Enzo Papa: “Squadra e compasso. Lotte politiche a Noto”

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Enzo Papa è stato ed è uno scrittore vero, che usa la parola ed il racconto per illustrare situazioni, creare immagini, dare un senso compiuto alla letteratura. Di grande sensibilità storico-artistica è oggi uno dei prodotti migliore della Sicilia letteraria. Il centro del suo universo è stato sempre il suo ”borgo natio”, l’aristocratica città di Noto, dove egli è nato ed è vissuto, per poi spostarsi definitivamente a Siracusa. Dall’inizio, è stato l’anima culturale della città di Siracusa, ideatore ed animatore del Premio Vittorini, uomo di scuola e di profonda cultura, austero, serio, professionale.

Lo scrittore netino Enzo Papa

Per qualche tempo abbiamo insegnato insieme al Liceo Gargallo, negli anni ’80 del secolo scorso, quando egli diede alla stampa, sull’esempio, secondo me, de il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo, il suo primo romanzo, La città dei fratelli, pubblicato dalla società editrice Epos nel 1983 (ora, 2020 ripubblicato da Tipheret). In questo primo libro raccontava, con uno stile, ripeto, consoliano i moti rivoluzionari del 1860: sullo sfondo di una Noto barocca dinamica era brutalmente descritta la disinvoltura delle classi dirigenti locali, che da servi sciocchi dei Borboni, cambiarono subito affiliazione per indossare l’abito dei patrioti piemontesi, venivano ritratti i mazziniani, i democratici, capeggiati da Lucio Bonfanti, il prete Carnemolla, personaggio dai mille traffici, e parte del clero che inneggiava addirittura allo stato austro-ungarico. Già allora l’intento era ricostruire attraverso i documenti la verità storica di quelle vicende. Ma, come si può intuire, il romanzo storico per sua natura si presta a più chiavi di lettura.

Bene, oggi abbiamo un altro libro, non molto voluminoso Squadra e Compasso. Massoneria e politica a Noto, dall’Unità d’Italia all’avvento del fascismo, (Tipheret ed. 2021) che si muove sullo stesso tenore storico, riprende da dove ha lasciato la rivoluzione del 1860 fino agli albori del fascismo, descrivendo, con il consueto supporto documentaristico, in dettaglio la lotta politica della città netina, che da capoluogo di provincia si ridusse, comprendendovi anche i numerosi aristocratici, proprietari terrieri ed uomini delle istituzioni, ad un piccolo paese, dominato da odi e da scontri feroci tra cittadini e cittadini.

Il volume si apre con le elezioni farsa del plebiscito di annessione al nuovo regno di Sardegna e Piemonte.

Il falso plebiscito del 21 ottobre 1860, che sanciva l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna e Piemonte, aveva dato questi risultati: votanti (votavano allora quelli che avevano censo e cultura) 2.145, i SI furono 2.118, 27 voti nulli, zero voti il NO. Quel voto decretò il declino dell’oligarchia aristocratica netina e l’avvento di una borghesia, più o meno illuminata, che via via diventò classe dirigente, soppiantando i precedenti assetti non solo amministrativi, ma anche finanziari, fiscali e giudiziari.

Per la verità già dal 1812, quando erano state istituite le liste elettorali degli eleggibili, al posto dell’estrazione per sorteggio del periodo precedente, si era andato affermando una gara e una sfida silenziosa ma tenace della borghesia delle professioni liberali (avvocati, medici, notai, commercianti, artigiani) per conquistare le decurie comunali ed i consigli provinciali, sedi del legittimo potere decisionale delle comunità locali. In questa sfida si assistette anche alla fusione tra gli elementi professionale e la vecchia aristocrazia netina, orgogliosa della sua storia e delle sue tradizioni, per

altro rafforzate ed evidenziate anche dal fatto che i Borboni avevano elevato la città a sede comprensoriale dell’intera provincia, già nel 1837, per punire la città di Siracusa. In quell’anno, infatti, Siracusa, la città che appunto fino al fino al 1837, era stato il capoluogo della provincia, era stata declassata, per i moti insurrezionali avvenuti nella città a causa dell’espansione del cholèra, che aveva terrorizzato la popolazione e la cui diffusione era additata dal popolo e dai sabotatori alla precisa volontà borbonica e alla loro insipiente strategia nell’affrontare la lotta all’epidemia. La vendetta dei Borboni era stata violenta: morti, uccisioni, processi, affannosa ricerca degli untori, e punizioni esemplari.

