[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Nel corso di un’intervista concessa a Roberta Lepri nel 2006, il torinese Riccardo Valla, traduttore del fortunato romanzo Il Codice da Vinci di Dan Brown, affermava che «anche il linguaggio della traduzione cambia col tempo. […]. Uno dei più grandi studiosi della letteratura americana, Agostino Lombardo, diceva che le traduzioni dei classici andrebbero rifatte ogni vent’anni». La tesi di Valla non è dissimile da quanto sosteneva Roy Harris in “Testo a fronte”, n. 4, marzo 1991. Pur asserendo che «è senz’altro vero che oggi la traduzione è una delle vitali linee di comunicazione del nostro villaggio globale», Harris si affrettava ad aggiungere che tuttavia «l’obsolescenza è un aspetto della traduzione a proposito del quale i teorici della traduzione ci dicono ben poco, e nulla di veramente soddisfacente». Partendo però dalla consapevolezza che «la traduzione è sempre stata caratterizzata dalla sua effimerità, una caducità che semplicemente è diventata più cospicua ai giorni d’oggi, date le condizioni a favore delle commissioni e della pubblicazione di un maggior numero di traduzioni, […], questa neonata traduzione viene a patti con la propria effimerità rinunciando ad ogni pretesa di validità se non come enunciato storico e, come ogni enunciato storico, riconoscendo di essere intrinsecamente provvisoria, correggibile e sostituibile».

Queste riflessioni mi hanno accompagnato durante la lettura, nell’edizione economica Garzanti Grandi Libri, di Gita al faro di Virginia Woolf (nessuno scandalo, per la lettura tardiva di quel celebre romanzo – in un’intervista su «Io Donna» a margine dell’uscita del film Mrs Dalloway (1997) di Marleen Gorris, tratto dall’omonimo romanzo della Woolf, Vanessa Redgrave, che interpretava il ruolo della protagonista, confessò che fino al allora – aveva 60 anni – non aveva mai letto nulla della Woolf).
Confesso che fin dalle prime pagine ho provato un certo fastidio a leggerlo. Non per quel che vi è scritto, ma per come è scritto, cioè tradotto. Solo dopo un centinaio di pagine decido di verificare l’anno della traduzione e il nome della traduttrice. Pubblicato in Inghilterra nel 1927, la Garzanti affidò a Giulia Celenza (1882-1933) la traduzione di «Gita al faro», che fu pubblicato per la prima volta nel 1934, e poi nel 1974 e nel 1982. Senza alcuna revisione della traduzione nel lungo periodo intercorso tra il 1934 e il 1982.
(Nadia Fusini, anglista di riconosciuto valore, sul venerdì di Repubblica del 6 agosto 2021, in un articolo dedicato al cambio del titolo originale imposto a certi romanzi stranieri nelle edizioni italiane, cita, tra gli altri, proprio To the Lighthouse, tradotto ancora da qualche casa editrice, Einaudi e Rizzoli, con Gita al faro, mentre la traduzione corretta è quella che la Fusini stessa restaurò, col titolo “vero”, nel 1992 per Feltrinelli: Al Faro. Perché – spiega Fusini – non si tratta «di una improbabile escursione», e lo aveva spiegato la stessa Woolf «che il suo non era un romanzo, ma una elegia to the Lighthouse, quel to non una preposizione di moto a luogo, ma un dativo, e il titolo una dedica, appunto, al Faro»).
Che la Celenza traduca il romanzo della Woolf durante il fascismo, che imponeva l’autarchia linguistica ancor prima delle “sanzioni” economiche (1935) inflitte all’Italia
dalla Società delle Nazioni per la guerra sferrata da Mussolini contro l’Etiopia e sostenute con forza dall’Inghilterra (donde il ritornello fascista della “perfida Albione”), si vede già dai nomi dei personaggi del romanzo: William Bankes diventa Guglielmo, Charles Tansley Carlo, James, il figlioletto della signora Ramsay che vuole andare al faro, Giacomo, Andrew, un altro degli otto figli dei Ramsay, è Andrea, Paul Rayley diventa Paolo, etc. etc.
Assai disturbanti sono poi i troncamenti, ripetuti e ossessivamente invadenti: mentr’ell’era, ell’era, ch’ella. E poi: “pel” anziché “per il”, “gittare” per “gettare” (ma l’irritazione crescente non mi ha fatto “gettare” via il libro), per tacer degli accenti gravi su tutte le parole tronche: giacchè, perchè, sè, mentre ho giudicato assai riprovevole leggere più volte “se medesimo”, senza l’accento acuto sulla ‘e’ del pronome riflessivo.
Malgrado tutto quel ciarpame linguistico tardo ottocentesco (incredibilmente celebrato come «bellissima traduzione» da Attilio Bertolucci [1911-2000] nella Prefazione risalente al 1974), che molto appanna lo stile della Woolf, pregiudicandone “il piacere del testo”, il romanzo è certo un capolavoro per il modo in cui la Woolf riesce a raccontare «quel tema unico del genere che è il passaggio del tempo» (Bertolucci).
A lettura conclusa, prendo il secondo volume di tutti i romanzi della Woolf edito dalla Newton nel 1994. Gita al faro è tradotto (ancora col titolo sbagliato) da Armanda Guiducci e la differenza con la Celenza è come tra la notte e il giorno. A parte la non italianizzazione dei nomi, la prosa ha ben altra fluidità e anche corposità, senza “mentr’ell’era” trallallà, con gli accenti giusti, e senza alcun “pel” sulla lingua.
Insomma, la lettura di Gita al faro tradotto dalla Celenza serve a confermare che le traduzioni, sia di prosa che di poesia, sono caduche, legate come sono a doppio filo al momento storico e alla temperie, linguistica, culturale e politica in cui il traduttore lavora. Non è perciò inutile, quella lettura, perché documento storico di quella lontana stagione, di certi vezzi e vizi di un’Italia soffocata dalla retorica piccolo-borghese del fascismo, che, insinuandosi dentro una realtà, psicologica e culturale, di diversa e inconciliabile natura, finisce in parte per tradirla (a conferma che ogni traduzione è, comunque, un tradimento).
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