[vc_row][vc_column][vc_column_text]Questo è l’ultimo degli scritti di Nello Amato. Da tempo collaborava con me per Siracusapress ed in questi ultimi giorni in occasione della lezione che Nicola Gardini avrebbe tenuto al Liceo Classico Gargallo, presso cui abbiamo insegnato la stessa disciplina, letteratura greca, insieme per circa 35 anni, mi mandò una mail (non poteva parlare) con cui voleva intervenire sul libro: Viva il Greco. Viva il greco è il testo del prof. Gardini. Nello scritto di Nello vi è tutto l’amore per questa meravigliosa lingua antica, da cui deriva la nostra cultura occidentale. C’è il senso di un insegnamento e di una creazione di valori umani e umanistici, che sono alla base della nostra vita civile. Per Nello, che ha dedicato la sua vita alla cultura dei valori umanistici, e che ha dato tutto se stesso ai suoi alunni e alla loro educazione, mi permetto di dire ai giovani, che sono stati anche alunni miei: questo è l’ultimo dono di Nello Amato per i suoi amati studenti, che riposi veramente in pace. Siategli grati e ricordate sempre il suo messaggio di cultura e di civiltà. Il vuoto che lascia non sarà più colmato da nessuno. Mario Blancato
[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_single_image image=”24398″ img_size=”large” alignment=”center”][vc_column_text]Invano si cimenteranno i traduttori:
questo verso è stato scritto per rimanere in greco,
questo verso è soltanto per Greci.
(K. Mondis, Stigmés, 1957, tr. FP).
Lo sanno gli studenti della quarta del vecchio e glorioso Ginnasio, e lo sanno quelli della prima classe del nuovo Liceo a indirizzo classico: l’incontro con il greco antico è un momento fulminante, folgorante, telesídikos (definitivo), perché non concede appelli, non tollera ripensamenti. Vale per la vita. Spalanca di colpo non solo un universo linguistico, che – non si capisce perché – si definisce morto, imbalsamato nelle sue forme date e concluse, e invece si scopre immediatamente che quelle forme, lungi dall’essere defunte, sono vitali come non mai, e per di più sembrano modellate in una perfezione inarrivabile, cioè fatte per durare nella dimensione temporale del sempre. Il che fa di questa esperienza, di questo improvviso immergersi nella lingua e nell’anima greca, un’avventura irripetibile e esaltante. Così, a poco a poco, scopriamo che quel mondo e quella lingua abbracciano anche il nostro presente, anche di chi non parla greco, e alla fine ci rendiamo conto di diventare a poco a poco, chi più chi meno, anche noi Éllines, come con entusiasmo duecento anni fa proclamava Percy Bysshe Schelley nella prefazione di un suo dramma, Hellas del 1822 (vd. G. Ieranò, Le parole della nostra storia, Venezia 2020, p. 9). Anche col latino avviene qualcosa di simile, ma l’esperienza col greco è più coinvolgente, più radicale, più assoluta. Capiamo che esso è la peghé (sorgente naturale) e al tempo stesso la kréne (fonte culturale) della cultura e delle lingue europee.

Questo in sintesi estrema il messaggio sotteso a Viva il greco. Alla scoperta della lingua madre di Nicola Gardini, Milano 2021, un libro che, per confessione dello stesso autore, è un viaggio attraverso la lingua nella “dimensione” greca antica da Omero a Plutarco. E subito vien da pensare che il “viaggio” lo hanno inventato i Greci e quello di Ulisse, l’uomo greco per eccellenza, è uno dei pilastri della loro cultura e della loro civiltà, da Omero fino a Kavafis, Kazantzakis, Seferis e oltre. Anzi, non solo della loro, ma della cultura di tutto l’Occidente.
Questo viaggio si svolge attraverso la letteratura, perché in essa, che tramanda la lingua che finì per essere scritta, troviamo ciò che linguisticamente è più significativo, che a sua volta serve a consegnarci da tremila anni ciò che lo è concettualmente e poeticamente. Da ciò deriva l’inarrivabile profondità, complessità e al contempo freschezza della letteratura greca antica, tutta fondata sul lógos, che è parola e discorso intorno al senso delle cose e alla verità, sempre problematica, mai pienamente raggiungibile. Così, insieme a un patrimonio di bellezza, i Greci ci hanno affidato un patrimonio di problemi, per lo più insolubili (L. Canfora, Gli antichi ci riguardano, Bologna 2017; si legga anche M. Bettini, A che servono i Greci e i Romani? Milano 2017), intorno ai quali, i loro poeti, filosofi, storici si sono arrovellati, senza essere in grado di risolverli. Ma in compenso hanno forgiato
un formidabile strumento linguistico, che già in Omero dimostra uno straordinario livello evolutivo e che ci attesta fra l’altro quanto essi fossero diversi da noi.
