[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]

La gloria letteraria di Dante, che nella ricorrenza del settimo centenario della morte risplende «più e meno altrove» in tutto il nostro pianeta, rischia di offuscare gli anniversari di altri importanti scrittori. È andata bene a Sciascia, la cui nascita l’8 gennaio del 1921 lo ha sottratto al cono d’ombra in cui invece è finita Virginia Woolf, signora della narrativa del Novecento, scomparsa ottant’anni fa, il 28 marzo 1941, proprio a ridosso di quel 25 marzo in cui sono cominciate le celebrazioni dantesche.
Se qui e ora accostiamo Dante e la Woolf, c’è almeno una ragione. Le loro vite, nella pur diversa fine per l’uno e per l’altra (Dante, pare, per malaria, contratta mentre passava dalle paludose Valli di Comacchio, nel corso del suo viaggio di ritorno da Venezia, ove era stato inviato come ambasciatore per conto di Guido da Polenta, Signore di Ravenna; la Woolf per annegamento), furono infatti segnate dall’acqua, l’elemento primordiale che per Talete è l’arché, l’origine di tutte le cose.

Nel 1302 si colloca la svolta decisiva nella vita di Dante. Fu allora che i Fiorentini, condannandolo per baratteria, illeciti guadagni, opposizione al pontefice e per altro ancora, gli inflissero l’interdictio aqua et igni (la privazione dell’acqua e del fuoco), un provvedimento, in uso nella Roma antica, volto a privare della cittadinanza, a titolo punitivo, coloro che si macchiavano di gravi reati, e venivano quindi ritenuti indegni di continuare a far parte della comunità romana. A tale provvedimento, che simbolicamente privava il cittadino del fuoco e dell’acqua, ritenuti elementi essenziali per l’organizzazione politico-religiosa della città, seguiva solitamente l’esilio del condannato. Ma i Fiorentini, non paghi, a questa già severa punizione aggiunsero un tremendo codicillo: se Dante, rientrato in Firenze, fosse venuto in potere del Comune, sarebbe stato bruciato vivo, fino a morire.
Quel provvedimento, di estrema durezza, è il perfetto opposto delle basilari leggi non scritte dell’ospitalità che, presso tutti i popoli, anche quelli considerati barbarici, contemplavano la concessione di un alloggio, di un posto per il fuoco, di acqua, di legna da ardere e biada per i cavalli. Saranno stati cristiani praticanti i governanti fiorentini che costrinsero Dante a provare “come sa di sale / lo pane altrui”. Forse avranno recitato a memoria il Vangelo di Matteo, in quel punto (23, 31-46) dove Gesù così dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…». Ma la politica si serve della religione solo come strumento di potere (anche la religione, però, si serve della politica, con giovamento comune), mentre ne vanifica le sue istanze più rivoluzionarie: l’amore per il prossimo, la carità, la pace. Invece, il nemico resta nemico e si perseguita: igne comburatur, sic quod moriatur.
“Morte per acqua”. È il quarto “movimento”, e il più breve, della raccolta poetica La terra desolata di Thomas S. Eliot: Fleba il fenicio, / morto da quindici giorni, / dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare / e il guadagno e la perdita. Una corrente sottomarina / gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava / traversò gli stadi della maturità e della gioventù / entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo / o tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento / pensa a Fleba, che un tempo è stato bello / e ben fatto al pari di te (trad. di M. Praz).

La morte per acqua genera dolore, paura, smarrimento, pietà. La morte per acqua di poveri, di derelitti in cerca di pane e libertà e sicurezza, con le loro donne incinte, i loro bambini, porta la sofferenza di chi guarda impotente, di chi sa a cose fatte, ma anche quella di chi presta soccorso, a una misura di insopportabile frustrazione. Fleba è i simbolo dei tanti morti senza nome che, per volontà o disgrazia, per accidente o cattiveria di altri uomini, hanno lasciato la vita – beffardo paradosso – in quell’elemento da cui la vita ha origine.
Trasfigurata poeticamente, la morte non ripugna più, si fa bella, come bella è Ofelia nel quadro omonimo del preraffaellita John Everett Millais, alla Tate Gallery di Londra. A vederla, in quel sarcofago d’acqua, le passioni si attutiscono, prevale la compassione per quella giovane donna, combattuta e vinta dall’amore verso il padre Polonio e dall’amore tradito da Amleto. Bella come la storia vera di Marinella, cantata da De Andrè, «che scivolò nel fiume a primavera / ma il vento che la vide così bella / dal fiume la portò sopra una stella».
«Da Conrad, a Joyce, alla Woolf, a Eliot, in modalità diverse e con esiti molteplici l’acqua veicola, in particolar modo, un desiderio che si colloca alla soglia tra vita e morte, tra il ritorno ad una condizione pre-natale e il desiderio di una morte “primordiale”, dolce, cullata dalle acque. Rilevanti esempi di queste due significazioni del mito acquatico, particolarmente vive nel periodo modernista, si manifestano in alcuni estratti di Virginia Woolf, autrice costantemente tesa a una ricerca di origini e a un desiderio di dissoluzione, e nelle raffigurazioni pittoriche di Ofelia, che di quel desiderio di dissoluzione costituiscono la visualizzazione pittorica più presente e riuscita nell’immaginario acquatico» (G. Gorgoglione).
La Woolf era appena tredicenne quando, nel 1895, le morì la madre. E da allora lottò con le crisi nervose. Fino a quando le sue condizioni mentali si fanno critiche. Ma non solo per vicende private. La Woolf – notava acutamente Sciascia in Nero su nero – «non aveva resistito alla guerra che quotidianamente dal cielo si abbatteva sull’isola, alla paura dell’invasione tedesca, alla preparazione dello scontro disperato e definitivo che si credeva sarebbe avvenuto. […]. I tedeschi la terrorizzavano; ma c’è da credere che un certo spavento glielo ispirasse anche Churchill con la sua durezza, la sua caparbietà, la sua inattaccabile volontà di resistere e vincere. […]. La mattina del 28 marzo 1941, una di quelle mattine terse e fredde della campagna inglese che lei tante volte aveva descritto fino alle quasi impercettibili sfumature e vibrazioni, Virginia Woolf, dopo avere scritto tre lettere [di cui, una al marito Leonard e un’altra alla sorella Vanessa (alla quale confessa: «Non faccio che udire voci e so che questa volta non ne uscirò. Ho lottato, ma non ce la faccio più»)], uscì di casa silenziosamente. Attraversò i prati, raggiunse il fiume [Ouse]. Posò il bastone da passeggio sulla riva, si mise in tasca una grossa pietra: e scese nelle acque per andare incontro a quella che lei diceva “l’unica esperienza che non descriverò mai”».[/vc_column_text][vc_text_separator title=”Paolo Fai”][/vc_column][/vc_row]