La magnifica cattedrale barocca – Noto

Noto era, invece, una città più obbediente, in cui la classe aristocratica, il clero in buona parte, si era mostrata più malleabile, nonostante l’evidenza per cui le numerose organizzazioni massoniche, quali ad esempio le cellule aderenti al Grande Oriente d’Italia, avessero prodotto numerosi esponenti rivoluzionari al loro interno. Non vi è dubbio alcuno, che la Massoneria netina già nel 1860 avesse guidato il movimento rivoluzionario del 1860, a favore dello stato piemontese: Matteo Raeli, Antonio Sofia e Salvatore Coffa, tutti appartenenti all’Accademia dei Trasformati, erano stati i promotori dell’insurrezione antiborbonica (fallita) del 1848, prima e poi del 1860, insieme naturalmente con i democratici mazziniani. Pasquale Calvi, per esempio o Lucio Bonfanti Calvaros.

La forte organizzazione netina della Massoneria, articolata in più cellule, appartenente alla Grande Loggia d’Oriente, tuttavia negli anni ’60 non riuscì a difendere lo status di Noto, come capoluogo di Provincia, nonostante gli sforzi e la brillante oratoria di Matteo Raeli contro un personaggio come Filippo Cordova, barone di Aidone, grande difensore dei diritti dei siracusani, anche lui potente gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. In effetti, a Noto, perdurava “un irredimibile fondo di borbonismo”, tanto è vero che si formò negli anni ’60 un Comitato filoborbonico, composto da personaggi dell’aristocrazia napoletana e siciliana, da principi, conti e baroni di Noto, tra cui anche il fratello di Matteo Raeli, Emmanuele e l’arciprete Carnemolla, che grande ruolo aveva avuto nell’insurrezione degli anni precedenti e che ricorre spesso anche in diversi altri scritti di Enzo Papa. Anche Sciascia per altro nei suoi I pugnalatori aveva fatto riferimento proprio al Carnemolla.

E proprio al Carnemolla era stato affidato dal Ministro Ulloa la missione di organizzare comitati filoborbonici, soprattutto per recuperare alla causa Romualdo Trigona, Principe di Sant’Elia, gran Massone anche lui, capo della Loggia Supremo Consiglio Centrale, massoneria di Rito Scozzese Antico. Insomma, in quel di Noto, si combattevano logge segrete con ramificazioni nazionali e potentati economici di grande rilievo tra tentativi di restaurazione neoborbonica e il nuovo apparato piemontese di casa Savoia. In ogni caso questo era il terreno di confronto-scontro, che vivevano gran parte delle città siciliane, soprattutto le grandi città (Catania e Palermo) dove il clero ed in genere tutto l’apparato della Chiesa ea decisamente dalla parte di Francesco II il Borbone.

E quasi ovunque in tutta la Sicilia si avverte un opportunistico (o idealistico?) riposizionamento delle adesioni politiche, per cui molti democratici passarono dalla parte dei liberali moderati e tanti autonomisti diventarono improvvisamente annessionisti. Certamente la velocità degli avvenimenti e dei cambiamenti politico-militari accelerò e rimescolò posizioni e progetti, precedentemente preparati. Quando infatti il 17 febbraio 1965 a Firenze, nuova capitale d’Italia, il Parlamento approvò l’indirizzo del governo di trasferire la sede della provincia da Noto a Siracusa, su influsso anche del deciso discorso di Francesco Crispi, tutte le categorie sociali della città di Noto sentirono questa decisione come “un immeritato oltraggio fatto ai sentimenti patriottici e ai sacrifici sopportati dal

1860”. Così, a nome della città, si espresse il sindaco di allora, Bartolomeo Dejan. “da qui il letargo e l’aspetto di desolazione, che si fa ogni giorno più tristo. Le case disabitate, le maestranze prive di lavoro, le strade spopolate, la rinunzia ad ogni speranza per l’avvenire”.

Dal momento del passaggio delle consegne a Siracusa, il rancore dei Netini verso la città aretusea aumentò esponenzialmente; ma gli anni settanta segnarono nella vita politica e sociale della città di Noto una svolta negli assetti sociali ed istituzionali, soprattutto perché quelli che avevano fatto le rivoluzioni del 1948 e del 1860, man mano erano venuti meno. Nel decennio 1870-1880 avvennero molti cambiamenti e tanti lutti; Matteo Raeli venne sconfitto dal candidato della sinistra Carnazza Puglisi, già rettore dell’Università di Catania; morirono Antonio Sofia, il vescovo Mirone, il principe di Villadorata, Corrado Nicolaci, Corrado di Lorenzo, marchese del Castelluccio, avvenne l’insediamento del nuovo vescovo, energico e fattivo, Giovanni Blandini, si spensero l’infelice e “maledetta” poetessa Mariannina Coffa ed il padre Salvatore, morì Lucio Bonfanti. Scomparve la loggia Elorina.