È stato detto, con passione ed entusiasmo, che studiare e imparare il greco antico non è una questione di intelligenza, o non solo, ma soprattutto la professione e l’estrinsecazione di una fede (A. Mastrolongo, La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco, Bari- Roma 2016). Forse è vero. E un atto di fede è il libro di Gardini, per altro verso definibile come storia di un’educazione linguistica e umana, che affiora anche in alcuni particolari autobiografici.
Non volendo recensire il libro, ma solo condividere, soprattutto con i giovani, alcune riflessioni indotte dalla lettura, non esaminerò in maniera sistematica il contenuto dei sedici capitoli, perché risulterebbe difficile seguire i mille rivoli del ragionamento, risultando il discorso alla fine pedante e forse inutile. Il libro bisogna leggerlo e viverlo, magari con i ricordi, pur lontani, come i miei, che registrano appena sessantasette anni dal primo incontro ravvicinato. Voglio solo estrarne, quasi apis Matina, il succo, il “sugo” di manzoniana memoria.
L’autore, capitolo dopo capitolo, coniugando poeti, scrittori e linguaggio, va distillando l’essenza, l’ousía di una lingua che appare flessibile, armoniosa, equilibrata nell’istituire i rapporti e nello sviluppare il confronto. Comparativismo lo chiama l’autore, che altro non è che l’insopprimibile vocazione a definire per confronti, l’attitudine a determinare qualcuno o qualcosa rapportandoli ad un altro. Per questo comincia dalle particelle per antonomasia mèn…dè, sopravvissute in alcuni casi anche nel neogreco (dimotikì), non solo nella katarevusa, che esprimono molte sfaccettature, compresa l’antitesi, e delimitano lo spazio semantico delle gradazioni e delle opposizioni con cui essi coglievano la realtà e la definivano nella sua dimensione aspettuale: greci/troiani (Omero), greci/persiani (Erodoto), Atene/Sparta (Tucidide); oppure: apparenza/verità (Platone). Ma anche: padre/figlio, uomo/donna, vivo/morto, amore/ odio. Infine: Agamennone/ Achille, Achille/Ettore. La loro epopea si celebra nello stile di Isocrate, ma anche Plutarco ne fa sfoggio esemplare, specialmente e di necessità, si capisce bene, nelle synkríseis (paragoni, raffronti) delle Vite parallele. Il loro valore è più sottile e intrigante dell’avversativa allá (ma), costitutiva dell’alterità, della separatezza, della dimensione “altra”. Al mén… dé l’autore accosta l’hos…hôs (come…così) della figura semantica della similitudine, tropo fondamentale nell’antica retorica, da cui per alcuni deriverebbe per abbreviazione la metafora.

Si va componendo, così, l’immagine di un mondo poetico ineguagliabile e di un’attività intellettuale prodigiosa, che hanno come strumento una lingua libera, che rifugge appena possibile dalle pastoie della subordinazione, che ha un impianto sintattico in cui è contemplata la regola e sullo stesso piano le deviazioni, che sono tante e che la linguistica moderna non definisce più eccezioni. Questo avviene anche per le due particelle paradigmatiche sopra ricordate, appena ci imbattiamo nel primo mén solitarium, che fa lo stesso effetto del nominativus pendens. Questo, a dire il vero, avviene anche in latino e le grammatiche e le sintassi latine degli ultimi decenni hanno in parte scardinato la granitica idea di un latino romanamente legato alle regole e alle eccezioni, ma ai miei tempi bisognava attendere l’Università per cogliere e concettualizzarle chiaramente che le lingue, con
diverse gradazioni, non conoscono eccezioni. Nel greco il fenomeno, data l’ampiezza, è subito di palmare evidenza.
