[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Bacino 13, che dà il titolo al bel romanzo di Jon Mc Gregor, finalista nel 2017 del Booker Prize e vincitore nello stesso anno del Costa Book Award,(edito in Italia da Guanda), designa il luogo più alto che sorrmonta un borgo di circa 250 abitanti nei pressi della brughiera di Manchester. Lì si perdono le tracce di un’adolescente, venuta coi genitori come ogni anno a trascorrervi le feste di capodanno. “Portava jeans neri, una felpa bianca con il cappuccio, un piumino senza maniche blu scuro e scarpe di tela”. Anche dopo molti anni gli spettatori televisivi, ignari del trascorrere del tempo, la ricorderanno vestita così. Ma l’autore di questo romanzo davvero singolare sembra interrogarsi su un altro quesito: come funziona la nostra memoria, cosa ci induce, trascorso un po’ di tempo, ad insabbiare l’orrore, ad appianare ogni trauma, anche il più terribile. E’ difficile, nonostante la chiarezza e la lenta uniformità della scrittura, rendersi subito conto delle intenzioni che hanno mosso l’autore nel dar vita a questo romanzo, che organizza un buon numero di personaggi (molti degli abitanti del paesino sull’ altopiano) e una congerie di fatti che ivi accadono. Tali accadimenti sono narrati a partire dall’ evento -la scomparsa della tredicenne durante una passeggiata in montagna- che è pretestuosamente scelto come pietra miliare per dipanare da lì il racconto di un’indagine. Ogni capitolo è scandito in dodici mesi in modo che il romanzo abbia una struttura cronologica “annalistica”: dodici mesi per tredici anni e l’attacco di ogni capitolo è quasi ripetuto, variando solo particolari spesso insignificanti. Già nei primi capitoli, appena comincia a scemare la tensione di ritrovare Rebecca o Becky o Bex, la ragazzina scomparsa, il lettore si sente intrappolato in un incantesimo: man mano che noi penetriamo nella vita del villaggio ,ci si apre dinanzi un mondo d’inquietante normalità, il cui ritmo ha cadenza stagionale ; di converso, l’autore si nasconde con ogni cura e spesso assume l’ottica dei borghigiani, privilegiando l’uso dell’impersonale o delle forme passive dei verbi (“Irene fu vista” o “si scoprì che…”, “si venne a sapere…”), che intenzionalmente assopisce e fa affondare la coscienza di chi segue il racconto. L’atteggiamento dell’autore, mi si passi il termine di forte ascendenza letteraria, è quello di un entomologo, che, operando una drastica rimozione della storia, s’accosta alla specie umana da un punto di vista biologico e appiana le differenze tra gli esseri umani, mentre conferisce ai più minuti fatti e movimenti che si rilevano nelle specie animali e vegetali la stessa dignità e attenzione che dovrebbe esser riservata agli uomini. “Un airone si mise a contemplare l’acqua. Un collembolo era pronto a spiccare il primo salto nella vita in cima a un lungo stelo”. Parlando dei tassi “Dopo vicoli ciechi e nicchie foderate di foglie per il letargo, nascevano i primi piccoli dell’anno, uscivano ciechi in un mondo buio fatto di calore erboso e latte” o ancora “Un cinghiale emise richiami alla scrofa, finchè lei uscì con un gemito sommesso e seducente e lui la prese”. E di questo passo, da un’enumerazione all’altra, si possono tranquillamente censire volpi, regoli, viscarde, le farfalle argo, le esperidi, le ninfalidi, ecc. ecc. Sorprende, ma non più di tanto, quando l’autore si accosta ai personaggi l’uso di nomi uguali o assonanti, quasi agisse la tentazione di operare una “reductio ad minimum”, vale a dire al minimo comune denominatore biologico degli esseri umani, che subiscono un processo di atomizzazione e di anonimato: dopo l’esempio più ricorrente di Rebecca, si moltiplicano anche altri nomi: Susanna (Whright), Susan (la sorella di Jones, il custode della scuola), Su (la cinese, moglie di Austin). Persino i cognomi si assomigliano: Hooper, il tagliapietre /Cooper, il tipografo, marito della cinese; Simpson, la preside/Simmons, il vasaio; Hunter,proprietari dei fienili/Hughes, la parroca. Anche il nome del cane ricorda quello del padrone (Nelson/ Wilson). Mc Gregor predilige, più d’ogni altra figura retorica, l’iterazione, che con la ripetizione di alcune cadenze o di alcune locuzioni semantiche, induce all’assuefazione, anche di ciò che è tragico, mentre, quando delinea abitudini di vita –si veda la passeggiata che quasi quotidianamente compie Cathy col cane del signor Wilson- ha un effetto solo apparentemente rassicurante, perché anche queste ricorrenze col tempo sono destinate a incrinarsi. Il vero motore della narrazione è infatti il fluire del tempo che nulla lascia d’invariato, di stabile e certo. Questa corrente ininterrotta e ripetitiva non ha alcuna impronta progressiva, ma agisce livellando le differenze e finisce col cancellare e travolgere sia traumi che intuizioni e desideri degli uomini che alla fine risultano precari ed effimeri come insetti.