Iniziò un periodo, fatto di odi e di rancore, con la preminenza di figure individualiste, provenienti per lo più dalla loggia “Arnaldo e Ferruccio”. Ma questo fu anche il momento in cui cominciarono a sorgere le società operaie, preludio della nascita del Partito socialista e dei Fasci siciliani, che si schierarono a fianco del partito liberale contro il blocco del Comitato laico-cattolico, accusato di volere solo la restaurazione del potere temporale dei papi e la fine della legge sulle Guarantigie. In sostanza – ma il fenomeno fu per lo più simile in tutto il territorio siciliano – la borghesia e l’aristocrazia (quella che restava), sotto le insegne della Massoneria si impadronirono delle terre fertili, dei palazzi, dei fondi rustici, delle rendite delle disciolte corporazioni religiose messe all’asta. Così emerseno, come per ricordare i tempi medievali degli scontri fiorentini, i Neri, espressione dei ceti moderati e delle logge massoniche, ed i Bianchi, espressione del blocco laico-cattolico, con la benedizione del vescovo Giovanni Blandini. I Neri erano un blocco sociale, laico e progressista, organizzato dalla famiglia Sallicano, che aveva avuto in passato una forte relazione politica con F. Crispi, contro il partito bianco dei nobili e del clero, in particolare del vescovo Blandini. Sottolineo, però, che entrambi gli schieramenti erano connotati da una mentalità conservatrice democratico-liberale improntata al clientelismo elettorale, male endemico delle società meridionali, fino ad oggi. C’è un merito che va ascritto – secondo le mie modeste conoscenze – a Sallicano Sergio, personaggio di indiscusso valore, e fu quello di essere riuscito ad unificare tutti i movimenti, anche frange consistenti di socialisti, in una larga alleanza trasversale e interclassista, attorno alla sua figura di sindaco fino alla sua morte avvenuta nel 1911. C’è ancora da sottolineare che i suoi figli (Gian Tommaso e Corrado) continuarono sulle orme del padre, appoggiandosi al deputato demosociale Carnazza, almeno fino al periodo in cui Carnazza non era ancora diventato ministro dei LL.PP. con Mussolini.

Agli inizi del secolo apparve in tutta la sua consistenza il socialismo, il sole dell’avvenire con la creazione delle leghe e società operaie. I socialisti furono la novità di Noto, perché riuscirono in poco tempo a radicarsi nel territorio, con tutte le difficolta del caso, e con l’aperta ostilità del clero e dei ceti dominanti dei proprietari terrieri. È chiaro che le polemiche politiche si fecero molto più animate e più infuocate, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, nel periodo del biennio rosso, che da un lato aveva creato l’attesa quasi messianica di fare come in Russia, e dall’altro, aveva impaurito i ceti benestanti, attenti alle loro proprietà e ricchezze. In questo clima incandescente il 3 ottobre, durante il comizio del socialista Vincenzo Vacirca, dinnanzi alla Camera del lavoro di Noto venne ucciso a

colpi di rivoltella il sindacalista capolega Paolo Mirmina. In realtà, le morti, avvenute del biennio Rosso, non furono limitate alla sola Sicilia e alla questione della terra; nel Nord Italia, la formazione delle squadracce fasciste erano già in attività con gli attentati alle Camere del lavoro con la conseguente uccisione di dirigenti bracciantili soprattutto in Romagna e Toscana e di quadri operai.

Nel novembre scorso Enzo Papa ha pubblicato un volumetto “In nome dell’Italia. Il delitto Mirmina” (Bonanno editore, 2020). In esso viene raccontato il delitto, che Enzo addebita al clan dei Sallicano, con argomentazioni sicuramente ragionevoli e abbastanza motivate. In realtà il prof. Giuseppe Barone con un articolo, pubblicato su la Sicilia del 11.01.2021, ha cercato di smontare l’impianto accusatorio di Enzo Papa, sostenendo, al contrario, che non è mai esistita una sola prova a carico dei Sallicano per questo delitto, per il quale la corte d’Assise di Siracusa e poi la corte d’appello di Catania condannarono quale esecutore materiale un delinquente abituale tale Giuseppe Sgandurra, che era il capo della squadra elettorale del Sallicano. Insomma, per Barone, il delitto resta ancora oggi senza mandante e senza un nome specifico, se non quello indicato dalla Corte. Le elezioni che si tennero di lì a poco favorirono ed elessero con un suffragio pressochè totalitario Corrado Sallicano, definito da Papa, “la vera anima politica della famiglia” con 32 seggi su 40. Con l’avvento del Fascismo, dopo una fase intermedia nei gruppi nazionalisti i Sallicano presero la tessera fascista e – così conclude Enzo Papa – mantennero per lunghi anni una prepotente e incontrastata autorevolezza”.

Ma qui comincia un’altra storia di Noto.[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Mario Blancato”][/vc_column][/vc_row]

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