La rassegna è vasta, calibrata e ricchissima di testi in lingua con traduzione dell’autore. Si passa da Omero a Esiodo, a Saffo e Pindaro, a Erodoto e Tucidide, ai tragici e ad Aristofane, a Platone e Demostene, per finire con Plutarco, la cui opera è, per così dire, la Summa del mondo antico greco-romano. Si esaminano nel loro contesto sostantivi, aggettivi, verbi, immagini, concetti che testimoniano il modo, che è sophía, con cui i Greci si ponevano davanti a sé stessi e all’altro da sé. Ci sfilano davanti con il loro carico semantico e con le loro sfumature, analizzati con acume e sensibilità, termini che definiscono le strutture “ideologiche” e antropologiche del loro stare nel mondo e della maniera di organizzarlo, e che anche gli studenti sentono come familiari, anche se non sempre riescono a decifrarne fino in fondo l’ambito semantico, spesso non agevole e definirsi. Sostantivi: éris (contesa, buona e cattiva, avverte Esiodo), neîkos (dissidio, confronto), philótes (amore, attrazione), stasis (discordia, a livello collettivo e politico), noûs (mente, intelligenza), zêlos (emulazione), phthónos (invidia), díke (giustizia, plur. sentenze, giudizi), thêmis (decisione), dêmos (popolo, parte popolare), eleuthería (libertà), xenía e xeînos (amicizia che deriva dall’ospitalità e straniero, ospite), philía (amicizia), hýbris (tracotanza, dismisura), la cui centralità nella storia dell’Occidente non sfugge a nessuno, thymòs (cuore e molto altro) e kradíe-kardíe-a (sinonimo, anche se non sovrapponibile; neogr. kardiá con slittamento normale dell’accento), phyé(nascita), epistéme(sapere), paídeusis (istruzione), sophrosýne (moderazione, temperanza); verbi: thaumàzo (ammiro, mi meraviglio), oîda (ho visto, quindi so), didásko (insegno), mantháno (imparo), non senza un accenno al famigerato numero duale; aggettivi: thespésios (tremendo, fatidico), áristos (ottimo), con la sfolgorante Priamel dell’incipit dell’Olimpica I, il frontone del tempio lungisplendente, secondo l’espressione dello scoliasta. E molti altri.

Ogni termine richiederebbe un lungo discorso; di necessità, e solo brevemente, mi soffermo su thymós , tradotto in genere cuore, ma in realtà il campo semantico è vasto con molte sfumature, dall’intelligenza alla collera, significato quest’ultimo (=orghé) col quale sopravvive in neogreco. Il motivo diverrà subito chiaro. Parlando di Pindaro, l’aquila tebana nella cui poesia oracolare l’attimo, il tempo brevissimo del gesto dell’atleta, diventa eternità per intervento della poesia, l’autore ne analizza l’uso nelle allocuzioni, nel confronto del soggetto con sé stesso, ne determina il valore profondo e lo individua come «la forza interiore, l’essere individualmente, l’io profondo, come sentimento, come pensiero, come principio vitale» (p. 122). Risale, poi, ad Archiloco, al Corpus Theognideum e naturalmente all’Ulisse omerico (Od. XX 18-21), per arrivare poi alla Medea di Euripide. Ad esso si fa ricorso nei momenti difficili, quando non bisogna disintegrarsi di fronte ai contraccolpi della realtà esterna. Non per niente – lo ricordo ai giovani soprattutto – sono numerose nell’Odissea di N. Kazantzakis (eccellente la recentissima traduzione di Nicola Crocetti) le apostrofi rivolte al proprio cuore da Ulisse, impegnato nella sua folle avventura di rigenerare il mondo, a cominciare da V 1232: «Sopporta i tormenti, cuore, lecca il guinzaglio» e poi VII 22, XI 481 etc. Il segno di una continuità che non può non affascinare.
I romani, fino al I sec. a.C. erano molto “irreggimentati”, l’”agonismo” era un concetto loro estraneo e la loro lingua in rapida evoluzione tendeva a normarsi anch’essa con una certa rigidità; tuttavia la
loro classe dirigente per tempo aveva compreso la grandezza della cultura e la bellezza della lingua greca e il loro – a volte esagerato, anche per Cicerone- filellenismo (E. Fränkel) è divenuto dal Rinascimento in poi la base della cultura occidentale. Fra l’altro, anche in questi tempi di calamitosa cancel culture «la cultura classica … potrebbe assumere di nuovo, pur se in modo diverso, quel ruolo unificante svolto in passato e per il quale non è stato mai trovato un valido sostituto» (L. Russo, Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista, Milano 2018, p. 6). Tesi, che per venire da uno scienziato, di tradizione non classicista, assume un rilievo esemplare e richiede una riflessione seria.

Fermati, questi aftoschédii stochasmí, direbbero oggi gli amici greci, sono forse divenuti troppo lunghi. Bisogna concludere in nome della metriótes (misura), in nome del “mè lían” altre parole significative nella mentalità greca antica. Il libro è una passeggiata (mia peridiávassi, direbbero ancora i nostri amici), lunga, curiosa, attenta, acuta: un tour di istruzione e di educazione, dove alla fine scopriamo che l’anima della lingua greca è «anima comparativa, anima competitiva, anima dialettica, anima atletica, anima eroica» (p. 267).
L’autore l’ha compiuto, impegnandovi non solo le sue conoscenze, ora tocca al libro continuare. È chiaro che è ben attrezzato per farlo e farlo felicemente. Perciò il nostro commiato è caloroso ed enkárdia gli auguriamo: «Kaló taxídi».
Riflessioni a margine di Viva il greco. Alla scoperta della lingua madre,[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Nello Amato”][/vc_column][/vc_row]