E finchè si tratta di mettere a fuoco i sentimenti dei giovani, la sperimentazione e la volatilità sono naturali contrassegni della primavera della vita, ma quando lo scricchiolio e lo sfarinamento che preludono al crollo investono anche i personaggi più saldi, la Hughes (la parroca) con tutto il suo spessore umano e caritatevole, o Irene o la Simpson (la preside), allora la triste weltanschauung di McGregoor si rivela in tutta la sua evidenza. In riferimento al lutto per la sorella, a cui Les Thompson si sente impreparato, (la Hughes) “gli parlò ancora un poco… Lei raccoglieva dalla gente quelle confidenze e poi doveva portarsele dietro. Era come ammucchiare sassi nel bagagliaio della macchina, aveva detto una volta al decano, prima o poi diventano troppi e le sospensioni ti fanno toccare terra ogni volta che prendi una buca. Lui sorrise e le disse che sapeva che era difficile. Pregò con lei e lei continuò a portarsi dietro quei sassi”. In questa vigilia da fine del mondo sembra che il cerchio si chiuda: al posto dei grandi avvenimenti si ritorna al ritmo stagionale e ciclico del catoniano “De agricultura”, tuttavia questo processo si realizza a svantaggio degli esseri umani, giacchè animali e flora realizzano appieno, nella loro stagione, gli obiettivi che per essi ha fissato la natura, mentre uomini e donne vagano a vuoto, modificando continuamente le loro mète e smarrendosi nell’incertezza e nella labilità dei loro rapporti. Sembra che alla letteratura sia rimasto solo il compito di fissare l’attimo fuggente, proprio quello che la maggior parte dei personaggi di Mc Gregor non riesce ad afferrare. Su, la cinese, che dopo la nascita dei gemelli non vedeva l’ora di riconquistare il suo ruolo professionale di cronista part-time della BBC, sarà costretta ad andare in pensione l’anno dopo con un trattamento economico più sfavorevole. Cathy, che ha finalmente sperimentato un rapporto appagante con Richard -sempre in fuga dalla gente e da se stesso- sospetta che lui voglia inseguire in lei un ricordo della giovinezza e lo congeda, senza pensarci due volte, salvo sentirne il rimpianto, quando ormai la casa è stata venduta e lui è partito senza neanche salutarla. Gordon, scapolo incallito che ha imbastito storie con la maggior parte delle donne adulte del villaggio, mantenendo intatto il sogno di conquistare l’amore di Susanna, durante la passeggiata in cui deve dichiararsi, ad un suo colpo di ciglia capisce che lei non è più interessata agli uomini e d’ora in poi, lui continuerà a circondarsi dello sfarfallìo di donne sempre più giovani, ivi compresa Olivia, figlia d’una sua antica fiamma. Non resta che dar ragione all’etica austera di Clive, che a Susanna, mal ripagata dal suo orto, consiglia di “fare l’essenziale al momento giusto”, lasciando perdere “le campane a vento” e altre leziosaggini. Tutti i personaggi lasciano la sensazione di un destino irrisolto, di un rimpianto per ciò che non si è realizzato; Linsey, per esempio, dopo sperimentazioni interne al gruppo-giovani dove a turno tutti si sono cimentati con tutte, felicemente sposata con Gay, va a trovare in ospedale James Broad, ricoverato per una frattura, e qui, infine, si concede quel bacio mai dato. Imponderabili ostacoli
l’avevano impedito: il senso di colpa di lui tredicenne che, proprio la sera della scomparsa di Becky, doveva uscire con lei, il flirt di Linsey con Rohan, l’avventura di James con Hollie al tempo del college, la separazione dei genitori e il trasloco di James, la relazione di lei con un docente universitario molto più anziano. Il momento giusto non era mai arrivato e intanto continuava a correre il tempo, inesorabile, scandito come un rintocco a morte dal ritmo uniforme della prosa di Mc Gregor. Grazie alla novità del suo stile “immersivo”, lettori e personaggi insieme si sentono come i granelli di sabbia di un’ideale clessidra dove, malgrado i tentativi per ritardare il momento, si arriva comunque al punto più stretto dell’imbuto. Di questo romanzo si può, infatti, apprezzare il singolo frammento, si può cogliere la tensione sempre ritardata del post thriller, ma il vero protagonista è il ritmo monotono della vita quotidiana che si avvolge intorno a noi come una cappa caliginosa e deprimente e, sfogliata l’ultima pagina, fa sì che ci ritroviamo forse più saggi, ma sicuramente più pensosi e dolenti.
NOTA
Ion McGregor è uno scrittore britannico, anche se è nato (1976) alle Bermude, dove il padre, pastore protestante, aveva ottenuto per cinque anni una parrocchia rispondendo a un annuncio di lavoro sul Church Times. Laureatosi in Media Technology and Production alla Bradford University, comincia a dedicarsi al lavoro letterario da outsider, mantenendosi con lavori saltuari come lavapiatti, magazziniere, addetto a call center e, per qualche tempo, vive su una chiatta sul fiume. Oggi insegna scrittura creativa a Nottingham ed è considerato dalla BBC il secondo scrittore di racconti inglese. Tra i suoi interessi, come dimostra questo romanzo, l’agricoltura biologica, i suoi ritmi lenti, la nascita, la vita, la morte degli alberi, dei vari uccelli ed animali. “Ho pensato che fa parte della storia tanto quanto la vita umana”.
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