborati durante il primo decennio del Novecento. Il dopoguerra, per i tempi lunghi del conflitto mondiale e per l’impegno di milioni di soldati, fu segnato dalla mobilitazione delle masse, che in Sicilia si manifestava con la nascita di un forte movimento
contadino e con l’occupazione delle terre. Di fronte a questi processi il defelicianesimo entrò in crisi? Secondo alcuni, De Felice era ormai un uomo spento, vecchio e impreparato ad affrontare la nuova situazione con gli strumenti del socialismo postrisorgimentale. La crisi economica e sociale, certo, favorì le spinte centrifughe con la riorganizzazione dei quadri sindacali, dei socialisti, dei cattolici, del movimento combattentistico e dei nazionalisti.
De Felice, però, riuscì ad evitare l’isolamento con un’accorta politica di alleanze (la pacificazione con la famiglia Carnazza), con il rilancio delle organizzazioni dei lavoratori (la Casa del popolo) e con un progetto riformatore che prevedeva ora, con l’occupazione delle terre incolte, un’incisiva riforma agraria volta a sostenere l’aspirazione contadina alla terra e l’ammodernamento dell’agricoltura. Proprio in questo periodo affrontò e vinse nel collegio di Catania le elezioni politiche del 1919, che, introdotto il sistema proporzionale, richiedevano una forte presenza dei partiti nel territorio. Si stava preparando anche alle elezioni amministrative, previste con il sistema proporzionale.
In questi eventi un ruolo importante svolse il catanese Vincenzo Giuffrida, che De Felice aveva incontrato durante l’incarico di commissario dei consumi. Giuffrida, ormai braccio destro di Nitti, durante la guerra era stato coordinatore della politica degli approvvigionamenti a livello nazionale. Nascerà il sodalizio che li porterà all’impegno comune nella lotta politica e amministrativa a Catania. Emersero in questo periodo le scelte coerentemente riformiste di De Felice, ormai vicine al ‘partito delle istituzioni’, del quale Giuffrida era l’ispiratore. In questo quadro va inserito l’impegno dei socialriformisti per l’ammodernamento dell’economia siciliana e della città etnea.
Esiste un filo conduttore dell’attività politica e amministrativa di De Felice? Rivoluzionario e riformista, come ormai si definisce a partire dall’età giolittiana, egli ha ritenuto sempre le organizzazioni di massa e il Comune come strumenti della partecipazione popolare e del cambiamento della vita economico-sociale. Con le sue contraddizioni e con i mutamenti nella linea politica, ha rappresentato il travaglio del socialismo in un’area, debole economicamente e gravida di contrasti sociali, che cerca, allora come oggi, la via per l’inserimento nella modernità. Per tali ragioni la ricostruzione del personaggio ci aiuta a capire le vicende politiche e istituzionali di quel tempo e a cogliere i problemi lasciati aperti sino ai giorni nostri.
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